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Inserito il 11-12-2003  
Non più credibili le forme di lotta sindacale
di Giovanni Venezia


Crediamo che una comissione paritetica potrebbe risolvere definitivamente il problema. Però la pensione - che privilegio ! - per deputati e senatori non si discute. Tanto paga il solito Pantalone.

I recenti fatti sindacali che hanno turbato la comunità milanese, nella loro gravità, rientrano nella storia delle rivendicazioni di piazza e costituiscono una costante variabile aggiornata alla situazione politico-economica del Paese.

Non susciterebbero stupore più di tanto se non si fossero verificati danni e la conseguente umana disapprovazione con protesta da parte dei comuni cittadini per i metodi antidemocratici ed irrispettosi della legalità.

Hanno lasciato un segno profondo che deve indurre la “triplice” ad un severo e serio approfondimento diretto a individuarne le origini, le cause e le conseguenze. Esaminare lo stato di salute del sindacato dopo i fatti che hanno causato come conseguenza la possibile perdita della capacità contrattuale, indebolendone la colonna portante come supporto di consenso nelle rivendicazioni.

Tra i protagonisti della “rivolta-disobbedienza” c’era anche la Cgil.
Aldo Amoretti , presidente del Patronato del sindacato di Epifani, è amareggiato: “ Per noi della Cgil è una grande sconfitta: “ ci siamo trovati davanti ad una situazione ingestibile, E’ vero. “… violando le regole ti rendi nemica l’opinione pubblica…i lavoratori hanno creduto che le forme di lotta proposte dal sindacato non servissero a risolvere il problema..”

Il fatto è significativo e si presta a riflessioni che non possono essere ritenute marginali. Se così fosse, infatti il sindacato come istituzione, non avrebbe più germinazione e non potrebbe fare da ombrello alle rivendicazioni dei dipendenti-lavoratori.

“Quello cui si è assistito è in realtà una manifestazione, particolarmente clamorosa e deplorevole di un fenomeno che, almeno fin dall’inizio degli anni Ottanta, ha modificato profondamente il quadro dell’azione sindacale, a fronte della crescente “terziarizzazione” del modello produttivo. Se fino ad allora, infatti, il conflitto sindacale era coinciso in amplissima misura con il conflitto industriale, e dunque il suo destinatario era stato il “padrone” e il suo teatro la fabbrica, ora venivano in primo piano i servizi, indispensabili non solo nell’organizzazione sociale, ma nella stessa attività produttiva.

A differenza di quanto avvenuto fino ad allora, gruppi estremamente ristretti erano ormai in grado, bloccando l’erogazione di certi servizi, di procurare danni sociali di vasta portata, tali da ripercuotersi sull’intera collettività.” (Giorgio Bianco) Il potere dirompente degli scioperi nel settore dei servizi emerge con prepotenza.

Ma c’è in questi ultimi tempi una sferzata impietosa nella ricerca sulla realtà della politica e del potere sindacale , che fa affiorare in sintesi - quasi scontata- la demolizione , una dopo l’altra, di mitologie consolidate, dottrine di lotte schematizzate e spersonalizzate per il semplice fatto che ogni azione organizzativa - non supportata da progetti mirati e coerenti -, di fronte ad un’avanzata e matura presa di coscienza da parte dei cittadini- lavoratori- dà per scontato la decadenza delle strutture diventate anacronistiche e solo simulacri.

Si è indotti, a questo punto , pensare che “si potrebbe fare a meno dell’apparato politico-burocratico e anche dei sindacati”, pensiero, si dice, consolidato - scaturito dall’intollerabile clima di “collaborazionismo che si è venuto a creare tra i pretesi rappresentanti dei lavoratori ed i pretesi rappresentanti degli imprenditori…Tale clima, però, non è dovuto ad una spiacevole degenerazione del sistema , ma è insito nel sistema stesso”.

