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REPORTAGE SULLA PALESTINA
 
Inserito il 11-8-2006
Palestinesi alla fame ? L'Islam non dà un soldo
Francesco Ruggeri


Gli aiuti ai profughi che arrivano dall'insieme dei Paesi musulmani non supera lo 0,5% del totale, meno di quanto dona il solo Lussemburgo

Ogni anno l'Iran versa 100 milioni di dollari nelle casse degli Hezbollah, al presunto scopo di sostenerne la lotta (armata) in favore del popolo palestinese. Contemporaneamente, però, alla pletora di rifugiati dalla Palestina sparsi per tutto il mondo arabo il regime di Teheran non elargisce nemmeno un singolo euro.

Fosse per gli Ayatollah, quei 5 milioni di povere "vittime del sionismo" di cui si dichiarano paladini, sarebbero morte di fame da tempo. E lo stesso dicasi per gli altri grandi Paesi musulmani: dall'intero mondo islamico giunge un simbolico 0,5% degli aiuti internazionali distribuiti dall'Onu e indispensabili a tenere in vita i profughi della diaspora.

Meno dell'Italia

Sembra incredibile, ma l'insieme di tutti i Paesi arabi dona meno del minuscolo Lussemburgo o della sola Italia. Fortuna che di garantire un minimo di aiuti e servizi di stretta necessità si preoccupa il "satana" occidentale, Israele incluso, staccando ogni 12 mesi un provvidenziale assegno da oltre 500 milioni di dollari.

Ecco dunque a chi devono la propria sopravvivenza i disperati dei campi Unrwa, altro che agli Hezbollah e ai loro sponsor occulti. I quali, dando il via alla guerra di quest'estate, sono per giunta riusciti nel non facile intento di peggiorarne ulteriormente la condizione.

Nei campi del Libano infatti, specie nel sud, è in atto un paradossale afflusso di nuovi sfollati libanesi doc, fuggiti dai villaggi bombardati. In cerca di riparo, indovinate un po', proprio nei campi dei palestinesi ignorati fino a pochi giorni prima. Provocando così un drastico calo dei già miseri mezzi a disposizione degli "ospiti" fissi.

Dal palazzo di vetro han già stanziato altri 155 milioni straordinari per gestire l'emergenza. Tanto alla fine paga sempre il Pantalone occidentale.

L'agenzia delle Nazioni Unite incaricata di fornire assistenza ai palestinesi dei 59 campi profughi ufficiali si chiama Unrwa, acronimo di United nations relief and works agency for Palestine refugees in the near east.

La sua missione sarebbe quella di assicurare cibo, medicine, un'istruzione di base e un tetto sulla testa almeno alle famiglie che non hanno alcuna entrata finanziaria. In realtà le ration card, con cui ricevere ogni tre mesi 50 kg di farina, 5 di riso, 5 di zucchero, 2 di olio, 1 di latte in polvere e 5 di lenticchie, sono riservate solo al 5,8% dei rifugiati totali, 46.235 su 430.000 nel Libano.

Quanto all'infima qualità dell'alloggio e delle "utilities", la prima puntata della nostra inchiesta ha già detto abbastanza.

D'altronde l'Unrwa fa già miracoli. Mantenere in Medio Oriente un personale di 27.000 unità (2629 solo in Libano) non è semplice e i fondi sono quel che sono. Anzi, dato il tipico boom demografico palestinese che caratterizza anche la popolazione dei campi, la spesa media annua per rifugiato si è andata riducendo da una media di 200 dollari nel 1975 agli attuali 70, con punte di 136 per i casi critici e soltanto 15 per tutti gli altri.

Come si faccia a tirare avanti con l'equivalente di 10 euro l'anno o se va bene con 50, resta un mistero anche per quest'angolo di terzo mondo. E tuttavia le più potenti tra le nazioni islamiche ritengono di non dover sborsare nemmeno un centesimo.

Tra i governi mediorientali, africani e asiatici che nel 2005 non hanno corrisposto all'Unrwa alcun contributo, figurano - oltre all'Iran - Pakistan, Egitto, Nigeria, Libia, Algeria, Marocco, Sudan, Oman, Maldive, e financo il più popoloso Stato islamico del globo (220 milioni di abitanti), l'Indonesia.

Ai quali si sono aggiunti nel 2006 il Qatar e l'Arabia Saudita, che nel 2005 aveva sì donato 20 milioni di dollari per la Palestina, ma non a vantaggio dei rifugiati, bensì nell'ambito di un "appello d'emergenza" a nome dell'esecutivo di Abu Mazen per l'amministrazione di Gaza e Cisgiordania.

Assenti giustificati per ragioni belliche o post belliche risultano poi l'Iraq, l'Afghanistan, lo Sri Lanka, la Bosnia e il corno d'Africa (Somalia, Eritrea, Etiopia). Diverso il caso della Palestina, che pur dichiarando di versare 3,4 milioni in un biennio, non si può considerare un Paese donatore, in quanto tutti i fondi del suo budget statuale provengono a loro volta da donazioni in massima parte occidentali.

Ma anche tra gli stati che si degnano di donare qualcosa, i più lo fanno per modo di dire. Anzi si tratta di una vera presa in giro, uno sfottò sulla pelle dei "fratelli" palestinesi. Facciamo qualche esempio.

Il Libano ha versato 7150 dollari nel 2005 e 10.000 nel 2006. Il Pakistan dei missili nucleari (oltre 160 milioni di abitanti) ne ha promessi per quest'anno 17.478. La Tunisia è scesa dai 9909 dell'anno passato a 9160. Il Bahrein è fermo a 30.000. Siria e Giordania, che pure ospitano buona parte dei rifugiati dalla Palestina, hanno versato nel 2006 rispettivamente solo 52.440 dollari e 336.226. L'unico che si salva, forse per i noti obblighi di riconoscenza verso l'Occidente, è il Kuwait, con 1,5 milioni annui. E un paio di "privati" che donano qualcos'altro a titolo personale, il re giordano Abdallah e la Fondazione Sheykh Zayed.

