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Economia e Finanza
Inserito il 12-9-2006  
Le verità nascoste sulla separazione Telecom-Tim
Oscar Giannino Vice Direttore Finanza&Mercati


Caro direttore,
Marco Tronchetti Provera ce l'ha messa nel sacco, ieri. Per l'ennesima volta, a dire la verità, visto che è la terza volta in cinque anni che cambia radicalmente le carte in tavola nella "sua" Telecom.

Tutta l'estate passata per l'ennesima volta coi media a scannarsi sulla Mediaset di Berlusconi, per decidere se espropriarla di una rete modificando la legge Gasparri, oppure se rendere il Cavaliere stesso incandidabile alle elezioni, modificando la legge Frartini sul conflitto d'interesse. Ma non una sola parola, su quanto bolliva nella pentola Telecom.

Tronchetti ha dato in esca ai media per mesi e mesi l'indiscrezione del suo incontro con il magnate australiano Rupert Murdoch, per far scatenare l'immaginazione su ulteriori sviluppi ancor più del suo megagruppo di tlc. Senza che nessuno osasse scrivere che in realtà Tronchetti lavorava alacremente allo smantellamento di quello che resterà negli annali come un colossale errore industriale e finanziario.

Riuscire a ottenere il silenzio pressoché assoluto è da maestri, quando si guida un gruppo che controlla la dorsale delle tlc strategica per il Paese e come tale considerata asset sensibile anche dalla Nato, quando si realizzano profitti per quasi 4 miliardi di euro l'anno, quando si controlla il 40% delle telefonia cellulare italiana. E soprattutto quando si è inquinato per anni la vita pubblica italiana con migliaia di intercettazioni illecite, su cui la Procura di Milano ha indagato per anni ma ha finora fatto cadere il silenzio.

Complimenti a Tronchetti, dunque. Dice assai poco anche lo scarno comunicato diramato ieri sera dopo il cda di Telecom. L'organo ha approvato all'unanimità l'opportunità di valorizzare al meglio la rete fissa e quella mobile della società, e dunque si procederà al loro scorporo.

È evidente che nessuna persona seria al mondo dovrebbe evitare di presentare un'operazione simile se non come l'estrema risorsa per far fronte a un fallimento di strategia. Duplice: finanziario e industriale.

Finanziario, per il semplice fatto che il prezzo pagato da Marco Tronchetti Provera cinque anni fa ai bresciani di Hopa per assicurarsi il controllo dell'azienda - oltre 4 euro per titolo - si è rivelato totalmente lunare. Complice l'esplosione della bolla Internet pochi mesi dopo, resta il fatto che l'errore c'è tutto ed è rimasto irrimediabile nel tempo.

Un errore industriale pagato molto caro

Il secondo errore è quello industriale: visto che meno di due anni fa, per far fronte al debito divenuto col tempo sempre più pressante, gli stessi azionisti di controllo di oggi si presentarono davanti a tutti gli altri azionisti sostenendo la bontà redentrice della sinergia tra telefonia fissa e mobile, unendo ciò che era diviso.

In realtà, fecero così solo per portare meglio in alto alla lunghissima catena di controllo, incorporando Tim in Telecom, il ricco cash flow che era la società dei telefonini soprattutto a generare. Era una mera emergenza finanziaria a ispirare la mossa, altroché sinergia industriale. E oggi, solo pochi mesi dopo, gli stessi controllanti e manager sostengono l'esatto opposto.

Scusate tanto ma ci siamo sbagliati, fisso e mobile sono due mondi separati, il futuro sta tutto nel fisso su cui passa la banda larga e i servizi-dati per le imprese, oltre all'offerta di Tv con protocollo Internet. Dunque si separa ciò che era stato unito: dopo aver speso ben 14 miliardi di euro per acquistare le azioni Tim sul mercato, per evitare che la quota di Telecom non fosse adeguata a procedere poi all'incorporazione.  Da allora, il tìtolo Telecom è sceso da 3 a 2 euro, e la cosa si giudica da sé.

L'ironia della sorte vuole che lo scorporo di fisso e mobile fosse stata già una delle proposte avanzate da Colaninno per fronteggiare al meglio il problema del debito successivo all'acquisizione: ma allora i giornali e la comunità finanziaria si mobilitarono ferocemente contro, Colannino venne sopravanzato dalle critiche e la proposta fu ritirata.

Che singolare contrasto, col totale e compiacente silenzio che Tronchetti Provera ha saputo costruire intorno alle proprie giravolte aziendali, militarizzando all'interno il proprio gruppo e ottenendo dai media italiani solo applausi e consensi grazie a una straordinaria abilità nel dosare massiccio advertising e brutali messe al bando, per chi ogni tanto ha osato criticare.

