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Europa
Inserito il 29-6-2004  
Cristianesimo pilastro dell'Europa
di Marcello Pera


Dal discorso pronunciato dal Presidente del Senato Marcello Pera all'assemblea dell'associazione industriali di Firenze il 21 giugno 2004

..Credo che possiamo dire che siamo all'inizio anche di un nuovo ciclo economico, con riferimento agli ultimi indicatori che riguardano il nostro paese.

L'uno e l'altro ciclo hanno luci e ombre, ma poiché le luci ci provengono da nuove opportunità politiche europee ed economiche italiane, credo che si possa fondatamente ritenere che le ombre si stiano diradando alle nostre spalle. Oggi possiamo dirci sufficientemente fiduciosi circa le possibilità di inversione di quel vecchio, e terribile, ciclo in cui il mondo intero proprio mentre assaporava ottimisticamente gli sviluppi della democrazia e dell'economia apparentemente senza limiti era precipitato l'11 settembre 2001. Quando dico "fiduciosi" non intendo, naturalmente, dire "in attesa". La fiducia non la si aspetta, la si prepara; è come un bene sul mercato: c'è e fa utili, se lo si produce.

Ma veniamo ai due cicli nuovi che si intravedono cominciando da quello politico europeo. Ha ragione il Presidente Ceccuzzi quando dice che «l'elevatissimo astensionismo che ha caratterizzato le votazioni mostra che di fatto, in tutti i Paesi dell'Unione, siamo stati incapaci di "pensare europeo"». È così, purtroppo. Neppure in quei paesi dell'Est Europa, per i quali soprattutto noi Italiani ci eravamo spesi parlando di ricongiunzione avvenuta anziché di allargamento concesso, il pensare europeo è diventato un pensare diffuso. Perché?

Temo che la risposta sia questa. I cittadini dell'Europa non pensano europeo perché l'Europa stessa non si sente europea. Con ciò intendo dire che l'Europa stenta a darsi una propria politica, a identificarsi in un unico soggetto, ad essere un unico protagonista. Anche coloro che, a costo di mettere a rischio l'unità dell'Occidente, hanno pensato o continuano a pensare all'Europa come ad un "contrappeso" o un "controbilanciamento" della superpotenza americana, non sono poi stati capaci di definirne i connotati. Si può voler essere un contrappeso, ma per esserlo realmente bisogna definirsi e dotarsi come tale e competere con l'altro peso sul medesimo terreno, che è principalmente quello economico e militare.

Questo, oggi, l'Europa non sembra intenzionata a fare, perché è restia a sopportarne i costi, perché manca di fiducia nelle proprie capacità, perché non apprezza più il senso della propria storia. Cito il caso del richiamo alle radici cristiane da inserire nel Preambolo del Trattato, almeno nel primo Preambolo, perché, come si sa, questo Trattato, singolarmente, ha ben due premboli, uno generale e uno nella parte seconda, quella della Carta dei diritti. Non si creda che questo richiamo, da parte di coloro che lo hanno sostenuto, sia solo una questione accademica, storica, filosofica. Si tratta di qualcosa di più. Si tratta di identità.

Più precisamente, si tratta di sapere se l'Europa intende essere una multiculturale e semplicemente aggregata zona di libero scambio con un minimo di istituzioni che lo regolano, oppure se vuole essere, almeno in prospettiva, un soggetto unico, con propri specifici princìpi e valori, e se tra questi princìpi e valori debbano rientrare, non come accidenti storici capitati non si sa come, ma come pilastri portanti e fondativi di civiltà, quel rispetto per la persona, quel primato dell'individuo, quella distinzione fra l'individuo e lo Stato, la società e lo Stato, la religione e lo Stato, che sono venuti all'onore del mondo, e non solo del mondo europeo, grazie al Cristianesimo.

Si tratta di sapere se l'Europa crede davvero in questi pilastri, che sono quelli che le hanno consentito di produrre la rivoluzione scientifica, la rivoluzione tecnologica, la rivoluzione economica, le rivoluzioni politiche, le conquiste sociali. E se l'Europa, questi pilastri, intende sostenerli e difenderli. Oppure se li sente così fragili da provare timore anche ad affermarli. Temo che di questo si tratti. Ed è perciò che temo che oggi l'Europa fatichi a sentirsi europea. Soprattutto in un momento in cui l'Occidente e l'America con l'11 settembre, l'Europa con l'11 marzo sono fatti bersaglio del terrorismo islamico, riconoscersi o meno in una identità, che ha radici tanto nella tradizione giudaico-cristiana quanto nella civiltà greca classica, costituisce una differenza fondamentale. Non perché dobbiamo fare una guerra di religione contro qualcuno, ma perché se qualcuno dichiara, come di fatto dichiara, di voler fare una guerra di religione contro di noi, dobbiamo almeno essere consapevoli di chi siamo noi, perché noi siamo bersaglio, che cosa noi dobbiamo difendere.

