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Europa
Inserito il 11-10-2004  
Ma l'Europa sta ancora a guardare
di Marcello Pera - Presidente del Senato


Il terrorismo islamico vie­ne all'onore dell'opinione pubblica mondiale soprat­tutto l'11 settembre 2001. Ma esisteva anche prima ed è continuato dopo. Prima, si ri­cordino il World Trade Center del 1993, la nave america­na «Cole», le ambasciate ame­ricane di Dar el Salam e Nairobi. Dopo, si ricordino Bali, Casablanca, Riad, Giakarta, Ankara, Beslan, Pakistan. E soprattutto Madrid. Sono più di dieci anni di terrori­smo, con un numero impreci­sato di massacri e morti. Die­ci anni di jihad, di guerra san­ta, di cui occorre comprende­re le ragioni che la motivano, gli obiettivi che persegue, gli strumenti che usa.

Le ragioni di questa guerra santa sono state illustrate dai terroristi, nel nostro linguag­gio, dai combattenti e marti­ri, nel loro, molte volte nel corso degli anni. Esse sono un misto di concezioni filosofìche, religiose, politiche, tut­te basate su un senso di fru­strazione delle popolazioni islamiche, una visione di de­grado e corruzione morale dell'Occidente, un desiderio di riscatto, un ritorno al Calif­fato, una concezione globale dell'Islam, come si legge in un testo attribuito a Bin Laden e diffuso da Al Jazeera il 4 gennaio 2004.

Gli obiettivi della jihad, so­no l'America, Israele, l'Occi­dente intero, i Paesi arabi e islamici moderati.

Nella «Dichiarazione del Fronte islamico mondiale per la jìhad contro ebrei e crocia­ti» del 23 febbraio 1998, l'Ame­rica è accusata di «occupare le terre dell'Islam nei suoi territori più sacri, l'Arabia, sac­cheggiare le sue ricchezze, so­praffare i suoi governanti, umiliare i suoi popoli, minac­ciare i suoi vicini, e usare le proprie basi nella penisola co­me punte di lancia per lottare contro i vicini popoli islami­ci».

Israele è accusata di occupa­re Gerusalemme, opprimere e uccidere i palestinesi. I paesi islamici soprattutto del Golfo sono accusati di tradi­mento.

Infine, gli stru­menti. Un manuale di adde­stramento di Al Qaida trovato a Londra nel 1993, dice:
«II confronto che si vuole aprire con i regimi apostati non è fatto di dibattiti socrati­ci, né di ideali platonici, o di diplomazia aristotelica. Cono­sce solo il dialogo delle pallot­tole, gli ideali dell'assassinio, delle bombe e della distruzio­ne, e la diplomazia della mi­tragliatrice e del cannone».

Dieci anni, dunque, di guer­ra santa, di teorie, proclami, attentati, massacri. Sulla pel­le dell'Occidente, di Israele, dei Paesi arabi, sotto gli occhi di tutti. Questo vogliono, dico­no e fanno loro. Vogliono la guerra santa, predicano la guerra santa, fanno la guerra santa. E noi che cosa voglia­mo, diciamo, facciamo ?

Marte

Come reagisce il mondo occi­dentale a queste dichiarazioni e azioni di guerra ?

La sintesi più felice e la foto­grafìa più precisa dell'odierna situazione l'ha offerta lo stu­dioso americano Robert Kagan. Egli ha scritto: «Quando si arriva a fissare le priorità, a de­terminare le minacce, a defini­re le sfide, a modellare e realiz­zare le politiche estere e di dife­sa, gli Stati Uniti e l'Europa per­corrono strade separate». Insomma, l'Occidente è diviso. Per usare le ormai celebri paro­le di Kagan, «sulle principali questioni strategiche e intema­zionali, gli americani vengono da Marte e gli europei da Vene­re».

Quale che sia lo status e il valore della teoria di Ka­gan, il fatto della divisione dell' Occidente sulla questione dell' Irak e del terrorismo islamico resta. A questo fatto America e Europa hanno reagito in mo­do diverso.

Solitamente, le ragioni di Marte-America sono state identificate nella amministra­zione Bush, nella sua mancan­za di riguardo per il multilateralismo, nella sua scarsa consi­derazione per l'Onu, nella sua sete di rivincita dopo l'11 set­tembre, nella sua arroganza e ignoranza delle sottigliezze del­le relazioni internazionali. Ma è chiaro che questa spiegazio­ne risente troppo della polemi­ca politica interna a tutti i Pae­si europei, divisi tra i «pacifi­sti» e gli «interventisti», gli uni sostenitori dei democratici americani, gli altri sostenitori dei repubblicani.

Basterebbe la risposta che il candidato de­mocratico John Kerry ha dato durante il primo dibattito col Presidente Bush per smentir­la. Kerry non solo ha detto che «il Presidente ha il diritto, e ha sempre avuto il diritto, al col­po preventivo», ha anche aggiunto che «questa è stata una grande dottrina durante la guerra fredda. Ed è stata una delle cose su cui abbiamo di­scusso in relazione al control­lo degli armamenti».