Eppure oggi il sindacato trovasi nel nostro Paese in posizione di dettare regole… e tende, al pari di qualunque apparato pubblico, di estendersi al di là di ogni limite.
Da qui nascono problemi che meritano, per la loro importanza sociale di avere trattazione a parte a cominciare dal diritto di sciopero riconosciuto legittimo ma nei limiti delle leggi che lo regolano ( le prime leggi ed autoregolamentazione, spesso disattese, sono del 1991) fino al momento, sic et simpliciter, di qualificare tale sciopero come un “diritto” che introduce – spiega il giurista Bruno Leoni, un concetto contraddittorio, una specie di monstrum giuridico…(cfr.“Il libro grigio del sindacato” - origini ed anatomia dell’oppressione corporativa- a cura di Giorgio Bianco, Guglielmo Piombini e Carlo Stagnaro – Edizioni Il Fenicottero).

Pur non ritenendo soddisfacenti le attuali disposizioni in merito alla limitazione del diritto di sciopero, sembra che ciò che indigna e solleva l'opinione pubblica è la constatazione che, utilizzando l'arma dello sciopero indiscriminatamente e soprattutto con finalità politiche, pochi lavoratori, sia che aderiscano a sigle sindacali minoritarie, sia che aderiscano alle tradizionali centrali sindacali, cagionano enormi e sproporzionati danni alla cittadinanza e all'impresa ed a sé stessi.

In questo contesto, poco importa che a indire lo sciopero sia questa o quell'altra sigla sindacale.
Ciò che conta è la verifica, nel merito, della sussistenza di validi e fondati motivi quale presupposto necessario per poter utilizzare lo sciopero, a favore di interessi di una determinata categoria di soggetti, che possono incidere sui diritti di un'intera collettività.

I suggerimenti che provengono dalle organizzazioni sindacali sono sicuramente apprezzabili. Ma in più occasioni abbiamo potuto constatare che l'introduzione di obblighi procedurali (comunicazioni preventive, procedure di raffreddamento di eventuali sanzioni), in realtà non risolvono e non hanno risolto il problema.

E allora quale può essere la soluzione? In epoca di globalizzazione e di un “diritto” sempre più europeo, crediamo che non ci si possa esimere dal verificare che cosa accade intorno a noi. Di certo il confronto potrà avvenire solo con quei con Paesi in cui lo sciopero ha ordinamenti più vicini alle nostre tradizioni culturali e sociali.

Dall'esperienza di Paesi come Germania, Inghilterra, Spagna e Grecia ricaviamo alcuni strumenti che hanno attenuato l'impatto negativo dello sciopero sulla collettività e, alcune volte, lo hanno addirittura evitato proprio in ragione delle sue motivazioni. Gli strumenti utilizzati, in esclusiva o congiuntamente, sono il referendum (all'interno dell'azienda), la mediazione o l'arbitrato devoluto a soggetti terzi.

Non è in discussione – ripetiamo - la legittimazione di questo o quel soggetto sindacale a indire lo sciopero, ma la valutazione delle ragioni di fondo che attraverso lo sciopero si vogliono tutelare. Orbene, l'insegnamento che possiamo trarre dall'uso di questi strumenti è proprio nel senso di una diminuzione dei conflitti, degli scioperi, e di un ampliamento del livello di confronto fra le parti sociali.

Gli interessi e i diritti in gioco non sono solo quelli del sindacato e dei lavoratori, ma anche quelli dell'impresa e dei cittadini. Intanto, per porre un argine al verificarsi di situazioni anomale, ciascuno faccia la sua parte: ad esempio intervenga, secondo legge, il prefetto per risolvere, con la precettazione, i nostri urgenti problemi locali.

Poiché, come abbiamo detto, non v’è dubbio alcuno sulla legittimità dello sciopero e non dovrebbe in alcun modo determinarsi danno alcuno da esso nei confronti della comunità, crediamo, però, che venga a cadere la legittimità del diritto stesso allo sciopero con il conseguente crollo dell’impalcatura a tutela dei diritti del lavoro quando questi vengono minati o sia fondato e motivato il timore di azione erosiva dovuta a cattiva informazione o, peggio ancora, incompleta o strumentale a qualcosa che esula dal tema centrale che attivano decisioni conflittuali aperti.

