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CINA - Mondo sconosciuto
 
Inserito il 30-6-2006
Cina: assieme all'economia, cresce la potenza militare
Piero Laporta


Può apparire stravagante parlare di Cina, inaugurando la rubrica "Atlantide", che fa esplicito riferimento all'Atlantico, appunto, luogo deputato alla sicurezza dell'Europa. Siamo tuttora convinti che la sicurezza dell'Europa sia ancora in quel ponte d'acqua di quattromilaottocento chilometri che unisce (o divide, com'è nei retropensieri di molti) Vecchio continente e Stati Uniti.

Osserviamo tuttavia che, collegatasi a sua volta la sicurezza degli Usa a Pechino, anche quella di noi europei, per un'elementare proprietà transitiva, è influenzata dalla Grande Muraglia.

La sicurezza degli Usa collegata a Pechino? Già, il punto è proprio questo; vediamo di illuminarne qualche aspetto.

La Guerra Fredda, con tutte le sfumature cangianti in oltre mezzo secolo di confronto, era a suo modo meno insidiosa della situazione attuale. Da un lato c'era l'Unione sovietica con i suoi satelliti, dall'altro gli Usa con i loro sistemi di alleanze regionali, la Nato in primo luogo.

I rispettivi sistemi economici, pur interagendo mediante importazioni ed esportazioni reciproche, rimanevano separati sia perché materiali e produzioni strategiche erano coinvolti marginalmente, sia perché separati rimasero sostanzialmente i due sistemi finanziari.

Dal punto di vista strategico militare vigeva una separazione ancora più netta.

L'Urss, basandosi sulla dottrina staliniana della guerra, convergeva tutte le proprie risorse sullo scopo di alimentare lo strumento militare.

Fra gli anni '70 e fino al crollo, Mosca tenne sul piede di guerra una macchina di sei milioni di uomini, che necessitava di equipaggiamenti, mezzi, armi e logistiche continuamente rinnovati ed alimentati, in attesa che arrivasse "l'ora X", per scattare in avanti ed invadere l'Europa dal Circolo polare artico al Mediterraneo e, in profondità, fino alle coste atlantiche.

Chi pagava tutto questo? Il popolo dell'Urss e quelli dei paesi satelliti, costretti a una condizione di povertà estrema per dare benzina a quell'enorme macchina, tenuta per decenni col motore sempre acceso e su di giri, ma immobile, in attesa di un ordine d'attacco che non arrivò mai.

Sull'altro versante erano gli Usa e i paesi occidentali, più o meno consapevoli del pericolo, che continuavano normalmente la loro vita, proteggendosi con forze militari di gran lunga inferiori a quelle sovietiche, facendo conto sui meccanismi di alleanza, sul vantaggio tecnologico e sulle peculiarità delle dottrine difensive.

Dopo aver tenuto per mezzo secolo la macchina ferma e il motore fuori giri, il sistema sovietico si fuse al primo confronto strategico serio, grazie agli euromissili ed alla "Iniziativa di Difesa Strategica" (Sdi, detta "Guerre stellari"), la quale ultima, imponendo nuovi e considerevoli investimenti, trovò l'economia sovietica impreparata e pronta a collassare, come di fatto avvenne in meno di tre anni.

La situazione con la Cina è del tutto differente e, in un certo qual modo, Pechino ribalta la dottrina strategica sovietica, facendo convergere il massimo sforzo sul potenziale economico finanziario, lasciando lo strumento militare ben dissimulato dietro le linee economiche, ma non per questo meno pericolosamente presente nella strategia complessiva di un nuovo confronto Est-Ovest, che tutti negano vi sia, ma nei fatti è sempre più evidente e preoccupante.

Il celebre motto di Theodore Roosevelt "Speak softly and carry a big stick" è oggi la dottrina di Pechino, che non perde occasione di dichiararsi disponibile alla piena integrazione economica, ma alle sue condizioni, mentre il "bastone militare" s'irrobustisce senza sosta, pur se nascosto accuratamente.

Le spese militari della Cina sono circonfuse da una reticenza preoccupante e non da oggi.

Nel 1995 il bilancio ufficiale delle spese militari era 7,5 miliardi di dollari, la Us Arms Control and Disarmament Agency stimava invece che la spesa militare fosse di 63,5 miliardi di dollari, sette od otto volte più di quanto dichiarato.

Negli anni successivi è andata esattamente allo stesso modo e nell'anno corrente, a fronte d'una spesa dichiarata di 30 miliardi di dollari, si stima che il bilancio militare superi i 150 miliardi di dollari, dedicando alle spese del personale meno di un terzo, grazie ai salari mediamente bassissimi in tutta la Cina, che influiscono nel calmierare anche quelli dei militari, sebbene privilegiati rispetto alle altre classi sociali.

