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Inserito il 23-11-2003  
No-global e strage in Irak
di Pietro De Leo


Siamo stati davvero una Nazione, stretti attorno ai nostri eroi di Nassirya. Ragazzi che hanno provato a costruire la Pace, quella vera, che non si fa scendendo in piazza ma insegnando la tolleranza a chi è vissuto sempre oppresso dall'odio, dando sicurezza a chi è stato disorientato da decenni di sanguinoso regime che ha portato guerre e disperazione.

Ci siamo sentiti tutti un po' fratelli dei nostri diciannove martiri. In fila a Roma, all'altare della Patria. Ai funerali di San Paolo, con le lacrime agli occhi, punti al cuore dagli squilli delle trombe che rendevano onore alle bare dei caduti. Oppure semplicemente a casa, a lavoro, a scuola o all'università con gli occhi chiusi durante il minuto di silenzio, a pensare come sia davvero diventato pericoloso il mondo, e come sia doveroso, per noi, stare vicino a chi ci protegge dalla minaccia del terrorismo. Tutti insieme.

Purtroppo, però, c'è anche un'Italia che ha perso. Un'Italia che si rifiuta di essere Nazione, di avere un popolo, che ha voltato le spalle al sacrificio dei nostri ragazzi offuscata, o forse spinta, dalla dietrologia e da un cattivo gusto degenerato nella più disgustosa irrazionalità. E' l'Italia di chi ha gioito a questa strage, che si crede forte, che si crede superiore perché non vuole versare una lacrima.

Abbiamo assistito, domenica scorsa, allo scherno dei tifosi del Livorno verso i carabinieri presenti allo stadio. Su internet leggiamo messaggi e articoli che fanno male, molto male, ma di cui dobbiamo prendere coscienza se vogliamo renderci conto di cosa ci sta attorno e con cosa dobbiamo convivere.

Su indymedia.org, il sito internet dei no-global, i carabinieri sono visti ancora come i massacratori di Genova, servi del corrotto mondo occidentale.Il giorno della strage si potevano leggere espressioni come "Quanto ho riso stamattina", "Ecco cosa succede a leccare i piedi a politici corrotti" "Non me ne frega (...) delle famiglie di quei maiali". Sembra esserci poco spazio per la pietà, il dolore e, soprattutto, il rispetto.

Eppure ricordavamo questi giovanotti come teorici dell'altro mondo possibile, quello del tutti equi e solidali, e soprattutto, del tutti in pace. Ma mentre si adoperano a fare marce della pace (in cui ogni tanto, per disperazione dei commercianti, ci scappa qualche vetrina fracassata) o a scrivere articoli anti occidentali al veleno, i nostri ragazzi delle Forze Armate, quei ragazzi di cui dobbiamo andare fieri, vanno nei posti più rischiosi del Pianeta ad insegnare come si vive in libertà, a ripristinare scuole, acquedotti, linee telefoniche.

Chi scorderà le immagini proposte in Tv negli ultimi giorni? Abbiamo visto alcuni dei soldati uccisi nell'attentato di Nassirya , in questi mesi della loro missione, tenere in braccio bambini iracheni, trascorrere la domenica con le famiglie del posto, tutti insieme a tavola, a farsi le foto come nelle rimpatriate di vecchi amici. Lontanissimi da casa ma come se fossero in una nuova famiglia. E' impossibile non soffrire per il loro sacrificio, ma qualcuno ci riesce. E non dobbiamo, non possiamo accettarlo.
Come non possiamo che rimanere sconcertati di fronte all'iniziativa del "campo antimperialista", che dal suoi sito invita a versare "dieci euro per la resistenza irachena".

Se siamo liberali veri dobbiamo credere nel dialogo. Ma anche nell'individualità, e nella forza delle idee. Ed è, per questo che, ora, non dobbiamo temere di dividerci. Noi, che amiamo il nostro Paese e i suoi figli che rischiano la vita per un grande progetto di libertà e che abbiamo la forza di dimenticarci delle nostre divisioni politiche o culturali di fronte alle tragedie provocate per metterci in ginocchio, dobbiamo distinguerci da chi, invece, rimane intrappolato nell'odio, nel qualunquismo, nell'insensibilità.
E si scorda che, se questo mondo sarà più sicuro e più libero al prezzo del sacrificio di molti, lo sarà anche per lui.


dal sito www.ragionpolitica.it