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Inserito il 6-1-2004  
No al presidente re
di Gianfranco Morra


La (triste) vicenda della grazia ad Adriano Sofri, che si avvia ormai alla sua (preoccupante) conclu­sione, ha reso palese una con­traddizione della nostra de­mocrazia: la persistenza di un istituto, quello appunto della grazia "sovrana" , che ci ri­porta ai secoli medievali del potere religioso o a quelli moderni dell'assolutismo monarchico. In quelle epo­che il potere derivava da Dio e quanti lo esercitavano non dovevano rispondere se non a Lui. Essi erano superiori alle leggi (legibus soluti), dato che la legge coincideva con la loro stessa volontà.

Così non può essere in democrazia, regime legale e ra­zionale, nel quale l'arbitrio soggettivo non deve avere spazio e tutti sono sottomessi alle stesse leggi, senza ecce­zioni. Può essere giusto con­cedere amnistie o indulti, a intere categorie di persone o in riferimento a epoche tor­mentate, come fece Togliatti nel '47. Ma la grazia, atto in­dividuale, nulla ha di demo -cratico. È un residuo dell'as­solutismo. Anche da noi.

Lo "Statuto" di Carlo Alberto, col suo art. 8: «II Re può far grazia e commutare pene», durò sino alla caduta della monarchia e fu ripreso quasi alla lettera nella nostra Costi­tuzione, ali'art. 87: «II Presi­dente della Repubblica può concedere grazia e commu­tare pene». Come fosse un re.

Una legislazione carceraria efficace deve prevedere per tutti, a certe condizioni, una riduzione delle pene e la fine anticipata della reclusione. Ma, la grazia è un provvedi­mento ad personam, che la­scia senza riposta una do­manda: perché a lui sì e ad al­tri no? Con tutti i sospetti di prevaricazione politica che ne possono nascere.

Proprio per limitare l'ar­bitrio di un atto soggettivo, il codice di procedura penale stabilisce che la grazia con­cessa dal Presidente debba essere «proposta e controfir­mata dal Ministro di Grazia e Giustizia».

La legge presenta­ta da Marco Boato, che di Sofri fu compagno dì merende nell'epoca della "meglio gioventù", eliminerebbe questa garanzia e attribuirebbe solo al Presidente la concessione della grazia, proprio come ai tempi dell'assolutismo mo­narchico. Con una pennellata in più: la legge Sofri fa cadere anche l'obbligo per il con­dannato di firmare la do­manda di grazia (cosa che So­fri s'è sempre rifiutato di fa­re). Ciampi concederà dun­que la grazia a Sofri per una colpa che il leader di Lotta Continua non riconosce. Ma come si fa a graziare uno che non ammette la colpa? Non è come dire che è stato con­dannato ingiustamente?

Ciò che appare strano non è solo il largo consenso, a sini­stra e anche a destra, sulla concessione della grazia a Sofri. Ma forse non troppo stra­no, quando si pensi che gran parte della industria cultura­le è oggi dominata da uomini usciti dalla lotta violenta contro le istituzioni democratiche degli anni Settanta, E ancor più strana è la vasta convergenza, per non dire inciucio, tra i partiti dei due schieramenti nell'accettare la legge Boato. Una proposta che fa un uso privato della legislazione e che va nel senso opposto allo spirito della de­mocrazìa.

Intanto Pierferdinando Casini s'affretta, Carlo Azeglìo Ciampi benedice, Piero Passino esulta, Sandro Bondi si dichiara soddisfatto, solo Marco Pannella conti­nua a protestare anche se ha già vinto. Anche il ministro Roberto Castelli, ha accettato (s'è consolato con la musica di Vienna). Il tutto mentre decine di altri condannati resteranno in gattabuia. In bar­ba alla eguaglianza dei citta­dini di fronte alk legge.

La grazia, infatti, atto arbitrario e magnanimo del Principe, è proprio il contrario dell'e­guaglianza e della democra­zia.


Da Libero del 4 Gennaio 2004