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Inserito il 10-12-2003  
In vece della libertà
di Anna Bono


Dichiarazione Universale dei Diritti Umani: 1955/2003
In vece della libertà - Di Anna Bono

Dove la libertà non è un valore, miliardi di persone portano impressi nel corpo e nella mente i segni di infinite sofferenze e non si contano le violenze inflitte.

Dove la libertà non è un valore, la ricerca della felicità non è un diritto, né lo sono pari opportunità, tutela e rispetto dell’integrità fisica e morale della persona, cure mediche, istruzione, il cibo e l’acqua necessari...

Dove la libertà non è un valore, quasi per tutti la vita diventa soltanto un percorso per schivare il dolore. Paura, malattie e fame riducono centinaia di milioni di persone all’inerzia intellettuale e morale.

Dove la libertà non è un valore, la fedeltà ad altri valori uccide: in Africa – il continente che risente maggiormente degli effetti negativi dei valori illiberali – più di 150 bambini su 1.000 muoiono prima di aver compiuto cinque anni, quasi 90 non superano il primo anno; la speranza di vita alla nascita è inferiore a 52 anni (39 anni in Sierra Leone!), mentre in Occidente sfiora gli 80 anni.

Nella piena consapevolezza di ciò, tuttavia la Dichiarazione universale dei diritti umani – a 55 anni dalla sua proclamazione (10 dicembre 1948) – continua a restare lettera morta nella maggior parte del mondo.

Il sistema delle caste, in India e altrove, fa della discriminazione in base alle condizioni di nascita un valore fondante, tutelato da tradizioni inviolabili che non concedono spiragli di speranza. Neanche la Conferenza mondiale delle Nazioni Unite contro il razzismo, la discriminazione razziale, la xenofobia e altre forme correlate di intolleranza, svoltasi a Durban (Sud Africa) nel 2001, ha accettato di includere il sistema delle caste nelle forme di discriminazione da condannare, malgrado le richieste in tal senso formulate per mesi dalle organizzazioni indiane di ispirazione cristiana e dalla Commissione nazionale indiana per i diritti umani.

La discriminazione in base alle condizioni di nascita è un valore cardinale e irrinunciabile anche nelle società comunitarie africane nelle quali nulla nel destino e nel comportamento di una persona si vorrebbe lasciato al caso dell’arbitrio individuale. Le istituzioni garantiscono la supremazia di status e ruoli ascritti e idealmente escludono quelli acquisibili grazie a risorse intellettuali e fisiche personali.

L’islam istituisce per volontà divina tre principali discriminazioni: tra uomo e donna, fedele e infedele, libero e schiavo. Tre documenti elaborati dopo la Dichiarazione universale del 1948 illustrano le divergenze islamiche rispetto ai valori fondamentali dell’Occidente cristiano. Sono la Dichiarazione islamica universale dei diritti dell’uomo, 1981, Consiglio Islamico d’Europa, proclamata presso la sede dell’Unesco a Parigi il 19 settembre 1981 e pubblicata a cura del Consiglio Islamico d’Europa a Londra nello stesso anno; la Dichiarazione del Cairo dei diritti dell’uomo nell’Islam, 1990, Organizzazione della Conferenza Islamica, approvata e adottata al Cairo il 5 agosto 1990 dalla XIX Conferenza Islamica dei ministri degli Affari Esteri; la Carta Araba dei Diritti dell’uomo, 1994, adottata dalla Lega degli stati arabi.