Il falco è il nostro simbolo in quanto sintesi del nostro sentire
Home page Chi siamo gli Amici Contattaci
 
User
Password
» Iscriviti
» Ricorda Password
 
Dossier
Ambiente e Scienza
Amici di penna
Attualità
Biblioteca
Economia e Finanza
Europa
Fuoco amico
Giustizia
Guzzanti's Corner
La Chiesa e l'Islam
La mia Africa
Le spine di Opunzia
Nel Mondo
Scuola e Università
Società e cultura
Terza Pagina
CINA - Mondo sconosciuto
 
Inserito il 17-4-2006
L'espansionismo cinese e i cattivi del mondo
di Piero Laporta


Sono essenzialmente due i pregiudizi consolidatisi nel tempo a proposito della Cina. Il primo fece da battistrada, il 10 novembre del 2001, all’ingresso di Pechino nell'Organizzazione mondiale del commercio (Omc). Si disse allora che l’apertura dei cinesi al capitalismo avrebbe avviato la Cina verso modelli occidentali.

Pechino, d’altro canto, aveva sottoscritto un accordo con gli Usa, il 21 settembre del 2001, per la cooperazione contro il terrorismo, sebbene proprio l’11 settembre, curiosa coincidenza, avesse siglato un altro accordo per la cooperazione tecnica ed economica con il governo talebano dell’Afghanistan. Accordi analoghi erano già operanti con Iran, Pakistan e Corea del Nord.

Due industrie cinesi, Zhongxing Telecom e Huawei Technologies, avevano assicurato nei due anni precedenti le telecomunicazioni dei talebani. La Huawei Technologies aveva realizzato il sistema di comunicazioni in fibre ottiche dell’Iraq di Saddam Hussein.

Non erano gli unici segnali poco rassicuranti che avevano preceduto ed accompagnato l’ingresso nell'Omc.

Ben più preoccupante doveva essere la quantità di casi di spionaggio industriale e militare, concorrenza sleale, furti di brevetti, oltre al rifornimento, come abbiamo già detto, di armi e sofisticate tecnologie militari ai paesi meno racomandabili.

Sul piano interno ricorreva la violazione dei diritti umani più elementari, come la libertà di associazione, di espressione, di religione, senza dimenticare le condizioni di sfruttamento bestiali dei lavoriatori e dei minori. Tutte queste gravi violazioni sono state largamente accertate e documentate dalle Nazioni Unite e da tutte le più accreditate organizzazioni non governative.

Poco o nulla è migliorato nel frattempo, dopo l’ingresso nell'Omc, anzi, circa i diritti umani, le condizioni sono peggiorate sensibilmente, come hanno dimostrato le retate di dissidenti politici e religiosi, alla vigilia del viaggio di George Bush a Pechino.

In quanto alle congetture circa una redenzione del sistema cinese attraverso i "vasi comunicanti" del web, si sta piuttosto materializzando un preoccupante adattamento delle norme della rete alle esigenze di repressione interna cinese.

La stessa Omc, pochi giorni fa, ha riconosciuto che dopo l’ingresso della Cina nel sodalizio internazionale, la lotta alla povertà segna il passo e tre quarti della popolazione rurale ha visto precipitare le proprie disponibilità economiche, mentre settecento milioni di persone, cioè il quarantasette per cento della popolazione, vive con meno di due dollari al giorno.

Il significato di queste cifre sconfortanti si fa più chiaro, quando si ricordino le vertiginose crescite del prodotto interno lordo, prossimo al dieci per cento annuo, e le incognite di una spesa militare ufficialmente di 67 miliardi di dollari, che esige molta prudenza per accreditare un tale dato, se si tiene presente che il costo del lavoro è infimo e le produzioni interne di materiali bellici e forniture militari sono praticamente incontrollabili.

In tale contesto giova sottolineare l’autocensura collettiva con la quale in Italia si continua a ignorare che il 22 marzo 2005, due movimenti di dissidenti, "Tienanmen 1989" e "Madri di Tienanmen", con una petizione sottoscritta da 500 coraggiosissimi cinesi, hanno chiesto al presidente della Commissione europea, José Manuel Barroso, ed all’Alto Rappresentante Ue per la politica estera e di sicurezza, Javier Solana, di mantenere l'embargo sulle armi alla Cina, finché essa non libererà tutti i dissidenti incarcerati e non darà corso a leggi che garantiscano i diritti umani.

La petizione non ha ricevuto risposta ed il Parlamento cinese ha respinto l’ipotesi di ratificare la Convenzione internazionale sui diritti civili e politici. Questa contrarietà al rispetto dei diritti umani non ha riflessi solo sul piano interno, come vedremo.

