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Terza Pagina
DE GASPERI SCONOSCIUTO
 
Inserito il 1-5-2005
Alcide De Gasperi, pio antisemita
Vittorio Ravà


Leggere i saggi di Alcide De Gasperi su "La quindicina in­ternazionale" mi ha fatto fare delle riflessioni: lo stile di De Gasperi è documentato, attento, raf­finato: senza trarre lui le conclu­sioni riesce a far passare dei con­cetti molto forti che hanno l'o­biettivo di far apparire gli ebrei come il male dell'umanità senza dir­lo.

A pagina 535, dice: «La liquida­zione delle fortune ebraiche allar­ga le prospettive degli affari per gli altri e i posti di avvocati e di medici rimasti vacanti aprono uno sfogo alle carriere».
Gli ebrei sono dipinti come co­loro che occupavano i posti di la­voro degli altri. Questa frase viene scritta dopo aver presentato il problema citando le corrispondenze da Vienna della Liberté di Friburgo in cui si accomunano gli ebrei ai cristiani sociali e in cui si afferma che le vittime del nuovo regime sono solo poche centinaia di migliala mentre gli ariani austriaci che traggono miglioramento dall'an­tisemitismo e dal regime sono più di 6 milioni.

Il rilancio della vita economica porta la sottoprefettu­ra di San Pòlten a passare da 10.000 disoccupati a zero grazie alla co­struzione dell'autostrada; il poli­tecnico di Vienna che era in deca­denza grazie al Reich ha i fondi per rilanciarsi; 1.200 maestri e professori austriaci trovano posto di la­voro nelle province nordiche gra­zie al Reich: l'antisemitismo è una politica necessaria di difesa economica imposta dalle condizioni ambientali del momento.

L'opera di De Gaperi va inserita nella cultura del momento, accanto ali' antisemitismo di cultura ita­liana per il quale negli anni del revisionismo storico la Dc ha sempre cercato di far passare gli italiani co­me i buoni e i tedeschi come i cat­tivi: in realtà sappiamo per certo che le leggi razziali italiane furono i molto più restrittive di quelle tedesche.

De Gasperi, quando affronta il problema del governo ungherese (documento 4), scrive che «Daranyi tenta di ri­durre l'ondata antisemita, origi­nata dalla reazione contro la preva­lenza degli Ebrei nelle attività commerciali e nelle arti liberali e alimentata e ingrossata dalla pro­paganda razzista, coi provvedi­menti legislativi del "numerus clausus", stabilendo cioè che gli Ebrei possano esercitare una pro­fessione solo fino ad una data per­centuale».

E aggiunge che «Secondo le stati­stiche del governo la proporzione degli Ebrei nel giornalismo era nel 1935 del 35,55 %, cioè sette volte la percentuale generale degli Ebrei, quella degli avvocati del 49,2%, dei medici privati del 78%, dei medici pubblici del 13,9% degli ingegneri del 30,4%. All'industria gli Ebrei partecipavano nella proporzione del 10%. Il progetto governativo prevede (...) si sforza di richiamar­si non a preconcetti razzisti, ma a ragioni di difesa economica e spiri­tuale del popolo magiaro».
L'utilizzo della maiuscola per gli ebrei è parte integrante della sua comunicazione: li tratta da nazio­ne a parte, non da popolo.

Da que­ste frasi si evince un modo statisti­co di comunicare l'antisemitismo come il bisogno di risolvere un' in­giustizia palese. Le quote degli ebrei nel giornalismo, nei mestieri di avvocati, ingegneri, e nella me­dicina, le professioni liberali per antonomasia, dovevano essere ri­portate per "giustizia sociale" ad un manuale Cancelli della popola­zione ghettizzandoli non al di so­pra del loro 5%. De Gasperi, con una abilità dialettica straordina­ria, scrive che questa legge fu giu­dicata insufficiente dagli antise­miti.

Di De Gasperi non se ne è parlato per 50 anni, ed ora, a 51 anni dalla sua scomparsa, la forza mediatica della televisione lo ha portato alla ribalta con la fiction interpretata da Fabrizio Gifuni.

I testi di De Gasperi vanno inseri­ti nel contesto storico del Vaticano e del suo atteggiamento nei con­fronti delle leggi razziali. La Dc del dopoguerra non ha fatto mai una Norimberga dell'antisemitismo cattolico e delle leggi razziali, anzi: nel momento in cui Giovanni XXIII ha fatto emergere questi problemi, una parte di loro ha la­vorato per occultarli. De Gasperi è figlio del cattolicesimo del suo tempo, quello anteriore a Giovan­ni XXIII e a Papa Wojtyla. Non bi­sogna scandalizzarsi del pensiero di De Gasperi, perché questo era il pensiero prevalente della Chiesa.

Sono i salti quantici fatti da Gio­vanni XXIII prima e da Giovanni Paolo II dopo ad aver cambiato l'atteggiamento e il comporta­mento della Chiesa: De Gasperi, questo De Gasperi, è semplice­mente l'espressione dell'antise­mitismo cattolico anteguerra che è durato fino all' avvento di Giovanni Paolo II, un antisemitismo che rie­sce ad essere antisemita senza pro­clamarlo, che lancia gli anatemi rispetto a quello che chiama lo "strapotere del mondo ebraico" senza dirlo e si esplica in quel pen­siero democristiano che è stato an­tigiudaico prima, antiisraeliano e filo arabo poi, come parte preva­lente della popolazione italiana.

Perché è solo adesso che ci si ver­gogna di essere antisemiti e chi lo è, lo è di nascosto: in quell' epoca c'e­ra perfino chi si vantava di esserlo e la Chiesa non aveva ancora fatto l'atto di scuse chiedendo perdono ai fratelli maggiori che ha fatto Giovanni Paolo II con la visita alla Sinagoga di Roma prima e il bi­glietto nel Muro del Pianto poi.


Da Libero del 28 aprile 2005