La spiegazione dunque va cercata altrove. E io credo che vada ricercata in quel wilsonismo carsico e tra­sversale che da decenni caratterizza la politica ameri­cana, una dottrina che pren­de il nome dal Presidente de­mocratico Woodrow Wilson che alla Conferenza di pace di Parigi del 1918, lanciò una triade di idee - libertà politica, libertà economica, sicurezza - che, se realizza­ta, avrebbe scongiurato il ri­schio di altre guerre mondiali.

Si tratta della filosofia universalistica e antirelativisti­ca dei diritti umani originari, inviolabili e invarianti ri­spetto alle tra­dizioni, cultu­re e religioni.

Si legga adesso il docu­mento The Na­tional Security Strategy del­l'amministra­zione america­na del 17 set­tembre 2002, quello noto per la tesi della guerra preven­tiva. Dove Bush dice: «Ovunque la gente vuole avere la libertà di paro­la, vuole sce­gliere i propri governanti, la fede religiosa, il modo di edu­care i propri fi­gli, maschi o femmine, vuo­le possedere dei beni e godere il frutto del proprio lavoro». Que­ste sono espressioni universalistiche, e non c'è niente di relativo in esse. Tutti, sempre in ogni luogo, han­no gli stessi diritti. Se questi sono riconosciuti e rispetta­ti, i popoli vivono in pace. Se non lo sono, nascono le guerre e per evitare le guer­re, se è il caso, occorre prevenire anche con il colpo preventivo.

Venere

E Venere-Europa come si spie­ga ?

Si spiega con una filosofìa di­versa. Quella filosofia relativisti­ca che l'Europa, assai più dell' America nella quale pure è pe­netrata, oggi accetta e diffon­de.

Questa filosofia è applicata indistintamente alle civiltà, alle culture, alle tradi­zioni. Secondo es­sa, civiltà, cultu­re, tradizioni so­no tra loro equi­pollenti, non sot­tostanno a prin­cìpi gerarchici, non possono es­sere poste su una scala, non hanno un metro comu­ne che possa valu­tarle tutte. E ciò perché non esi­stono valori o princìpi universa­li, validi per ogni civiltà.

Le conseguen­ze di questa filo­sofia sono coeren­ti con la sua impo­stazione. Nell'àmbito delle rela­zioni internazio­nali, sono alme­no tre.

Primo. Resi­stenza o auto-di­vieto ad «esporta­re» i nostri prin­cìpi, valori e istitu­zioni fuori di casa nostra. Questa resistenza non riguarda le moda­lità dell'esportazione. Essa è osteggiata anche se fosse la più pacifica, come quella religiosa del dialogo e della missione, quella culturale della assimila­zione e della integrazione, quel­la economica dello scambio e dello sviluppo del benessere. Esportare la democrazia è con­siderato un atto di imperiali­smo comunque, un attentato alla sacralità e autosufficienza olistica delle altre tradizioni, un gesto di arroganza da repri­mere.

In base alla filosofia di Vene­re-Europa ritenere che gli uo­mini, senza distinzione alcuna, abbiano diritti inalienabili, che la libertà, la democrazia, la tol­leranza, il rispetto reciproco, l'uguaglianza davanti alla leg­ge, la giustezza della pena, e poi l'educazione, la salute, la fa­miglia, e così via scorrendo gli articoli delle nostre Costituzio­ni o dei nostri Bills of Rights, siano un bene per tutti, signifi­ca dire il falso, atteggiarsi im­moralmente, agire pericolosa­mente.

Secondo. Divieto dell'uso della forza. Se le culture hanno tutte gli stessi diritti e autogiustificazioni, se ciascuna ha in sé il criterio del proprio valore, allora, se un'altra cultura, co­me l'Islam secondo l'interpretazione dei jihadistì, è dogmati­ca, totalitaria, chiusa, intolle­rante, violenta, non puoi con­trastarla, non puoi difenderti. Devi solo sperare e pregare. E forse neppure pregare, perché la tua preghiera vale solo nella tua cultura, fra le tue mura domestiche, come da tempo pre­dicano anche i teologi relativi­sti.

Dunque, se c'è una guerra del terrorismo, non si deve ri­spondere con una guerra al ter­rorismo. Dal vocabolario politi­camente corretto dell'Occiden­te, il termine «guerra», e soprat­tutto il suo concetto, deve esse­re bandito. D'altro canto, non c'è scritto nella nostra Costitu­zione che «l'Italia ripudia la guerra, eccetera»? C'è scritto, ma naturalmente significava un'altra cosa. Per coloro che la scrissero nel dopoguerra, quel­la frase importante significava ripudio di ogni guerra di ag­gressione o di giustizia somma­ria o di invasione o di interven­to unilaterale nelle dispute in­ternazionali; per coloro che la leggono nell'era del pacifismo, significa rifiuto della forza tout court. A costo di arrendersi, di ritirarsi, di invocare la benevolenza di chi ti tiene in ostaggio e ti sgozza, di vivere sotto ricat­to, di subire le minacce.

