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Inserito il 30-11-2003  
Prospettiva Gulag: contro il mandato di cattura europeo
di Giovanni Maria Mischiati


La politica italiana ha bisogno di un Grande Vecchio. Senza presunzione, ma siamo convinti di averlo trovato. Tanto per cambiare, visto da chi sono state condizionate le vicende nazionali negli ultimi undici anni, si tratta di un giudice.

Ma non ci si aspetti una riedizione dell'ultimo Borrelli, quello che doveva 'resistere, resistere, resistere' alla pensione incipiente, né, i più snob, la riesumazione-clonazione (parce sepulto) di quel tale Caponnetto, padre nobile di tutti i magistrati antimafia le cui gesta furono cantate dall'Orlando furioso di una stagione irripetibile.

Intanto, il personaggio in questione è un uomo schivo, lontano mille miglia dalle icone vanagloriose alle quali siamo stati abituati fin dai giorni remoti dei pretori d'assalto, quelli che, trasformando in religione laica l'ecologismo messianico e un po' jettatorio da 'club di Roma', fecero le prime prove, necessariamente grezze, della rivoluzione in toga, alla fine degli anni Sessanta, colpendo soprattutto gli esponenti del ceto industriale più arrogante e in difetto di virtù civili, che se ne fregava di depuratori e bazzecole simili.

Tra i primi a utilizzare il grimaldello 'verde' per scardinare almeno le porte di servizio del cosiddetto Palazzo fu, in quei formidabili anni del sor Capanna, il dottor Kessler, dal cognome teutonico evocatore di ben più leggiadre, sebben futili, immagini, padre dell'uomo che il protagonista della nostra storia di ordinaria insipienza (per usare un termine molto, molto morbido, riferito ovviamente a un gruppo nutrito di adulti e vaccinati, rimasti inizialmente inermi e inerti al grido d'allarme solitario) si sarebbe ritrovato di fronte quale ostetrico di un progetto di legge esiziale, concepito da un manipolo di rigorosi custodi dell'ortodossia diessina e oggi, vivaddio, abortito anche grazie al lucido affannarsi di colui che, sia detto senza alcuna ironia, abbiamo eletto a nostro paladino in mancanza di peggio.

Dove il peggio è, purtroppo, massicciamente rappresentato dai cosiddetti rappresentanti del popolo, che a stento sembrano essersi resi conto di quale jattura incomba tuttora, nonostante il ritiro del predetto mostriciattolo giuridico, sulle sorti della libertà d'espressione e della libertà tout court di almeno cinquantasei milioni di persone. Fermo restando che le potenziali vittime di tale follia, figlia di una follia ben maggiore e letteralmente senza confini, ormai ammontano a una pletora distribuita su un intero continente. A questo punto, se all'inizio avremo dato l'impressione di celiare (un po' per celia, un po' per non morire), parlare di Grande Vecchio potrebbe financo apparire riduttivo, considerato che, con la canonizzazione del mandato di cattura europeo, qualsiasi individuo raziocinante e non obnubilato dalla mitologia mastricciona sarebbe tentato per un lungo istante di dare ragione a quegli spiriti bizzarri che siamo soliti definire 'cospirazionisti'.

Ora, lungi da chi scrive l'idea di irridere quanti scorgono, in ogni passaggio cruciale della storia umana, l'imprimatur di congreghe ristrette di incappucciati più o meno 'illuminati' - che possono far sorridere dalle pagine di un feuilleton (d'altro canto, non è stato proprio un guru dell'intellighenzia laica e progressista, Umberto Eco, a sbeffeggiare anni fa, nel tutto sommato noioso e deludente Pendolo di Foucault, le 'fisime' di certi individui tesi a cercare sempre e in ogni luogo le prove di 'complotti'?), ma che riescono ad inquietare anche i più restii a credere nella realtà della loro esistenza -, pur avendo sempre fatto fatica, da individualisti impenitenti e un po' ferlocchi, e fondamentalmente pigri, ad accettare che si possa dirigere il traffico della storia in maniera asettica, semplicemente schiacciando i pulsanti giusti in combutta con altri figuri aventi finalità perfettamente coincidenti e perfettamente chiare.

Quello che notiamo è, tuttavia, un pericoloso accumulo di volontà tese, in questo momento, a restringere gli spazi per coloro che non si riconoscono nel nascente super-Stato europeo, dove la politica propriamente detta si riduce a un'acquiescente servotta prona a soddisfare le voglie impure dei potentati economici (difesi da un protezionismo e da una rete di dazi che è la negazione dell'idea liberista), dei burocrati, dei banchieri e dei magistrati. Tutta gente non eletta, che ha una gran fretta di impipparsene della democrazia (merce inutile e deteriorabile), benché non sia carino proclamarlo ad alta voce.