Oggi, purtroppo, su questioni essenziali come la politica estera, la sicurezza, la giustizia, la fiscalità, il welfare, l'Europa una identità unica non ce l'ha. O, se ne ha una, non è tale da essere competitiva con quella delle principali aree con cui dobbiamo confrontarci sul mercato geopolitico e economico globale. È incoraggiante che l'Europa negli ultimi giorni abbia fatto progressi politici e in questo senso si deve registrare la recente firma del Trattato costituzionale. Quella firma ha svolto la funzione di un "alt!" rispetto ai rischi di disaffezione e disgregazione di cui l'astensionismo elettorale ha mostrato i segni. All'"alt!" dobbiamo ora far seguire un "march!".

Poiché il ciclo politico europeo si è invertito rispetto ai segni negativi o almeno si è arrestato, non ci dobbiamo fermare. E dobbiamo avere la consapevolezza che l'unione istituzionale europea segue, non precede, l'unione delle politiche sociali e economiche dei singoli paesi europei. Se queste diventeranno convergenti, allora quella diventerà unitaria. E se quella diventerà unitaria, cioè se avremo un'Europa con una sola voce in tutti i settori che contano, allora l'Europa diventerà competitiva.

In concreto, questo vuol dire riforme del mercato del lavoro, dei sistemi pensionistici, del fisco, del welfare, dell'istruzione, della ricerca scientifica, dell'innovazione tecnologica. Vuol dire rimettere in moto quella carta di Lisbona, che, come ha detto il Presidente Ceccuzzi, «sembra essersi smarrita».

Meglio di altri, i nostri imprenditori sanno che il valore aggiunto dei nostri prodotti sui mercati del mondo dipende dalla nostra capacità di produrli, dalla nostra creatività, dal nostro stile, e dunque dagli investimenti, in risorse e uomini, che consentono a tali capacità di svilupparsi. Il tema delle riforme è anche alla base dell'altro ciclo cui mi sono riferito all'inizio, quello economico italiano. Gli indicatori dicono che, a partire almeno dagli ultimi quattro mesi, il fatturato industriale sta crescendo, e così la produzione, le esportazioni, gli ordinativi, i consumi intermi. Sono segnali non ancora decisamente marcati, ma sicuramente assai più marcati di quelli dei mesi precedenti e certamente di quelli dello scorso anno, che si è chiuso con molte cifre rosse anche in Toscana, soprattutto per quanto riguarda le esportazioni e gli investimenti. Sul terreno delle riforme da fare, per l'Italia vale ciò che si è detto per l'Europa. Si tratta di riforme istituzionali e di riforme economiche.

Le riforme istituzionali solitamente non guadagnano la prima pagina dell'attenzione. È un errore, perché la stessa fortuna economica di un paese dipende dall'assetto istituzionale e, tramite questo, dal sistema politico. Tutti conveniamo che la stabilità dei governi è un bene, che è un bene l'alternanza delle coalizioni, che lo è la demarcazione dei poteri, la definizione dei livelli di decisione, l'attribuzione delle responsabilità, e così via.

Concordo col Presidente Ceccuzzi quando dice che «non giova un sistema Paese in cui molte grandi riforme necessarie, compresa la riforma federale, sono ferme in mezzo al guado». Il federalismo è una realtà e sarebbe decisamente antistorico metterla in discussione. Non è antistorico, invece, dargli una forma ordinata, dopo quella imperfetta approvata nella scorsa legislatura. Non è antistorico evitare che la distribuzione delle competenze fra Stato e Regioni finisca sistematicamente davanti alla Corte costituzionale, la quale si trova costretta a surrogare le lacune del legislatore. E non è antistorico chiedere alla riforma in corso che non attribuisca come l'attuale testo purtroppo attribuisce al nuovo Senato federale poteri di veto sulle principali politiche dei governi. Poiché, come ho già detto, la stessa competitività economica del nostro Paese, dipende anche dall'assetto istituzionale, credo che gli imprenditori si debbano porre il problema e contribuire a risolverlo in spirito di collaborazione con le istituzioni.

Quanto alle riforme economiche, le quattro priorità indicate dal Presidente Ceccuzzi sono priorità di tutto il Paese, oltre che dell'economia toscana. La promozione del "made in Italy", lo scioglimento dei nodi infrastrutturali, l'innovazione, una diversa partneship impresa-banca, richiedono in primo luogo l'impegno del Governo e della sua maggioranza. Lo stesso vale per le riforme del sistema pensionistico, del sistema fiscale, della tutela del risparmio, che devono seguire a quelle già adottate del mercato del lavoro che porta il nome di Marco Biagi, delle grandi opere infrastrutturali, della scuola. Tutti sanno che grandi risultati si ottengono quando in molti si uniscono attorno ad un grande progetto e ne diventano assieme protagonisti.

Su questo "fare assieme" o "fare sistema", vi sono in corso tante dispute. È augurabile che le discussioni sul metodo non sostituiscano quelle sul merito, perché si perderebbero tempo prezioso e posizioni vantaggiose per la ripresa che si annuncia. La tutela del risparmio, ad esempio, non può essere paralizzata dalle considerazioni sulla fortuna di questo o quel tale. E così quella fiscale. Sono certo che, in particolare gli imprenditori della mia terra, con la loro storia, la loro cultura e le loro capacità, vorranno e sapranno essere tra i protagonisti di questa stagione di riforme.