I Paesi generosi

Il totale delle donazioni dirette all'Unrwa nel 2005 è stato pari a 534.527.040 dollari. Nel 2006 è sceso a 447.193.331. Su entrambe le cifre l'apporto degli Stati islamici non è andato oltre lo 0,5% (2.4-2.8 milioni). Tredici volte e mezzo meno della piccola Svezia. Come dire una brioche e un cappuccino per salvare un moribondo.

Chi mette mano al portafoglio con generosità sono paesi ben più lontani dalla Palestina e dalla sua religione.

I campioni del 2005 si chiamano Commissione Europea (con 123 milioni di dollari), Stati Uniti (108 milioni), Svezia (39), Norvegia (31.3), Giappone (30.1), Regno Unito (28.6), Olanda (27.3), Danimarca (11.3), Canada (10.1), Svizzera (9.8), Francia (8.3), Australia (7.8) e Germania ( 7.1). Nel 2006 gli Usa sono saliti addirittura a 135 milioni, il Canada a 22.7, la Francia a 9.7. Perfino le altre agenzie Onu versano circa 20 milioni l'anno.

E per esser sinceri non esiste quasi un'entità statuale, per quanto minuscola, fuori da quelle a prevalenza musulmana, che rifiuti un obolo o anche molto di più per dare una mano ai poveri palestinesi.

Non si nega di certo il Lussemburgo (poche migliala di abitanti), con un contributo di 2,3 milioni di dollari l'anno: corrispondente all'incirca alle cifre sommate di tutti i Paesi islamici nello stesso anno, pari a 2.480.212. Né, su parametri più modesti, Cipro (66.815), il Lichtenstein (22.599), la Santa Sede (20.000) o Monaco (5000). La Catalogna da sola versa 500.000 dollari l'anno.

Qualcuno stenterà a crederci, ma fino a poco tempo fa anche lo Stato d'Israele versava fior di quattrini in favore dei disperati assistiti dall'Unrwa. E lo ha fatto per decenni.

Negli anni successivi alla diaspora del 1948 il governo di Tei Aviv sborsava per i campi profughi 3 milioni l'anno, contro i 600.000 dollari di tutti gli stati arabi. Tra il '48 e il 1994 Israele ha donato ogni anno più di tutti gli stati arabi messi insieme, meno Arabia Kuwait e Marocco. Fino al 1973, elargiva più dell'Arabia saudita, e fino al 1980 più di Libia e Kuwait.

E riguardo all'Italia? Tra 2005 e 2006 anche noi abbiamo corrisposto 1.259.838 dollari di media l'anno. E tra le Ong nostrane, Movimondo è da sempre in prima linea nella realizzazione con fondi Ue di alcuni centri per disabili (vedi i campi siriani di Homs, Dera'a, Hama).

La scandalosa assenza di aiuti da parte della "umma", la comunità islamica mondiale, fa ancora più specie ove si pensi che nella Advisory commission che governa l'Unrwa siedono come niente fosse Lega Araba, Libano, Giordania, Egitto e Siria.

Decidendo sull'impiego dei fondi altrui e pretendendo che il curriculum delle misere scuole elementari dei campi sia centrato sugli stessi testi (antisemiti e antioccidentali) adottati nel Paese ospitante. Sarà un caso, ma persino il cognome del capo dell'agenzia Onu per i palestinesi suona arabofono: è la signora AbuZayd, laureata in studi islamici all'università di Juba nel fondamentalista Sudan.

Ma la più sconcertante di tutte è un'altra ancora. Per la serie la faccia tosta non ha limiti, pare non si sia mai del tutto sopita l'aspirazione dei Paesi che ospitano sul loro territorio campi profughi a ricevere una cospicua compensazione per il disturbo. Alla luce dei fatti assolutamente ingiustificata.

Ne avevano discusso col Presidente Clinton già nel 2000. Il Libano aveva chiesto 7 miliardi di dollari l'anno, pregresso escluso, e la Giordania 2.

Nuovi reietti

In un mondo normale dovrebbero essere i profughi a chiedere i danni agli stati ospitanti. Come quelli che (soprav)vivono nei pressi del campo di El Buss, zona di Tiro, originari di Deir Al Qassi, e che affermano sconsolati «Ci è rimasto solo Allah e l'Unrwa».

Da un giorno all'altro si son visti piombare nelle loro lercia baraccopoli 500 famiglie di sfollati libanesi in fuga dalle roccaforti degli Hezbollah. Gente che fino al giorno prima li considerava dei reietti, un problema nel problema sulla strada del Libano verso gli antichi fasti.

Eppure non si son fatti indietro, condividendo stanze e giacigli alla meno peggio. Nell'area più calda del conflitto, nei due campi attorno a Sidone e nei tre di Tiro, risiedono 203.000 rifugiati palestinesi. E a differenza dei libanesi non possono scappare altrove o all'estero, interpretando giorno per giorno la geografia dei combattimenti. Senza passaporti e con una nazionalità apolide verrebbero respinti.

La strada per El Buss è già stata bombardata, lo ricorda un cratere lungo 15 metri. Non gli resta che cercare scampo nel basamento di una scuola mai finita, sperando che il campo-lager oltre che una prigione non diventi una tomba. Ma in fondo sono assuefatti all'idea. Anche prima della guerra, quando c'era una sparatoria o un omicidio nel campo, mai la polizia entrava a proteggerli.


Libero dell'8 agosto 2006