La seconda illusione collettiva, ben più pericolosa della precedente, è quella che accredita alla Cina una tenace volontà di rimanere nei propri confini a curare nient’altro che i propri lucrosi affari.

A parte il fatto che un tale modo di porsi, quando si è il secondo consumatore mondiale di petrolio, è semplicemente impossibile, oggi, in particolare, la Cina è presente in tutta l’Africa centrale ed occorre capire che cosa vi sta facendo, allo scopo di procurarsi tutto il petrolio di cui ha necessità. Un quarto delle importazioni di petrolio per la Cina giungono dall’Africa. Pechino ha interessi petroliferi consolidati in Algeria, Angola, Ciad e Sudan, mentre cresce la penetrazione cinese in Guinea meridionale, Gabon e Nigeria.

La presenza dilagante della Cina in Sudan è uno degli aspetti di maggiore importanza per gli equilibri strategici nei prossimi anni, sul quale vogliamo soffermarci.

Le relazioni fra la Cina ed il Sudan ebbero un'accelerazione nel 1995, quando gli Stati Uniti inclusero il Sudan nella lista degli stati sostenitori del terrorismo. In quell’anno le compagnie petrolifere cinesi inziarono le prospezioni e Pechino divenne il massimo partner commerciale di Khartoum.

L’inizio dello sfruttamento dei pozzi cominciò due anni dopo e, grazie alla Compagnia Petrolifera Nazionale cinese – Cnpc (China National Petroleum Corporation) Pechino importa la metà del petrolio sudanese, possedendo il quaranta per cento della Greater Nile Petroleum Operating Company che aspira ogni giorno oltre trecentomila barili di petrolio sudanese, il cui trasporto potrà presto realizzarsi con la pipeline di 1500 chilometri, posata dalla società cinese Sinopec, per giungere a Porto Sudan, sul Mar Rosso, dove la Petroleum Engineering Construction Group, di Pechino, costruisce il terminal. Nello stesso porto albergano le navi da guerra iraniane.

Pechino ha un ruolo attivo nel genocidio perpetrato dal governo del Sudan ai danni delle popolazioni di religione musulmana del Darfur, al confine con il Ciad e con la Repubblica Centrafricana. Non è dunque una guerra di religione nel Darfur, ma un conflitto originariamente tribale, fra i nomadi arabi e le popolazioni sedentarie autoctone, pacifiche e dedite all’agricoltura.

La scoperta di ricchi giacimenti (ferro, zinco e gas naturali) nel Darfur, da parte delle società cinesi, ha segnato una spiralizzazione del conflitto, la cui soluzione non è affatto prossima, mentre le stragi continuano e fanno sì che la fame, le malattie e gli spostamenti forzati segnino lo sterminio di una popolazione che un tempo non lontano era di sei milioni d'individui.

L'esercito del Sudan scorta i Janjaweed ai luoghi dei massacri o li precede mitragliando e bombardando con l’aviazione. Poi segue il lavoro sporco dei Janjaweed, che distruggono ogni villaggio ed ogni essere umano che incontrano. Quelli che non muoiono per loro mano vengono ridotti in schiavitù, asserviti nelle forme più bestiali ed inumane.

Il conflitto nel Darfur non ha nulla a che vedere con il processo di pacificazione in corso a sud, mediante il Comprehensive Peace Agreement (Cpa), firmato dal governo islamico del Sudan e dal Movimento di Liberazione del Popolo Sudanese (Sudanese People’s Liberation Movement - Splm).

Questa pacificazione, finanziata in massima parte dagli Usa, è convenuta al Sudan, vista la combattività delle tribù meridionali, cristiane ed animiste. Per gennaio è previsto un congresso dell’Unione Africana a Khartoum, ma si parlerà solo del processo di pace a sud, del Cpa, mentre si dimenticherà il Darfur.

La Cina finora ha impedito che il Consiglio di Sicurezza dell’Onu adottasse, come gli Usa volevano, delle sanzioni a carico del governo di Khartoum.

In questo modo, la presenza cinese in Africa si caratterizza per una politica che, anche all’estero, non solo quindi sul piano interno, è fondata sulla negazione dei diritti umani e sulla complicità attiva con un regime sanguinario, operando quindi ancora più profondamente contro gli interessi delle democrazie, utilizzando una vasta potenza economica e militare, la disponibilità delle quali è subordinata alla oppressione della stessa popolazione cinese. Una tale condotta aggressiva ed inumana verso la propria e le altrui popolazioni non può che annunciare tempi peggiori di quelli correnti.


Dal sito www.servizi-italiani.net - Atlantide