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Inserito il 18-1-2004  
L'internazionale dei giudici
di Paolo Bracalini


Minoritari ma influenti, progressisti quanto intolleranti, Robert H. Bork, magistrato "fatto fuori" dai liberal, racconta la dittatura delle toghe negli USA e nel resto del mondo occidentale

I1 suo nome in Italia dice poco ma in America dice moltissimo, tanto da diventare un neologismo. To bork, nel linguaggio quotidiano, significa incastrare qualcuno, screditarlo con accuse di parte. Quello che successe appunto al giudice Robert H. Bork, nominato nel 1987 alla Corte Suprema (il più alto tribunale federale americano) dal presidente Ronald Reagan e poi sfiduciato dal Senato a maggioranza democratica per motivazioni puramente politiche. Invece dì valutare il cursus honorum del giudice Bork, il senato giudicò soltanto le sue idee politiche e lo fece fuori con 58 voti contro 42.

Dopo essere stato borked (leggi: trombato) Bork ha messo a frutto .la sua esperienza di giudice e di costituzionalista della Yale University, diventando il nemico numero uno dell'alleanza tra cultura liberal e magistratura. Oggi è senior fellow dell'American Enterprise Institute, una delle tante neocons a Washington D.C. e da lì lancia i suoi strali polemici contro la "New Class", come la chiama Irving Kristol, contro i campioni dell'ideologia progressista che dopo aver occupato le aule universitarie negli anni Settanta, occupano oggi le cattedre di quelle stesse università, i vertici della giustizia e le più importanti poltrone dell'establishment culturale.

L'ultimo libro di Bork ritorna sul tema dei suoi precedenti lavori - il declino della cultura americana come eredità della rivoluzione culturale degli anni Sessanta - ma da un'angolazione molto precisa. In Coercing Virtue - The worldwide rule of judges (ed. Aei Press, pagg. 200) Bork spiega che i paesi occidentali - e soprattutto le democrazie più mature - stanno vivendo una fase di cambiamenti rivoluzionari nell'amministrazione del potere, a causa di una magistratura sempre più politicizzata. I tribunali sono diventati la più potente forza nella lunga battaglia tra una minoritaria (ma influente) élite culturale e la maggioranza dei cittadini legata ai valori tradizionali.

In tutte le nazioni occidentali, sostiene Bork, il potere di autogoverno del popolo e la possibilità di determinare attraverso il voto anche la morale pubblica, tende fortemente a diminuire. Naturalmente le cause di questa sottile corruzione della democrazia sono molte. «Ma la più potente - spiega Bork - è l'ascesa di una magistratura politicamente attiva, ambiziosa e imperialistica».

I giudici, insomma, si sarebbero messi a fare politica usurpando un potere che non spetta loro. La magistratura, dice Bork, appoggia l'agenda politica della sinistra, la politica sociale e l'ideologia delle élite intellettuali progressiste. Il motivo? I valori dei progressisti occidentali, illuminati da una conoscenza superiore dell'umanità, rappresentano una minoranza politica indigesta ai palati meno fini degli elettori. «Quando il loro ideale di giustizia e di virtù viene messo alla prova delle urne - dice Bork - perdono le elezioni. Ecco perché risorgono nelle aule di tribunale. Chi non riconosce la superiorità morale del loro progetto politico, è costretto a farlo attraverso la coercizione dei giudici».

Bork analizza nel dettaglio il fenomeno negli Stati Uniti, in Canada e in Israele (terra del «più ideologico e antidemocratico tribunale occidentale», la corte suprema israeliana). Per sostenere poi come l'ideologizzazione della giustizia abbia ormai una dimensione internazionale, in istituzioni come l'Onu o la Corte criminale internazionale. «È inutile dire - scrive Roger Kimball nella recensione sul National Review - che quello che si intende con moralità internazionale non è altro che la versione politically correct e progressista della moralità». Così come l'attivismo giudiziario rappresenta un pericolo per il "self-government" delle democrazie, così i tribunali internazionali minacciano il diritto alla sovranità nazionale.

La radici di questo fenomeno a livello internazionale, secondo Bork, risalgono ai grandi processi di Norimberga. Mettendo alla sbarra i capi di una nazione sconfitta, per la prima volta si impose l'idea di una legalità internazionale fondata su una base morale, su una comune idea del bene. «Naturalmente fu importante processare i gerarchi nazisti, il tribunale svolse funzioni anche necessarie, come accertare i crimini compiuti. Ma è lecito dubitare sulla legittimità del processo. E' rischioso dare il nome di "legge" a lotte politiche che sono essenzialmente senza legge».

La nuova veste dello stesso problema, per il giudice, oggi si chiama antìamericanismo. Non solo quello di molti Paesi anche europei, ma pure l'antiamericanismo interno, quello di una classe intellettuale «largamente ostile - dice Bork - al potere americano. E che usa la cosiddetta legge internazionale per criticare il governo e la società. La legge internazionale è così diventata un'arma in più nella guerra civile interna tra diverse visioni del mondo».



Da Il Giornale dell'8 gennaio 2004