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REPORTAGE SULLA PALESTINA
 
Inserito il 11-8-2006
L'inferno dei palestinesi è tutta opera degli arabi.
Francesco Ruggeri


Nei campi  vive più di un milione di profughi. In condizioni disumane, senza diritti e strumentalizzati dagli estremisti.

Affermano di combattere Israele perché hanno a cuore la sorte dei palestrinesi. Ma poi, quei quasi 5 milioni di rifugiati dalla Palestina ospitati in oltre 60 campi nei loro territori, li trattano come peggio non si potrebbe. Facendoli crepare a fuoco lento, senza i più elementari diritti o la minima assistenza, all'interno di veri lager etnici.

E' la prova regina di come i Paesi arabi strumentalizzino la causa palestinese per mero calcolo politico.

E proprio il Libano degli Hezbollah al governo, che in questi giorni di guerra si ergono a eroici paladini della battaglia antisionista, è l'osservatorio più adatto per verificarlo. Denunciando uno scandalo umanitario con pochi eguali nella storia, eppure del tutto ignorato dai grandi media. Ai quali non fa comodo riconoscere la semplice quanto tragica realtà.

Ossia il fatto che il mondo islamico, lungi dal puntare a una soluzione, mira a mantenere sempre vivo e scottante il problema palestinese, al fine di perpetuare la lotta identi-taria contro Israele e l'Occidente suo alleato.

La strage

«Ma Shatila esiste ancora?». Sta tutto in una domanda apparentemente ingenua, lo stupore del cronista che aveva relegato alla mitica strage degli anni '80 la memoria dei campi profughi palestinesi di Beirut.

Ebbene Sabra non c'è più, ma Shatila purtroppo esiste eccome, appollaiata dal 1949 su una pendice montagnosa a sud della Capitale. E insieme ad essa, sul territorio libanese, altri 11 campi di sfollati dalla Palestina in seguito ai conflitti arabo israeliani del 1948 e del 1967.

Le persone ufficialmente registrate sono 405.425, il 10% della popolazione libanese. Solo intomo a Beirut ce ne sono altri 4, Mar Elias, Burj Barainej, Dikwaneh e Dbayeh. I campi del Libano sono considerati i peggiori di tutto il Medio Oriente. E i motivi non mancano.

Il governo libanese non ha mai concesso ai disperati musulmani in fuga dalla Galilea alcun diritto civile né sociale. Niente cittadinanza né naturalizzazione, benché risiedano nel Paese da ormai molti decenni. Addirittura le autorità proibiscono da sempre ai rifugiati palestinesi ogni accesso al sistema sanitario nazionale, che pure è aperto a tutti gli altri gruppi di immigrati stranieri. Al pari dell'educazione nelle scuole statali.

Inoltre agli sfollati sono interdette per legge 73 categorie di mestieri (da medicina a legge a ingegneria), in pratica qualunque lavoro stabile e decente. Si aggiunga che chi vive nei campi non può avere proprietà privata né possedere la terra.

E che dal 1998 in diversi insediamenti specie nel sud, il governo vieta l'ingresso di materiale da costruzione con cui riparare i fatiscenti rifugi di fortuna "temporanei". In cui si sopravvive ammassati come bestie. Tra i liquidi fognari e di scolo che scorrono a cielo aperto nel labirinto dei viottoli, e l'acqua non potabile gentilmente fornita dalle municipalità locali.

Fino a qualche settimana fa il contrasto con la way of life del "nuovo" Libano era ancora più stridente.

Da un lato la Beirut dei bon vivant, quella che faceva l'alba a mangiare hummus al Riviera club o nei freschi resort vicino ai monti Shouf. Quella del vetrine del made in Italy (da Bulgari in giù) attorno alla piazza dei Martiri, dei disco-night nel sobborgo di Jounieh, dell'American University.

O delle onnipresenti banche, da Byblos a Blom e delle torri da 40 piani. Una seconda Dubai in nuce, che attraeva emiri e nababbi da tutta la regione, con gli appuntamenti fissi per il bel mondo: l'International superyacht show in tarda primavera, le sfilate di moda del Beirut fashion a settembre, o la mostra mercato di gioielleria, di livello mondiale. Insomma una città che fremeva per riconquistare lo scettro perduto di Montecarlo del Medio Oriente, fra trasgressioni e pacchianità.

Inferno in terra

Niente di più lontano dall'Inferno dantesco dei palestinesi segregati ai margini della metropoli. Ad occuparsi di loro nemmeno gli Hezbollah.

Eppure il palinsesto di Al Manar, la tv del "Partito di Dio", sembrava monopolizzato dall'ossessione palestinese: i quiz che portavano alla conquista virtuale di Gerusalemme, le fiction sui Protocolli di Sion, gli show sui martiri kamikaze. Tutto fumo.

Non risulta che neppure uno dei 25 deputati di Hezbollah nel nuovo Parlamento abbia imposto all'ordine del giorno la vergognosa pratica dei campi profughi, malgrado innumerevoli segnalazioni da parte dei comitati popolari.

Se si tratta di comprare armi e missili per colpire Israele i fondi non mancano, e gli sponsor iraniani e siriani si fanno in quattro, ma quando c'è da acquistare pane o rifare un tetto, la fratellanza coi palestinesi svanisce.

E la famosa rete sociale messa in piedi per i poveri del Libano dal partito di Nasrallah? Tutto riservato a quel 40% di sciiti del Paese, dalle cliniche alle scuole. E i palestinesi com'è noto sciiti non sono.

Non a caso, prima di quest'ultima guerra, nei campi profughi le critiche verso le mancanze di Hezbollah erano molto forti. La conferma arriva da una volontaria dell'Ong locale Naideh.