Prima dell'avvento sciagurato dell'euro, l'Italia si poteva davvero considerare il Bengodi degli euroentusiasti, dove la tecnica del brain washing teorizzata dalla Scuola di Francoforte aveva trovato un'applicazione capillare: oggi, forse, ci si sta cominciando a svegliare, soprattutto a causa della spietata falcidie del potere d'acquisto dei sudditi, quantunque la vicenda del mandato di cattura europeo non induca a coltivare speranze eccessive.

Ma è proprio nella fase di discussione parlamentare del progetto Kessler sul recepimento di tale aberrante istituto nel corpo legislativo nazionale, che abbiamo scoperto un piccolo grande uomo, refrattario alle fanfare mediatiche e per questo destinato fino a ieri a combattere da isolato una silenziosa battaglia di retroguardia: un fisico minuto, sostenuto dal fil di ferro della convinzione, quello del magistrato trentino prof. Carlo Alberto Agnoli, relatore davanti alla Commissione Giustizia della Camera dei Deputati in data 6/11/03 sulla proposta di decisione quadro sul mandato di arresto europeo.

Solo le sue nobili parole possono mostrarci lo scempio cui stavamo andando incontro con il progetto Kessler, scempio assolutamente non scongiurato: "Ci tengo però anzitutto a premettere il carattere a-partitico di questo intervento: non ho d'altronde mai avuto tessere e da sempre vivo al di fuori dei salotti. Se dunque le mie parole saranno piegate in un senso o nell'altro, sia di contro chiaro che le ragioni che mi hanno mosso non hanno natura politica, ma tecnica, giuridica, e pertanto in conclusione anche morale: non si possono cancellare le garanzie costituzionali fondamentali, quelle di libertà in primo luogo, per obbedire a ordini che vengono di lontano".

Che oggi la maggioranza di centrodestra abbia presentato un nuovo progetto, giudicato dallo stesso Agnoli coerente con le osservazioni da lui prodotte, dopo il seppellimento del pastrocchio kessleriano, non ci deve far abbassare la guardia sulla capacità dell'Europa mastricciona di aggirare in ogni caso le garanzie previste dal legislatore italiano. Ci sono riusciti con i cetrioli e le banane, volete che non ci provino, a maggior ragione, con le idee e con i soldi dei cittadini? Solo un movimento d'opinione che diffonda a tappeto la conoscenza di tale 'Prospettiva Gulag' potrà impedire tale abominio, adombrato in un articolo di Claudia Morelli su Italia Oggi, pubblicato lo stesso 6 Novembre.

Ecco, a proposito, un appunto di Agnoli: "Per presentare al Parlamento italiano come ormai deciso e dovuto il recepimento del mandato di arresto europeo, si adduce un 'impegno' che il Presidente del Consiglio dei Ministri, on. Silvio Berlusconi, avrebbe assunto in due tempi nei confronti degli altri suoi colleghi dell'UE, una prima volta, se non andiamo errati, l'11 Dicembre 2001 - peraltro sotto condizione che fossero prima apportate alla Costituzione italiana le modifiche necesarie per renderla 'compatibile' col nuovo, inedito istituto - e una seconda volta, sotto costante pressione degli altri Capi di governo, il 13 Giugno 2002.

In tale sede venne espunta la preesistente riserva 'nel rispetto dei principii costituzionali'. Con questa pur sofferta adesione del Presidente Berlusconi, si sarebbe raggiunta quella unanimità degli Stati membri che ai sensi dell'art. 34 del Trattato sull'Unione Europea renderebbe vincolante il mandato di arresto per tutti e ciascuno di essi. In siffatto ordine di idee su
Italia Oggi del 6 Novembre 2003 appariva un articolo di Claudia Morelli intitolato Oggi al GAI il commissario Vitorino stigmatizzerà il ritardo degli Stati - Bacchettate sull'arresto UE, nel quale si faceva presente il disappunto degli esponenti della Commissione Europea per il ritardo da parte di 12 su 15 Paesi nel recepire il detto mandato nei proprii ordinamenti nazionali.

Per punire tali lentezze, scriveva l'articolista, evidentemente riferendo voci e propositi correnti in seno alla detta Commissione, nella manica dell'esecutivo comunitario c'è sempre la possibilità di aprire una procedura di infrazione per coloro che non hanno adempiuto. Tale procedura - come è noto - prevede la condanna dello Stato inadempiente da parte della Corte di Giustizia comunitaria ai sensi degli artt. 226-228 del Trattato istitutivo della Comunità europea. Ne segue che, se si accetta l'impostazione europeista sopra illustrata (secondo cui, cioé, il Presidente del Consiglio dei Ministri, o anche solo un Ministro - per le materie cui il suo ufficio si riferisce - rappresenta
a tutti gli effetti lo Stato cui appartiene, onde il suo 'impegno' diventa automaticamente 'impegno' di quello Stato) gli organi costituzionali del medesimo sono costretti ad adeguarvisi sotto pena di fare incorrere l'intero Paese nelle reprimende e nelle punizioni della Corte di Giustizia."