Il falco è il nostro simbolo in quanto sintesi del nostro sentire
Home page Chi siamo gli Amici Contattaci
 
User
Password
» Iscriviti
» Ricorda Password
 
Dossier
Ambiente e Scienza
Amici di penna
Attualità
Biblioteca
Economia e Finanza
Europa
Fuoco amico
Giustizia
Guzzanti's Corner
La Chiesa e l'Islam
La mia Africa
Le spine di Opunzia
Nel Mondo
Scuola e Università
Società e cultura
Terza Pagina
Nel Mondo
Commenta l'articolo
Inserito il 16-11-2003  
La battaglia che va combattuta
di Ernesto Galli Della Loggia


È un dovere d’onestà ammetterlo: la guerra contro Saddam Hussein non è andata come s’immaginavano coloro che otto mesi fa l’hanno auspicata e appoggiata (tra cui chi scrive). Infatti, il risultato importante della fine di una dittatura sanguinosa e di un regime destabilizzante com'era quello del despota iracheno non si è accompagnato al risultato, politicamente decisivo e proprio perciò più auspicato, di un colpo duro, durissimo, assestato al terrorismo islamico.

Ciò non è accaduto, e la cosa risulta evidente come non mai oggi, all’indomani del terribile uno-due rappresentato dall’attentato al contingente italiano di Nassiriya immediatamente seguito da quello di ieri alle sinagoghe di Istanbul per un totale di circa cinquanta morti.

Ma il fatto che probabilmente abbiano avuto torto i sostenitori dell’attacco anglo-americano all’Iraq non significa che allora erano nel giusto coloro che si opponevano a quell’attacco. Non lo erano otto mesi fa come non sembrano esserlo oggi per la buona ragione, mille volte ripetuta, che nelle circostanze attuali la «pace», o meglio il no alla guerra, non è una politica, quando invece il terrorismo internazionale proprio di fronte a scelte politiche di altissimo profilo pone l’intero Occidente.

Il problema, il nodo ineludibile è appunto questo terrorismo, vale a dire l’esistenza di un vasto disegno, ricchissimo di fascino ideologico-culturale, di risorse finanziarie, di determinazione e di capacità organizzative, il quale mira a impadronirsi di fatto di un mondo islamico esteso su tre Continenti e che conta ben oltre un miliardo di fedeli; mondo islamico i cui governi, è bene ricordarlo, appaiono peraltro quasi tutti incapaci, se lasciati a se stessi, di opporre una vera resistenza.

Se si ammette che le cose stanno così, che la minaccia terroristica - di cui Al Qaeda è solo una incarnazione - è una minaccia reale gravante su almeno una trentina di Paesi ma pronta di lì a rivolgersi in ogni istante anche contro l’Occidente (come dimostrano gli attentati alle Torri Gemelle e alla discoteca di Bali), allora sorge ovvia la domanda: gli Stati Uniti e l’Europa devono cercare o no di contrastare in tutti i modi il terrorismo di matrice islamica? Deve essere questo o no l’obiettivo primario della loro politica estera? E quali devono essere gli strumenti e soprattutto i modi di tale contrasto?

Proprio a questa ultima decisiva domanda, però, gli avversari della guerra «americana» in Iraq si guardano bene in genere dal rispondere.

Ammettiamolo, l’attacco Usa non ha prodotto i risultati attesi, ammettiamo pure che fosse sbagliato: ma allora? Cosa bisogna fare allora? Cosa bisogna fare oggi in Iraq, in Turchia, in Marocco? I critici degli Usa e dell’appoggio italiano a Washington, coloro che oggi reclamano una «svolta», se costretti a esprimersi in senso positivo, si limitano perlopiù a fare una questione solo di strumenti, a insistere cioè sulla necessità di un ruolo prevalente dell’Onu, sulla necessità di una presenza dell’Europa e di un approccio multilaterale.

Parlano insomma del come , ma sul punto essenziale del che cosa tacciono.

Va bene: sono stati e sono contro l’uso dello strumento militare, contro la linea dura, se così la si può chiamare: ma perché continuano a non dirci in quale direzione alternativa bisognerebbe allora muoversi? quale strategia bisognerebbe allora adottare, quale azione concreta? Eloquenti nell’essere contro, non sanno darci però indicazioni sul che fare davvero contro il terrorismo. Fino al punto da far nascere il sospetto che non lo sappiano neppure loro o, peggio, che in fin dei conti la cosa non gli interessi poi troppo.


Dal Corriere della Sera del 16 Novembre 2003