Terzo. Senso di colpa. Così come è autoconsolatorio per ciascuna cultura, il relativismo è stranamente autoaffliggente in particolare della nostra. La catena che lo porta a batter­si il petto è lunga ma inesorabi­le. Se c'è la jihad allora c'è una ragione. Se c'è una ragione allo­ra c'è uno squili­brio. Se c'è uno squilibrio allora qualcuno l'ha provocato delibe­ratamente. Se qualcuno l'ha provocato delibe­ratamente è l'Oc­cidente, con il na­zionalismo, l'im­perialismo, il co­lonialismo, l'oc­cupazione eco­nomica, la penetrazione cultura­le, la predicazio­ne religiosa. E se l'Occidente, alla fine, è colpevole della jihad allora si merita la jihad. Contro l'Occi­dente c'è sempre un «ma» che lo blocca.

Europa

II relativismo si contrasta col pen­siero. Ma alla poli­tica, alla fine, tocca l'azione. Dob­biamo dire quale e in che modo.

Dieci anni di terrorismo, un numero enorme di attentati e di morti, un futuro di insicurez­za non sono ancora bastati all' Occidente, che si è diviso sull'analisi del fenomeno, sui modi e mezzi per fronteggiarlo, sulla guerra in Irak, sul dopoguerra. E ciò mentre il terrorismo si raf­forza, si espande e ricorre a qua­lunque mezzo, compreso la cat­tura di ostaggi e la loro barbara decapitazione, pur di fiaccare l'Occidente, abbattere lo Stato di Israele per spazzare via ogni contaminazione occidentale nel Medio Oriente, e insidiare il mondo islamico, secondo un copione che dovrebbe ormai esserci tristemente noto, ma che evidentemente leggiamo con leggerezza a nostro rischio e pe­ricolo.

È vero, come ricorda la Commissione del Congresso americano sui fatti dell'11 set­tembre, che vi è stato un ritardo generalizzato nel capire la portata della minaccia del terrorismo islamico. Ma fin dal 1998 gli Stati Uniti si sono mos­si per contrastar­lo, mentre l'Europa ha mostrato la minore capacità di analisi del feno­meno e, di conse­guenza, la mag­giore riluttanza a contrastarlo con decisione. Nean­che i duecento morti di Madrid hanno piegato la ferma volontà del nostro Conti­nente di conti­nuare a far finta di nulla, e hanno cambiato la tena­ce intenzione di addossare agli Stati Uniti tutto il peso del contra­sto del terrori­smo, unita spes­so alla zavorra dell'accusa di es­sere loro stessi responsabili di questa piaga.

Che cosa dovrebbe fare di più l'Europa? Tre cose, io cre­do.

Innanzitutto, prendere co­scienza della posta in gioco in Irak. Per i terroristi, l'Irak è il fronte della guerra santa. Per noi occidentali è la frontiera del­la resistenza alla guerra santa. Perdere in Irak vuoi dire abban­donare un Paese al fondamentalismo, consegnare il suo po­polo ad una dittatura teocrati­ca, destabilizzare un'intera area strategica, aggravare, non risolvere, il conflitto israelo-palestinese. Insomma, una scon­fitta amara e tragica per noi e per lo stesso mondo arabo.

In secondo luogo, rispettan­do quella Risoluzione dell'Onu n.1546 che essa stessa ha invo­cato e approvato, l'Europa do­vrebbe autoconvocarsi in un Consiglio europeo ad hoc o par­tecipare unita ad una Conferenza internazionale ad hoc e lì prendere la decisione di presen­tarsi tutta insieme in Irak per portargli ricostruzione, assi­stenza, e transizione alla liber­tà.

In terzo luogo, l'Europa do­vrebbe lasciare da parte i suoi rinascenti nazionalismi, le patetiche velleità egemoniche di al­cuni Paesi, i suoi storici distin­guo, i suoi sospetti nei confron­ti dei disegni americani in Me­dio Oriente, e collaborare inve­ce attivamente alle iniziative volte a incoraggiare le riforme nel mondo arabo mediorienta­le.

Per fare proseliti, il terrori­smo fa leva anche sul degrado sociale. La cooperazione con gli Stati arabi e islamici - come noi esposti al rischio della desta­bilizzazione - è quindi essenzia­le.

Saprà, la vecchia Europa, rico­noscere i propri doveri, e vorrà adempiervi ? Che lo sappia, è impossibile dubitare. Che lo vo­glia è tutt'altro che certo.

Ma se così non accadrà, allora c'è da scommettere che quel Trattato costituzionale europeo che da qui a poco si firmerà a Roma non sarà solo macchinoso, sarà anche inefficace, non importa quanto imponente sarà la ceri­monia della firma, altisonanti i discorsi e impressionanti le ce­lebrazioni.

È accaduto di recen­te, alle elezioni, che l'Europa cercasse i suoi cittadini e non li trovasse. Se, sui temi fondamentali della difesa e della sicu­rezza, dove i cittadini cercano l'Europa, questa continuasse ad essere assente, il destino dell' Unione sarebbe gramo e il no­stro incerto.