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REPORTAGE SULLA PALESTINA
 
Inserito il 11-8-2006
I 281 miliardi di dollari dei cristiani di Israele
Francesco Ruggeri


Costretti alla fuga dalle minacce degli islamici, i palestinesi cattolici e ortodossi hanno abbandonato tutto. Ecco con quali danni.

Nonostante le crociate siano finite da qualche tempo, in Medioriente c'è ancora un consistente gruppo di cristiani, non meno di 120.000, tuttora in ostaggio degli stati musulmani. Trattati peggio che se fossero prigionieri di guerra, tenuti in condizioni subumane, senza diritti né possibilità di scappare. Sono i palestinesi di religione cristiana che vivono nei campi prorughi tra Libano, Siria, Giordania, Gaza e Cisgiordania. Ma a essi vanno aggiunti i senza fissa dimora o i residenti nei campi "non ufficiali", comunque registrati con l'Onu, per un totale approssimativo pari a tre volte tanto.

L'Occidente sembra ignorarne anche l'esistenza. E quando i nostri media parlano del problema palestinese, lo dipingono come un affare inter-islamico. Dimenticando, per ignoranza o dolo, l'esodo infinito di questi discendenti diretti delle prime comunità fondate in Galilea dai discepoli di Gesù Cristo.

I quali, a 2000 anni dalle prime persecuzioni, si trovano più che mai "caught in the middle", presi nel mezzo, come loro stessi si definiscono. Vittime incolpevoli di una guerra altrui, e soprattutto del cinismo ideologico dei regimi arabi. A cui peraltro devono la loro tragica diaspora.

A Dbayeh

II campo profughi di Dbayeh è situato 12 km a est di Beirut, su di una collina che guarda l'autostrada Beirut Tripoli. A prima vista sembrerebbe uno dei tanti, che appestano come formicai infetti le periferie delle metropoli dell'area.

A giudicare dalle facce o dalla tipologia dell'insediamento, nessuno potrebbe indovinare il segreto nascosto nei cuori dei suoi ospiti. Ma basta una semplice insegna a svelare l'arcano: Little sisters of Nazareth and Pontificial mission, Suorine di Nazareth e Missione pontificia.

Le due ong vaticane che operano in questo dedalo informe. Dove praticamente tutti sono di fede cristiana. Anche se agli occhi di un non credente sembra che il Dio dei vangeli li abbia dimenticati. E persino il centro d'assistenza dell'Unrwa, qui, è stranamente distante dal campo.

Troppo distante per rispondere ai bisogni di queste quattromila duecento e undici persone, giunte dal nord della Galilea storica all'esplodere del primo conflitto arabo israeliano, nel 1948.

In quell'anno fatidico in Palestina c'erano 350.000 cristiani, il 20% della popolazione. In maggioranza di rito greco ortodosso, seguiti dai cattolici (romani, siriani, maroniti e melkiti), armeni ortodossi, anglicani, luterani, copti e quaccheri.

Quando cominciò la fuga dalle città, o meglio Al Nakba (il disastro), come la chiamano i palestinesi, sul totale dei rifugiati il 10%, 60.000, erano dei cristiani.

La loro era una presenza importante. Sulle principali 17 aree urbane palestinesi di quel periodo, 4 avevano infatti una prevalenza cristiana (Betlemme, Beit Jalla, Ramallah e Nazareth). E pure a Gaza, Ramleh, Lydda, Beisan, Shafa Amr e Akka si concentravano grosse comunità. Mentre in Galilea se ne contavano ad Haifa, Jaffa, Safad e Katamon.

Circa 29.000 cristiani in fuga da questi centri si riversarono nei tenitori allora sotto controllo giordano (e dal '67 israeliano), incluse Gerusalemme est, Betlemme, Ramallah. Altri raggiunsero la Siria, e un gruppo altrettanto cospicuo, di circa 20.000 unità, fuggì in Libano. Senza poter immaginare l'odissea che li attendeva.

La molla che li convinse ad allontanarsi dalle loro case fu non tanto la minaccia israeliana quanto la propaganda degli eserciti arabi e la paura di ritrovarsi di lì a poco in mezzo ai proiettili e alle cannonate.

Lo storico Benny Morris ha ben documentato nel 2004 per l'Università di Cambridge le reali responsabilità della diaspora.

In breve, l'Arab Higher Commitee, l'8 marzo del '48 ordinò a tutte le donne e i bambini della Palestina, e giocoforza agli adulti maschi, di abbandonare immediatamente il Paese, in vista dell'invasione anti israeliana da parte delle truppe arabe.  Nelle illusioni dei governi belligeranti «ributtare gli israeliani nel Mediterraneo» avrebbe richiesto un paio di settimane al massimo.

