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KGB
 
Inserito il 15-10-2004
KGB - 01 * Così il KGB cercò di reclutarmi: suite, caviale e il lusso di un bidet
Giancarlo Lehner


La testimonianza dell'esperienza personale e diretta fatta dallo storico e giornalista Giancarlo Lehner, durante i suoi soggiorni a Mosca come inviato dell'Avanti! e in seguito come studioso.


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Vassilij Mitrokhin ha raccontato la verità, nient’altro che la verità. Anzi, purtroppo, solo una parte.
E dico a Guzzanti ed alla sua Commissione di andare avanti con coraggio, senza guardare in faccia amici, colleghi e sodali, perché c’è ancora molto da portare alla luce.

Posso testimoniare in prima persona come, ancora negli anni Ottanta, il Kgb riservasse grandi attenzioni ai giornalisti italiani, trattati e leccati come bestie da circo da addomesticare.

I corrispondenti dell’”Unità”, da parte loro, venivano pagati lautamente, più del doppio del direttore della “Pravda”, direttamente dallo Stato sovietico, oltre l’appartamento, la mobilia, luce, gas, telefono, la segretaria, la professoressa di russo, le vacanze, i viaggi aerei, tutto ed anche di più a carico della Croce rossa e della Mezza luna sovietiche.

Per i “borghesi”, uno degli organismi addetti all’addomesticamento era la “Novosti”, una mastodontica agenzia di stampa, più grande del nostro ministero del Tesoro, suddivisa in una miriade di uffici di settore, ognuno diretto da uno strano binomio: un giornalista vero e proprio ed un ufficiale del Kgb.

Donne e lupi

Alle origini, la corruzione dei giornalisti (e non solo) avveniva attraverso bionde da capogiro, mazzette di denaro, privilegi vari, oppure permettendo loro di derubare il Paese dei Sovieti, portando via tappeti antichi, gioielli, diamanti ed icone di pregio.

Questo traffico da lupi fu interrotto bruscamente, nella prima stagione eltsiniana, quando venne finalmente bloccato alla frontiera e sequestrato un camion diretto in Italia. All’interno, c’era un patrimonio di oggetti antichi di grande pregio, illecitamente trafugati. Da noi, nessuno ebbe l’ardire di parlarne e magari di chiedere in giro, cosicché i destinatari di quel tesoro si risparmiarono la figuraccia. E magari qualcuno di loro ancora pontifica.

Vladimir Putin, quando e se vorrà, potrà fare i nomi dei ladri e dei lupi. Sotto Gorby, era soprattutto la “Novosti” a fare, in tutti i sensi, gli onori di casa.

Il fascino segreto del bidet

Nell’aprile 1989, tale agenzia si diede da fare per farmi avere una stanza nell’albergo “Ottobre”, residenza di lusso - c’era addirittura il bidet -, destinata esclusivamente ai dirigenti dei partiti fratelli.

Il direttore dell’albergo mi comunicò trionfalmente che era stata prescelta per me la camera che aveva ospitato i segretari del Pci. Non mi disse, però, quante microspie c’erano nella suite. Perché tante premure per un redattore dell’”Avanti!”, quotidiano che in Italia era letto da quattro gatti ?

Fatto è che lo leggevano e come quelli del Kgb , a tal punto che nel palazzone della “Novosti” scoprii un ufficio specializzato nell’analisi degli articoli del quotidiano socialista. Ma la sorpresa più grande fu quella di vedere ben ordinata e schedata l’intera serie de “Il vento dell’Est”, rubrica quotidiana che io firmavo “Slam” e che, in Italia, tutti pensavano fosse redatta dal mio grande inarrivabile direttore Antonio Ghirelli, il cui pseudonimo preferito era appunto “Slam”.

