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CINA - Mondo sconosciuto
 
Inserito il 9-12-2006
Pechino colonizza l'Africa coi suoi galeotti
Claudio Antonelli


Il prossimo anno arriveranno in Zambia ventimila prigionieri. Che costruiranno gratis strade e ponti.

La tecnica è semplice. Basta non dover rendere conto a nessuno dei diritti umani per applicarla. Da oltre 4 anni la Cina attua nel cono australe dell'africa una politica di neo-colonizzazione a dir poco rampante. Il governo di Pechino acquista dagli stati del continente nero materie prime. Invece di pagarle in contanti, fornisce alle economie locali una controparte in infrastrutture. A costruire le strade, i ponti o gli ospedali concordati sono, ovviamente, multinazionali cinesi che per ridurre i costi possono addirittura fare uso dei detenuti.

In Zambia è previsto nel 2007 l'arrivo di ventimila prigionieri. Che andranno a infilarsi negli ingranaggi di produzione decisi a tavolino dai ministri all'ombra della Muraglia. E a fine pena i galeotti torneranno in libertà, ma cittadini zambiani.

Durante il summit di cooperazione cino-africano di Bejiing dello scorso novembre il governo della repubblica popolare cinese si è impegnato a stanziare a favore di oltre una decina di nazioni africane 5 miliardi di dollari tra il 2007 e il 2009 oltre ad averne già cancellato il debito alla data del dicembre 2005.

Inoltre la Cina fornirà in tre anni formazione professionale per 15mila africani, costruirà 30 ospedali, altrettanti centri di prevenzione e cura della malaria e un centinaio di scuole in zone rurali.

Non solo, la Cina ha elevato da 190 a 440 i prodotti zambiani che godono dell'esenzione dei dazi e in soli tre anni dal 2002 al 2005 l'export verso la Cina dell'ex Rhodesia del Nord è passato da 3,5 milioni di dollari a quasi 36.

Un exploit eccezionale che si spiega solo con la politica di forzatura del capitalismo dagli occhi a mandorla. E lo Zambia dei paesi del cono australe è l'ultimo ad essere entrato nella sfera di interesse.

La pratica delle deportazioni di massa è già un dato di fatto in Angola, il primo stato africano che ha firmato accordi con i cinesi e che ora esporta quasi il 90 % del proprio greggio nel paese della Muraglia.

Dati certi non ne esistono ma fonti vicine alle organizzazioni missionarie spiegano che gli immigrati cinesi dovrebbero essere oltre 600mila su un totale di 15 milioni di abitanti. E molti di questi forzati della migrazione sono proprio detenuti che vengono trasferiti dalle patrie galere ai cantieri edili dell'Angola per onorare i vantaggiosi impegni stipulati dal loro governo.

L'Angola ha l'economia più interessante del continente, è pieno di ferro, bauxite, uranio, oro, caffè oltre che petrolio (due milioni di barili al giorno) ma ha un debito estero di nove miliardi di dollari e una spesa prevista per la ricostruzione dopo 30 anni di guerra che si avvicina ai 35 miliardi di dollari.
Inoltre è al 151esimo posto su 159 nella classifica dei paesi più corrotti.

Così chi investe lo fa a suo rischio e pericolo, senza andare troppo per il sottile. Diritti umani? Buon governo? Sanzioni? I cinesi se ne fregano. Hanno concesso finanziamenti per 7 miliardi e stanno costruendo infrastrutture per 4 senza sborsare in realtà un Yuan. Basta infatti accaparrarsi materie prime senza pagarle.

«È scandaloso come il concetto del lavoro forzato non solo sia stato costituzionalizzato in Cina», spiega Tony Brandi della Laogai foundation, «ma ora venga addirittura esportato all'estero. Senza che la comunità internazionale prenda alcuna posizione in merito». Tanto che la politica di neo colonizzazione continua senza che nessuno ne parli, almeno in Europa.

Inoltre i benefici di questa "aggressione" non sono solo economici. L'altro aspetto della neo-colonizzazione cinese riguarda poi il trasferimento in Africa di cittadini cinesi. Per liberare area sovraffollate il governo impone a migliaia di residenti di trasferirsi in Angola o in Zambia, là dove i governi locali hanno messo a disposizione terra come pagamento compensativo delle opere costruite.

Lo scorso anno a Maputo, capitale del Mozambico, l'ambasciatore cinese aveva proposto la costruzione di un mega ponte in cambio di terre per 40 mila cinesi. Il presidente Armando Guebuza ha rifiutato fermamente. Ma per quanto riuscirà a resistere pressato dalla miseria, prima di entrare nell'orbita del dragone?

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La neo-colonizzazione all'ombra della muraglia:

14 paesi interessati
900 i programmi di sviluppo
850 le imprese che operano nel continente nero.
Scambi per 50 miliardi di dollari.

Marocco - costruzione del porto e polo industriale di Tangeri
Algeria - assistenza militare e cooperazione per energia
Sudan - il 60% del petrolio finisce in Cina alla faccia dell'embargo ONU
Guinea - sviluppo agricoltura
Sierra Leone - costruzione dello stadio
Nigeria - acquisto del 45 % del petrolio e investimenti infrastrutturali per 4 miliardi di dollari in cambio di nuovi diritti di prospezione
Guinea Equatoriale - sfruttamento delle foreste e dell'industria del legname
Congo - commercio di avorio (illegale)
Angola - esporta il greggio in Cina per una bilancia di 7 miliardi di dollari
Zambia - join venture tessile, tabacco e rame in cambio di infrastrutture
Zimbabwe - estrazione platino, oro, diamanti. In cambio fornitura armi e infrastrutture
Sudafrica - accordi sul nucleare e tessile
Botswana - rinnovamento delle rete ferroviaria
Namibia - costruzione del palazzo presidenziale


Libero del 9 dicembre 2006