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REPORTAGE SULLA PALESTINA
 
Inserito il 11-8-2006
Tra i profughi di Gaza prigionieri dei palestinesi
Francesco Ruggeri


Israele se ne è andato ma i campi restano: qui si reclutano kamikaze

Domandina facile facile. Per cosa pensate che combattano, da quasi 60 anni, il popolo palestinese e i suoi alleati arabi? La risposta sembra scontata: per liberare dalla presenza israeliana quello che ritengono il proprio Paese, in modo da permettere il ritorno in Palestina di milioni di profughi e restituire al popolo la sovranità.

Quante stragi di innocenti hanno segnato l'eterno conflitto con gli ebrei, nel nome di una causa opinabile ma se non altro coerente. C'era dunque da attendersi che non appena Tsahal (l'esercito Israeliano) si fosse ritirato dai tenitori, passandone il controllo ai palestinesi, almeno in quei quadranti "liberati" la vita dei civili riacquistasse finalmente dei contorni più normali.

In mano all'ANP

Com'è noto Gaza è ormai da oltre un anno nel pieno possesso del governo palestinese. Mentre sui campi profughi della Striscia e quasi tutti quelli nella Cisgiordania, la giurisdizione dell'Anp risale agli accordi di Oslo degli anni '90.

Eppure, fino a oggi, nemmeno i rifugiati di un singolo campo lager sono stati reinseriti nella società palestinese. 605.124 persone vivono sì nelle terre che avevano abbandonato tra '48 e '67, e dai loro tuguri hanno a portata di sguardo i parenti nei villaggi nani, ma restano tuttora in un limbo senza diritti, emarginati in una riserva malsana dagli stessi connazionali. Che li tengono in condizioni persino più squallide rispetto alla media degli altri campi. Forti anche dell'opposizione araba in sede Onu a qualunque risoluzione sullo smantellamento.

Il motivo di tanta indifferenza può essere uno solo: se avesse fine il dramma della diaspora verrebbe meno anche lo stimolo a combattere Israele, e insieme il terreno di coltura terroristico che i campi della vergogna rappresentano.

Con un rischio ancor peggiore sul versante propaganda. Quello di svelare al mondo che l'80% dei palestinesi "cacciati" dai sionisti, sommando gli sfollati di Giordania, Gaza e Cisgiordania, in realtà già risiede da quasi 15 anni dentro la Palestina storica. E per giunta sotto un'amministrazione autonoma palestinese.

Prigioni

Immaginate di vivere, fianco a fianco per decenni, con 78.677 persone, in 747 dunums di spazio (meno di 1 km quadrato), case, strade e servizi inclusi. La popolazione di un capoluogo di provincia costretta a coesistere in un'area equivalente a un piccolo capannone. Accade nel campo di Jabalia, Gaza.

E basta per affermare che i profughi palestinesi della Striscia vivono in una prigione a cielo aperto. In totale sono 474.130, ma salgono a 993.818 con i registrati irregolari. I campi sono 8. E vi si registra la più alta densità del pianeta, certificata dal Guinnes dei primati. A Khan Younis in 63.219 si spartiscono 549 dunums, a Bureij sono in 28.770 su 528 dunums, a Maghazi 22.266 su 559.

Inizialmente giunsero in 190.000, attraverso il Giordano, il baby boom ha fatto il resto. Altri si sono aggiunti con la prima guerra del Golfo, quando «per sicurezza» Kuwait ed emirati espulsero 400.000 rifugiati palestinesi in un colpo. Alla faccia della solidarietà panislamica.

In Cisgiordania

Quanto invece alla Cisgiordania, i campi sono 19, 13 dei quali di fascia A, ossia a gestione indipendente affidata al governo palestinese. Tra cui Jenin e Tulkarem. I rifugiati che ci vivono ammontano a 130.994. La maggior parte non è più sottoposta al "giogo" di Israele dal 1993, e a Far'a e Nur Shams dal '98 grazie al Memorandum di  W.River.

Sotto controllo israeliano permangono 2 campi, Shu'fat (Gerusalemme) e Kalandia, mentre sono a direzione congiunta altri 4. Qui lo spazio a disposizione è solo un filo di più: 181.241 rifugiati totali in 5.500 km quadrati.

La condizione dei rifugiati cominciò a deteriorarsi tra 1948 e 1967, quando Gaza e West Bank erano rispettivamente sotto occupazione egiziana e giordana. Quindi, dopo Oslo, Arafat prese la decisione di non modificarne lo status fino allo stadio finale dei negoziati di pace con Israele. Il cui governo ha mantenuto la responsabilità sui campi dei tenitori occupati fra '67 e '94, sostenendo l'approvazione di risoluzioni Onu che ne chiedevano la chiusura: mai passate per il veto dei Paesi arabi.

Nel frattempo gli esuli aumentavano, di 50.000 unità ogni 3 anni. Le famiglie che non hanno la minima entrata sono 83.613 solo a Gaza, il sovraffollamento gli impedisce financo di coltivare qualche cocomero o un po' di mukhiyyeh, come usavano i loro padri.

E dire che la visione del ritiro israeliano, completato ad agosto 2005, aveva suscitato non poche aspettative. Dai campi si assisteva in diretta all'abbandono forzato dell'insediamento di Netzarim da parte dei coloni. E alla distruzione della sinagoga di Kfar Darom, roccaforte ultraortodossa. Non sembrava vero, roba da stropicciarsi gli occhi.

In una serie di interviste realizzate all'epoca dall'Unrwa, gli inquilini del campo di Nuseirat provavano a sognare una vita migliore: «Netzarim va ricostruita, ma non sappiamo a chi verrà assegnata la terra. Forse potremo viverci in futuro. Speriamo ci offriranno qualcosa». E ancora: «Preghiamo Allah che le cose cambino. Dipende da Israele, ma ci vuole anche più cooperazione dal governo palestinese».

Ed ecco il punto: a distanza di 12 mesi si deve constatare il tradimento di quelle belle speranze proprio da parte di Abu Mazen e Hamas. Le torri del quartiere di Abraj Anada, a Gaza city, rimangono per questi reietti un miraggio notturno, simbolo di libertà e benessere lontani più che mai.

Il ruolo dell'UNRWA

Una soluzione ponte potrebbero essere dei campi non ufficiali, su modello del siriano Yarmouk, integrato dentro Damasco. Ma continuare a tenerli nel ghetto non ha giustificazioni. Specie da quando i nuovi bombardamenti su Gaza hanno spinto anche i palestinesi di città a cercare riparo nelle enclavi dei profughi.

Chi scagiona il governo citando i problemi economici dimentica che, qualora i campi chiudessero, dei rifugiati si farebbe carico l'Unrwa. La cui assistenza viene erogata a tutti i registrati come tali, a prescindere dall'indirizzo. La verità è che fa comodo mantenere un serbatoio di martiri pronti per l'uso. Non è un caso che la prima intifada nacque a Jabalia, o che Jenin sia definita patria dei kamikaze.


Libero del 10 agosto 2006