 La Rand Corporation prevede che il bilancio militare cinese raggiungerà entro il 2025 i 185 miliardi di dollari. Senza entrare nel dettaglio del potenziamento militare cinese, si può dire che esso è analogo allo sforzo pure poderoso che l'Urss mise in atto dopo la crisi di Cuba per dotarsi di un sistema integrato, convenzionale e nucleare - terrestre, aereo e marittimo - col quale avrebbe minacciato seriamente l'Occidente per il ventennio successivo.

In questa fase intermedia, le tecnologie militari cinesi non sono all'avanguardia, ma vi è un disegno di Pechino per ottenere dalla Russia nuove tecnologie militari, in cambio di denaro fresco e in contanti: una risorsa abbondante nelle banche della Rpc e scarsa dalle parti di Mosca.

Durante l'esercitazione "Missione di Pace 2005", condotta congiuntamente da forze terrestri, aeree e navali russe e cinesi, Mosca non ha mancato di mettere in vetrina il meglio dei suoi arsenali, come ad esempio i bombardieri a lungo raggio, con capacità di lancio di missili da crociera, la cui disponibilità consentirebbe alla Cina di contrastare le flotte statunitensi nel Pacifico e a ridosso del mar della Cina.

Un aspetto spesso sottovalutato dagli osservatori occidentali è la quantità di uomini alle armi.

In Cina è tuttora vigente il servizio di leva, mediante il quale sono incorporati tre milioni di uomini, controllati da una disciplina ferrea e sottoposti a un regime di leggi e tribunali speciali che realizzano una giurisdizione militare del tutto separata dal resto del paese.

In questo modo l'esercito, come si è visto nel 1989 nella famigerata piazza Tien-an-Men, è contemporaneamente impiegabile verso l'esterno ed in funzione di polizia interna.

L'incremento da tre a sei milioni di armati avviene praticamente in un giorno, mentre poco di più è richiesto per decuplicare il dispositivo. Il sistema di mobilitazione, infine, consente di portare il dispositivo militare fino 300 milioni di individui.

Questi numeri evocano nella mente d'un occidentale problemi logistici colossali che renderebbero inverosimile la loro pratica realizzabilità.

In realtà la dirigenza d'un paese come la Cina, che ogni giorno necessita di un volume di riso pari a un treno di 5000 vagoni, è abituata da sempre a muovere e impiegare masse enormi di uomini e materiali, con l'intesa che gli uomini siano docilissimi alla disciplina e i materiali siano prodotti da una forza lavoro dal minimo costo (oggi il costo medio orario della mano d'opera è meno di un dollaro) ed impiegati con la massima parsimonia.

Ne scaturisce un paese che, oltre alla inquietante reticenza sulle spese militari, sfoggia una nomenklatura che esercita un dominio su grandi masse di uomini - pieno, profondo ed incontrollato - di gran lunga più potente di quello già terribile che esercitava il potere sovietico.

In questo modo "fabbrica" e "caserma" sono due facce d'una medesima moneta, offerta all'Occidente, dissimulando le ambizioni militari e piuttosto ostentando un'organizzazione del lavoro basata su una giornata lavorativa che ha come unico limite le poche indispensabili ore di sonno dei lavoratori, in una settimana di sette giorni, in un anno con non più d'una dozzina di giorni di vacanza, in una precarietà totale e docilmente subìta, per le malattie, gli infortuni e gli eventi irreparabili che portano inevitabilmente al licenziamento dell'operaio, avendosi una offerta di forza lavoro praticamente inestinguibile.

Così il lavoro cinese diventa un'irresistibile calamita per l'imprenditore occidentale, perché deve fronteggiare la concorrenza o perché vuole semplicemente sfruttare questa abbondanza di braccia a buon mercato.

Insomma, il paradosso, dopo la fragorosa rovina del Muro, è che l'imprenditore occidentale scopertosi anarco-liberale, ribelle a qualunque regola del mercato che non sia il mercato medesimo, ha trovato il suo paradiso nell'ultimo Eden comunista, dove la Nomenklatura è ben felice di attirare capitale occidentale in cambio di braccia instancabili e a buon mercato.

Quando noi accettiamo questo, per forza di cose i nostri sistemi di produzione non sono più concorrenziali e, mentre neghiamo in radice i principi che abbiamo difeso e formato in tre secoli, questo non avvantaggia la nostra economia bensì quella cinese e, allo stesso tempo, propizia il suo imminente strapotere militare.

In fondo a tutto questo processo si intravede un disordine contro il quale sono rimasti solo gli Usa - e con risorse sempre più vulnerabili - a tentare un'azione di contrasto spesso ondivaga.

L'Europa, tuttora incapace di garantirsi la propria sicurezza, pare indifferente a quanto le accade intorno, quando non avversa alle sorti degli Usa. Non è un viatico rassicurante per il futuro che incombe sull'Atlantide.