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Inserito il 14-12-2003  
Se lo stato stende un velo sulla libertà
di Paolo Del Debbio


E' necessaria una legge che vieti lo sfoggio del velo islamico nel­le scuole francesi. E' quello che, ieri, in Francia, ha chiesto la Commissione sulla laicità presiedu­ta da Bernard Sta­si. I venti saggi che compongo­no la commissio­ne, dopo sei mesi di audizioni, so­no arrivati alla conclusione che se si vogliono sal­vaguardare e difendere i valori laici e la rigorosa separazione Sta­to-Chiesa in vigo­re in Francia dal 1905, non si pos­sono ammettere, nelle classi, i simboli religiosi ostentati e vanno, dun­que, proibiti «i vestiari e i segni che manifestano una appartenenza reli­giosa e politica».

Il tutto è nelle mani di Chirac che si esprimerà il 17 dicem­bre ma nelle scorse settimane ha già detto chiaramente che la laici­tà «non è negoziabile». Anche per noi, più modestamente che per Monsieur le President, la laicità non è negoziabile ma è il suo con­cetto di laicità, che non ci trova d'accordo. Anzi è proprio sbaglia­to. La storia è antica.

Jean-Luc Ferry, ministro dell'Istruzione pubbli­ca francese tra il 1879 e il 1883, av­viò il processo di laicizzazione del­la scuola. La laicità della scuola può dirsi una «invenzione» france­se. Ancor prima lo Stato laico, sul­la scia dell'illuminismo e della rivo­luzione del 1789, si fonda sul prin­cipio della non confessionalità con la distinzione (ovvia) tra Stato e Chiesa e anche con la separazio­ne fino alla laicizzazione dei servi­zi pubblici di assistenza e istruzio­ne affidati, fino ad allora, all'orga­nizzazione religiosa.

II ministro de­gli Interni della Terza re­pubblica francese, Léon Gambetta, a proposito del clericalismo diceva «voilà l'ennemi». Il cleri­calismo, secondo lui, era la volontà della gerarchia ecclesiastica di esercitare qualche forma di control­lo non solo sulla coscien­za individuale ma anche sulle sfere istituzionale, sociale e culturale.

Ma, chiediamo noi, voler influi­re invece sulle coscienze indivi­duali attraverso un controllo delle sfere istituzionali, sociali e cultura­li, come auspicato dalla commis­sione di Bernard Stasi, non è una forma, quella sì, di autentico clericalismo pericoloso, violento e in­giusto?

Cos'è la laicità dello Stato? Un livellamento utopico, e mai rag­giungibile, di tutte le identità fino a raggiungere (rubando un concet­to a Max Weber) un «tipo ideale» di cittadino laico? Una specie di invocazione della uniformità che proceda dalla deformazione e dall'annullamento delle diverse identità? Cosa vuoi dire «laicità non negoziabile?». Eliminazione delle non negoziabili diversità an­che quando esse vivono negli indi­vidui che rispettano le regole fondamentali della convivenza civile, cioè della libertà che si può legitti­mamente esprimere fino al rispet­to della libertà altrui?

E la ricchezza della società da dove la si fa nascere? Dallo Stato che disegna, impone e salvaguar­da un modello di individuo financo nelle sue credenze religiose o politiche?

Ostentare ha la stessa radice di ostensorio, l'oggetto liturgico che nella Chiesa cattolica serve ad esporre l'ostia consacrata per l'adorazione dei fedeli: un simbo­lo della divinità che si espone alla libertà umana. Così come il velo delle ragazzine francesi di fede isla­mica si offre alla libertà altrui mo­strando la propria scelta di libertà. E' imposto quel velo alle ragazzine islamiche? E' frutto di una violen­za? Questo si deve chiedere, even­tualmente, lo Stato, non altro. Il re­sto non compete ad esso. Compete alla libertà dei singoli e questo deve difendere lo Stato laico: la libertà di in­dossarlo senza essere of­fesi o discriminati.

Colpisce, nella lettura degli scritti di don Luigi Giussani, il fondatore di Comunione e liberazio­ne, un movimento che come è noto ha giocato molto sul­la rivendicazione di una identità e di una presenza forte dei cattolici nella società italiana, la richiesta pressante, decisa e teologicamen­te argomentata della laicità dello Stato.

La laicità c'è per far vivere le di­versità e per garantire il rispetto delle identità. Laicità e identità for­te sono sorelle, non sono due poli che si respingono. E non è un caso che le chiese cristiane si siano pro­nunciate seccamente contro que­sta ipotesi di legge. Veramente una brutta storia.

Si chiama Stasi, il presidente della Commissione sulla laicità. Mai termine fu più evocati­vo dì un modo di pensare che vorrebbe bloccare tutto, anche il dinamismo della società civi­le secondo un parametro stata­lista sbagliato e dannoso.


Da Il Giornale del 12 Dicembre 2003