Le stragi sunnite ai danni degli sciiti iracheni avevano anche approfondito il solco, trasformando le enclavi dei rifugiati in terreno di caccia per i reclutateli di Al Qaeda. Non è da escludere che la stessa escalation anti israeliana degli Hezbollah sia stato un mezzo per arginare la concorrenza.

Ora a Shatila sono tornati a gracchiare gli altoparlanti col vocione nasale di Nasrallah. Ed è un paradosso. Perché nessuno più dei guerriglieri filo khomeinisti ha interesse a mantenere aperta la ferita dei campi: finché resterà viva l'utopia del ritorno dei profughi in Palestina, la pace con Israele non si farà, e il fiume di denari da Tehran e Damasco continuerà a scorrere.

Topaie malsane

Le conseguenze di un tale inganno ideologico ricadono proprio su posti come Shatila, rappresentativo della stragrande maggioranza degli altri campi nel mondo arabo.

Gli "ospiti" qui sono 12.235. E il trattamento non è a 5 stelle.

I rifugi, spesso costruiti negli anni '30 dai francesi per gli armeni, son casupole diroccate di una stanza o due col tetto fatto da ondulati di zinco (cancerogeno), tenuto fermo da pietre o copertoni. All'interno filtra la pioggia, si arrostisce d'estate e si ghiaccia d'inverno. Mentre la luce solare non passa.

Il sovraffollamento (fino a 18 persone in pochi metri) ha reso l'area un dedalo malsano di vani pericolanti ricavati man mano che le famiglie crescevano. Ammassati gli uni sugli altri come in un formicaio.

Anche entrare in casa diventa un'acrobazia. Si dorme per terra o in bilico tra i divisori. Le nuove coppie non si possono sposare, né consumare il matrimonio per mancanza di spazio e privacy. Aggiungere una nuova camera costa 7000 dollari. Lo sviluppo di incendi è frequente, data la concentrazione di bombole del gas in spazi angusti. I fili di quel minimo di corrente che arriva per poche ore e non tutti i dì, penzolano senza protezione sulle teste dei bambini, che fingono di giocare, a mani vuote, fra strettoie e vicoli.

Non esiste un sistema fognario: l'acqua sporca scola attraverso le misere straducole. Ovvio che la mortalità infantile sia 35 per mille, e fino all'85% dei bambini siano infettati da Ascaris e parassiti intestinali.

Anche perché il municipio di Beirut non fornisce acqua potabile e la spazzatura si ammonticchia finché qualcuno non provvede a bruciarla in loco, sprigionando fumi nocivi.

Diarrea, disidratazione e malnutrizione sono compagni fedeli, specie per donne, vecchi e disabili. Quasi tutti sono disoccupati. I più fortunati vendono fagioli o caffè da ambulanti nel campo, suonano l'oud a qualche matrimonio o lavorano da manovali per un rifugio da rabberciare, ma sempre nella cerchia del campo. Alcune donne cuciono abiti tradizionali o lavano su commissione. Gli unici a dare un minimo di aiuto a questi disperati sono gli uomini dell'Unrwa, l'agenzia storica Onu per i rifugiati palestinesi.

Ma solo il 5,8% di questi percepisce ogni 3 mesi una food ration contenente farina, riso, zucchero, olio, latte in polvere e lenticchie. E non appena un parente, anche lontano, compie 18 anni, chissà perché il sostegno è revocato. Vestiti, acqua potabile e prestiti a fondo perduto vengono invece concessi solo in caso di incendio della propria stamberga.

Come l'apartheid

I rifugiati Palestinesi in simili condizioni sono 4.375.050 solo tra Libano, Paesi vicini e "territori". 1.306.191 di essi vivono stabilmente nei 59 campi ufficiali: 116.253 in Siria, 316.549 in Giordania, 474.130 a Gaza e 185.121 in Cisgiordania. Ma molti altri sono "ospitati" in Arabia saudita (274.762), Egitto (48.784), Kuwait (37.696), altri Stati del Golfo (105.578), Iraq (90.000), Libia (8500), Algeria e Tunisia (5544). In condizioni non meno scandalose.

Ad esempio i ricchi sauditi concedono la cittadinanza a tutti gli immigrati con oltre 10 anni di permanenza, meno che ai palestinesi: a loro la legge non si applica in ossequio alla disposizione della Lega araba di «evitare la dissoluzione della loro identità e proteggerne il diritto di ritorno in patria».

L'unico Paese a concedergli di definirsi cittadini sembrerebbe la Giordania. Salvo un dettaglio galeotto: nel 1988 il "liberale" re Hussein padre cancellò il diritto al doppio passaporto (palestinese e giordano), e di recente il rilascio di passaporti per recarsi in Cisgiordania è stato ristretto al solo transito, pena la revoca.

Il popolo dei campi

A conti fatti, gli sfollati superano di gran lunga quanti sono rimasti in patria. Il vero popolo palestinese sono dunque loro. Ma i confratelli islamici sono troppo impegnati a cavalcare una causa astratta, per accorgersi delle persone in carne ed ossa.

Poi, per tacitare le proprie coscienze, raccontano al mondo l'ipocrita favoletta del ritorno glorioso. Citando come un versetto sacro la risoluzione Onu 194 del 1948: «...che i rifugiati ritornino alle loro case al più presto possibile, e siano compensati per la proprietà perduta...».

Come fare a sopravvivere fino a quel giorno però non lo dicono. E di anni, per i condannati al girone dei profughi, ne son già passati cinquantotto.


Libero del 6 agosto 2006