Il vescovo cattolico ortodosso della Galilea, George Hakim, confessò qualche mese dopo che agli sfollati cristiani era stato garantito un esilio lampo, qualora si fossero lasciati convincere dall'allora segretario della Lega araba Azzam Pasha, di fare spazio alla trionfale offensiva di 400 milioni di islamici contro il neonato microstato d'Israele. Per alzare il livello di persuasione vennero diffuse ad arte voci su presunte barbarie già perpetrate dagli israeliani nella regione del lago Huleh.

La grande menzogna ingannò anche i cristiani, i quali avevano com'è evidente molto meno da temere rispetto agli islamici da una vittoria sionista. Anche perché in Palestina essi rappresentavano una preziosa élite di notabili e funzionari.

Si diceva che avessero trasformato Jaffa nella Parigi del Medioriente. E, ad esempio, la prima linea telefonica palestinese l'aveva realizzata una cristiana, Nimra Tannouz.

Inoltre Israele, nella proclamazione d'indipendenza aveva ufficialmente invitato i palestinesi a diventare cittadini con eguali diritti nel nuovo stato. E quindi creato una "Custodia" per tutelare le proprietà abbandonate, offrendosi ancora nel 1949 di compensare 100.000 rifugiati sull'eventuale via del ritorno.

Solo in seguito, il diritto dei profughi al rimpatrio venne condizionato al pagamento di riparazioni da parte dei governi arabi, anche per la cacciata degli ebrei Mizrahi dai rispettivi Paesi.

Ciò che ne segnò la sorte per sempre. Da quel momento, gli stati che avevano accolto come fratelli i fuggiaschi cristiani della Palestina, cominciarono a considerarli un'arma di ricatto. Comprendendo che sarebbero risultati molto più preziosi se lasciati in un limbo di miseria e scontento.

Labili speranze

Soltanto nel 1969 si vide un labile spiraglio, quando in virtù di una rivolta nei campi libanesi, il governo di Beirut firmò "L'accordo del Cairo", che prevedeva la concessione dei pieni diritti ai profughi palestinesi, comprese la residenza, la libertà di movimento e di lavoro. Anche per i cristiani, l'incubo sembrava sul punto di finire. A molti fu gradualmente concessa la cittadinanza.

Ma nel 1987 il governo libanese ha unilateralmente abrogato l'accordo, che peraltro non era mai stato approvato dall'assemblea rappresentativa nazionale. E il 27 maggio 2003 il consiglio della Shura ha dato il via alla revoca delle naturalizzazioni già concesse.

Così anche i cristiani dei campi sono ripiombati nel solito inferno. Niente accesso alla sanità o alla scuola, divieto di introdurre materiale da costruzione per ricostruire i rifugi danneggiati o edificarne di nuovi, niente proprietà privata o eredità dai parenti stranieri, nessuna possibilità di lavorare al di fuori del campo. Insomma, una vita da campo di concentramento.

Certo, non si vive di solo pane, e la fede fa beato chi ce l'ha. Ma ormai anche i profughi di Dbayeh, o quelli di El Buss (altro campo "cristiano" alle porte di Tiro), ora iniziano a prendere coscienza delle gravi mancanze dei governi islamici. E della speculazione politica che si gioca sulle loro teste.

Mentre prima, come un disco rotto, accusavano sempre e solo Israele, arrivando a considerare il proprio destino come un male necessario per la realizzazione della profezia sulla seconda venuta di Gesù Cristo. Finalmente qualcuno comincia a dubitare che sia tutto frutto di un piano celeste. E al contempo alza il dito contro l'Occidente che si proclama cristiano, ma non fa nulla per farli uscire dal tunnel.

Messi in croce

«Continuano a percuoterci, ancora e ancora, tutte le mani del mondo, come accadde al messia, ci crocifiggono giorno per giorno». La metafora trasferisce intatto il clima di rabbia che regna in questi lazzaretti della vergogna, e smaschera la falsa coscienza degli occidentali, che per non danneggiare le economie nazionali dipendenti dal mondo arabo, preferiscono guardare altrove. Ma chissà che l'argomento giusto, per far sollevare il problema, non sia proprio quello economico.

Tre professori di economia mediorientale presso la Columbia university e la Mc Master, Yusuf Massad, Rashid Khalidi e Atif Kubursi, hanno provato a calcolare quanto potrebbero chiedere di danni i palestinesi agli stati arabi, l'avanzata dei cui eserciti ha innescato la diaspora. Solo per le proprietà perdute, tra 92 e 147 miliardi di dollari, più altri 20.000 per ogni rifugiato. Il totale ammonta a 281 miliardi.

Secondo loro il trattamento dei rifugiati si può equiparare a quello nei lager in Germania, la quale sborsò 257 miliardi di riparazioni. Però stavolta al posto degli ebrei ci sono i cristiani.


Libero del 9 agosto 2006