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Economia e Finanza
Inserito il 13-9-2006  
Per Telecom Prodi pianga pure, ma su se stesso.
Francesco Forte


Adesso si rischia che lo stato si debba ricomperare una quota di Telecom Italia, dopo averla privatizzata, mentre non si sa che cosa accadrà a Tim, la principale società di telefonia mobile, nella nazione occidentale con la maggior diffusione di telefoni cellulari.

Ciò mentre Omnitel, la seconda titolare italiana di licenze di telefonia mobile è stata venduta a Vodafone, per finanziare un acquisto (sfortunato) di Telecom Italia. Su queste macerie mediti Romano Prodi che non sa bene che pesci pigliare.

Penso che il nostro presidente del Consiglio dovrebbe recitare la frase di monsieur Dandin nella commedia di Moliére, “Georges Dandin, ovvero il marito infinocchiato" – ripete amaramente a se stesso – "lei lo ha voluto, lei se lo è proprio cercato, Georges Dandin”.

Solo che, a differenza della vicenda molieriana, qui non si tratta di corna e d’una faccenda privata, ma di una questione pubblica, che riguarda tutti gli italiani e che coinvolge una pesante responsabilità politica e di politica economica. Quella del politico infinocchiato, che ha anche infinocchiato l’Italia.

Non va dimenticato che gli italiani sinora hanno pagato piuttosto cara l’italianità di Telecom-Tim in quanto hanno dovuto accettare restrizioni alla concorrenza e tariffe di favore per il sostegno di questo gruppo che, fortemente indebitato, aveva e ha bisogno di un rilevante flusso di cassa. E questo sacrificio, in nome dell’interesse nazionale, ora rischia di rivelarsi vano.

Alle origini del disastro vi sono due errori di Prodi-Dandin.

Il primo è consistito nella privatizzazione di Telecom, compiuta da Prodi presidente del Consiglio, nell’ottobre del 1997 per 26 mila miliardi di lire (13 miliardi di euro) con controllo della famiglia Agnelli, la quale non solo non aveva la vocazione industriale per gestire un colosso della telefonia, ma non aveva neppure i capitali per i propri problemi nel settore dell’auto. Sicché effettuava una diversificazione che era destinata a fallire.

Assieme a ciò, c’è stata la distruzione di Italtel, un gioiello industriale ad alto contenuto tecnologico, cannibalizzato a favore di Siemens, mentre una parte piccola, ma non irrilevante per le residue speranze tecnologiche italiane, è rimasta in Telecom.

Le successive scalate del 1999 e del 2001 sono state caratterizzate dalla presenza di capitalisti senza capitali, ma politicamente ammanicati con la sinistra democristiana istruita più dal dio Mammona che da Giuseppe Dossetti, oppure con i Ds in versione neocapitalista e con gli ex azionisti camaleontici di Mediobanca.

Nel frattempo Telecom Italia comprava Telecom Serbia a un certo prezzo, poi Marco Tronchetti Provera, leader del gruppo attuale indebitato, la cedeva ai serbi a metà prezzo.

A monte di questo pasticcio c’è stata oltreché la distruzione di Italtel, anche quella di Italcable, unificata il 30 giugno 1994 in Telecom, assieme a Sip, Iritel, Telespazio e Sirm.

Che cosa è accaduto ai manager, ai tecnici, ai ricercatori, così trasmigrati? Che cosa è successo a questo patrimonio umano e culturale, prima “accorpato” nel corpaccio dell’Iri e poi destinato a cannibalizzazioni?

Parlare del destino dei lavoratori non è considerato tema di competenza degli economisti liberali-liberisti. Ma io sono un economista liberale-socialista, per di più craxiano (cioè dell’epoca di Craxi liberal socialista). Mi preoccupo dei valori.

E mi preoccupo della nostra economia e della vicenda dei lavoratori passati da un’impresa pubblica all’altra e poi da un’impresa privata all’altra, sinora imprese italiane, tutte di capitalisti senza denaro.

Ora forse potrebbero ritrovarsi, come proprietari dei fondi di investimento internazionali, forse gli spagnoli di Telefonica. In ogni caso, che in Telecom e Tim, anziché i media di Murdoch, ci possa essere la ricerca tecnologica, sembra sfuggire.

Comunque, non scarterei una cordata con i russi in minoranza. A loro piace entrare in occidente.


Il Foglio del 13 settembre 2006