Ebbene, alla “Novosti”, tutti, anche gli uscieri, sapevano che lo “Slam” degli Esteri non era Ghirelli, ma il sottoscritto; la qualcosa lasciava presumere che nei dintorni dell’”Avanti!” si aggirasse una candida spia.
I miei corsivi sul Pcus ed i satelliti europei avevano suscitato qualche rimostranza, addirittura presso le Botteghe Oscure, ma anche all’interno del mio giornale, dove qualcuno mi disse, un po’ alterato, che con quei toni io compromettevo certi cordiali rapporti con le ambasciate delle “democrazie popolari”. Questo accadeva nel quotidiano dell’anticomunista Bettino Craxi…

Un pranzo al Cremlino

La “Novosti”, dunque, ci provò e di brutto anche con me. Mi coccolò e fioccarono anche gli inviti a pranzo, roba, mentre a Mosca i negozi erano vuoti, da stare con le gambe sotto la tavola per ore. Ebbi, inoltre, anche il privilegio di mangiare alla “mensa” del Cremlino. Stavo in guardia ormai, ma alla fine accettai, perché mi dissero che avrei potuto pagare di tasca mia. E così fu, solo che, avendo mangiato una palata di caviale e sette-otto filetti di salmone affumicato, più altri deliziosi stuzzichini, mi vidi presentare un conto corrispondente a circa 116 lire italiane del 1989.
Erano i normali prezzi per la nomenklatura.

Dunque, che volevano da me?
L’allora vicedirettore di “Trud”, la rivista dei sindacati sovietici, mi aveva già gelato il sangue, apostrofandomi: “Ah! Lei è socialista. Bene, bene, lo sa che io sono stato a stretto contatto con Pietro Nenni, uno dei più cari amici dell’Unione Sovietica… Spero che anche lei ci voglia così bene… Sa potrei raccontarle certi episodi su Nenni…”.
Sì anche Nenni, sino al 1956, prese soldi dal Pcus, e quello minacciava di rivelarlo.
In fondo, non si aspettavano la luna da me. Volevano semplicemente che l’”Avanti!” e Slam facessero soprattutto passare per buona la bufala della riformabilità del comunismo.

W Gorbaciov!

Avrei potuto cedere alle lusinghe, senza sentirmi in colpa, essendo io stesso ancora rintontito dal battage dei mass media italiani a proposito di perestroika e glasnost, se non avessi preso la brutta abitudine di andarmene a spasso per il centro di Mosca, a parlare con la gente comune, quella sempre munita di busta di plastica, nella speranza di veder spuntare una merce qualsivoglia da poter comprare e magari barattare.

Dall’homo sovieticus con busta, metafora di una catastrofe politica, economica, antropologica, scoprii che Gorby valeva meno di zero nell’opinione dei moscoviti, i quali lo consideravano solo un misero venditore di fumo.

Un accademico, Viktor Gaiduk, mentre facevamo insieme la fila per acquistare dei cetrioli freschi, mi spiegò che il povero Gorby non avrebbe potuto mai essere apprezzato, perché, oltre tutto, pronunciava il russo come, se non peggio, Ciriaco De Mita l’italiano.

L’ira del Kgb

Alla fine, delusi il Kgb, con una serie di articoli e in seguito addirittura un libro (Il giorno che sconvolse l’Urss, Roma 1990), che smontavano pezzo per pezzo la figura in realtà patetica di Gorbaciov. Anzi, profeticamente, indicai semmai in Eltsin il possibile uomo della svolta.

Non l’avessi mai scritto! Piombò in redazione, a Roma, in via Tomacelli, una capoccia della Novosti, in visita ufficiale in Italia, che mi ingiuriò come socialtraditore e socialfascista.
In altri tempi, mi avrebbe sparato.

Quasi contemporaneamente, era la vigilia del Natale 1990, agenti del Kgb fecero irruzione a Mosca nei 23 mq della mia futura suocera, alla ricerca di carte riservate “del noto giornalista anticomunista”. Non trovarono nulla, ma quella signora trascorse il Natale, piangendo sui mobili di truciolato distrutti.


Da Libero del 10 Ottobre 2004