Siamo convinti sostenitori del diritto di sciopero nel rispetto delle regole, purchè, cioè non crei disagi oggettivi, pene e stress ai cittadini come prescritto dalla Costituzione e dalla legge.

Il fatto è che in questa nostra Italia, anche da parte di moltissime aziende, soprattutto pubbliche, non c'è mai la volontà di rinnovare i contratti alla regolare scadenza, aggravata anche dalla totale chiusura, per un lungo periodo, alle trattative aprendo, così, la pista a giuste rimostranze fino allo sciopero selvaggio.

Il fenomeno si determina soprattutto perchè i politici, per salvaguardare le poltrone acquisite, mai hanno proposto una seria legge che regolamenti il diritto di sciopero che preveda obiettivamente rivendicazioni sanabili alla luce di fattori legati a varie situazioni contingenti e secondo il dettato della Carta Costituzionale.

Ma più che questo, riteniamo necessario si debba porre mano a stendere una riforma del sistema di tutela dei lavoratori. Un sistema che non danneggi la produzione, i lavoratori, le aziende, i cittadini e quindi l'economia del Paese. Pensiamo , per esempio, alla istituzione di una Commissione Paritetica formata da: Ministro del lavoro o da altro suo rappresentante con poteri pieni decisionali di contrattazione; rappresentanti sindacali delle categorie interessate al rinnovo contrattuale, rappresentanti Istat e studiosi di diritto del lavoro. Soggetti legittimati a concludere con trattative compiute ed oggettive.

Detta commissione dovrebbe riunirsi una volta ogni sei mesi per valutare l'andamento generale dell'economia, prendendo in considerazione gli indici - veri però - del costo della vita ed in conseguenza di dette analisi stabilire se esiste il diritto ad aumenti salariali proporzionati al rincaro del costo della vita; somma che salvaguardi il potere d'acquisto della moneta e consenta di vivere dignitosamente ed in linea con lo sviluppo economico . Ciò darà dignità al lavoratore, immagine positiva internazionale alle aziende e maggiori profitti come conseguenza di una produzione che non subisce interruzione. Siamo certi che l'attaccamento al lavoro dei dipendenti crescerebbe notevolmente con conseguente miglioramento della qualità del prodotto e dei servizi.

Ma è realizzabile? La democrazia sindacale accetterebbe una riforma per abbattere la conflittualità intesa come porta per accedere all’astensione del lavoro? Noi crediamo che riuscendo a dipanare questa matassa ingarbugliata dalla cancrena degli scioperi selvaggi per tutelare (?) diritti e contratti, potremo con orgoglio definirci un Paese a democrazia compiuta. Ma forse in Italia, per raggiungere questo sistema di tutela dei diritti derivanti dal lavoro, sarà lunga la strada da percorrere perché mancano verità e molte di queste vengono occultate come in assenza di democrazia. Noi, però, ci riteniamo possibilisti.

Mentre nel resto del Paese si discute come passare definitivamente dal sistema retributivo a quello contributivo, il Parlamento, isola felice, resta l’unico posto dove il vitalizio si calcola ancora sulla base dell’ultimo stipendio percepito.Sulla carta l’età pensionabile è quella valida per tutti, 65 anni, ma una serie di trucchetti fanno sì che , alla prova dei fatti, quasi tutti, graduati e peones, si trovino pensionati a 50 anni. BABY.

E io pago – diceva il grande Totò. I sindacati organizzerebbero girotondi e raduni piazzaioli, marce e quant’altro contro i privilegi dei parlamentari? Certo che no! Fa comodo che “le pecore” restino a pascolare l’erba inquinata e di cattiva qualità. Sono la loro risorsa.


Dal sito www.ilpungolo.it