Ma, ancora una volta, anche oggi è la pura emergenza finanziaria, a dettare la scelta. Ma qui ancora il mercato non sa bene tutto ciò che c'è da sapere. Perché i casi, a stringere, sono due.

Pirelli e la catena di controllo sovrastante, governata con una spaventosa leva finanziaria dalla Sapa Tronchetti, si erano apparentemente messi in condizione di poter onorare anche le prossime uscite da Olimpia delle banche, dopo Hopa, e persino le conversioni di debito previste per Telecom l'anno prossimo.

Dunque, la prima ipotesi è che il debito Telecom fosse in realtà assai superiore, ai poco meno di 40 miliardi di euro dichiarati. Non ci sarebbe da stupirsi troppo: in tempi di tassi d'interesse che crescono, quando si ha un debito simile in pancia ci si copre a tutti i livelli possibili con derivati, e magari su qualcuno di questi ci si trova scoperti. Magari per altri miliardi, che nei libri contabili non risultano.

Fino a non poter più guardare per il sottile, se si è sbagliato il conto su tassi d'interesse: tanto vale dichiarare lo stop liability, come si chiama in gergo la zattera di salvataggio da debiti insostenibili pur in presenza di forti utili come avviene in Telecom.

E dunque, cedere la telefonia mobile agli stranieri - Telefonica la vedo in forse, tra un valore della società sui 15 miliardi e debiti per una ventina in più sarebbe un bell'esborso, meglio invece i fondi esteri di private equity, con intesta quel fondo Carlyle guidato da Marco De Benedetti che la Tim l'ha guidata per anni e domani potrebbe, chissà, rivenderla al padre.

Poi aprire la rete fissa all'ottemperanza delle condizioni di uso universale per tutti i concorrenti che da mesi l'Agcom chiede di adottare, sul modello di quanto è stato fatto per British Telecom in Gran Bretagna.

E infine rinchiudersi in un'altisonante terza scatola residua, la famosa "media company" che convoglierebbe i servizi commerciali di Telecom svolti su rete fissa per aprirsi alla mitica "convergenza" di tv, pc, film e dati che da ieri è la nuova parola d'ordine dei tronchettiani.

In effetti, ieri è stato annunciato l'accordo per cui la Fox dell'australiano Murdoch cede ad Alice - il portale di servizi Adsl di Telecom Italia - l'utilizzo della sua library cinematografica. Ma quando non si hanno contenuti in proprio, la media company si riduce a poca cosa, poco più che la capacità di offrire l'infrastruttura di trasporto e l'intermediazione col cliente.

Per avere un'idea basti il seguente particolare: a oggi il portale Alice, quanto di più simile alla "media company" c'è nell'intera pancia di Telecom Italia, vanta ricavi per una dozzina di milioni di euro l'anno: milioni di euro, non miliardi, avete letto bene.

La media company aperta a nuovi soci

Ora, a parte il fatto degli immensi problemi posti da chi comprerebbe la rete mobile - non ne resterebbe una sola sola in Italia su quattro, alla faccia dei grandi capitalisti italiani pronti a presentarsi come modelli di successo rispetto alla politica ingolfata - la ritirata di Tronchetti sarebbe una sconfitta epocale di per sé, di quelle da non potersi più presentare davanti a Financial Times e Wall Street journal con l'idea di essere il Gianni Agnelli della nuova Italia.

Ma c'è un altro caso. Quello in cui Tronchetti resti sì solo nella media company tanto per non smobilitare del tutto. Ma in realtà, azzerato o quasi il debito concentrandolo nella Tim cedenda, apra decisamente a terzi - bisogna sperare privati - anche il capitale della rete fissa, e con ciò Tronchetti sciolga pressoché definitivamente il vincolo che teneva Pirelli ancorata al pachiderma telefonico dai piedi d'argilla.

Al momento, fossimo soci di Telecom a cui venisse sottoposta in assemblea l'ennesima giravolta, ci verrebbe solo voglia di dire che chi ha già detto due volte in cinque anni cose tanto diverse e di tanto si è sbagliato, di credibilità ne ha pochissima se non zero.

E compreremmo azioni della Fastweb guidata da Stefano Parisi, che loro almeno la media company con offerte convergenti su rete fissa l'hanno già realizzata da anni, investendo su una rete a tecnologia decisamente più avanzata di quellaTelecom.


Libero del 12 settembre 2006