Il falco è il nostro simbolo in quanto sintesi del nostro sentire
Home page Chi siamo gli Amici Contattaci
 
User
Password
» Iscriviti
» Ricorda Password
 
Dossier
Ambiente e Scienza
Amici di penna
Attualità
Biblioteca
Economia e Finanza
Europa
Fuoco amico
Giustizia
Guzzanti's Corner
La Chiesa e l'Islam
La mia Africa
Le spine di Opunzia
Nel Mondo
Scuola e Università
Società e cultura
Terza Pagina
Giustizia
Commenta l'articolo
Inserito il 21-1-2004  
Il PM, la mafia e il "commissariamento del Governo"
di Lino Jannuzzi


«Simposio» è parola gentile. Secondo i vocabolari, per simposio s'intende il convito, il banchetto. E per il Tommaseo, «tra la gente colta, anco parlando, dicevasi "negli amichevoli simposi", del conversare a tavola con allegra dimestichezza». Ma in un cinema di Palermo è in corso da venerdì un simposio, dal titolo «Cosa nostra e le ma­fie del nuovo millennio», in cui si disegnano scenari agghiaccianti ed echeggiano parole drammatiche. E il principale relatore, il sostituto procuratore Roberto Scarpinato, è arri­vato a dire: «Io stesso sono attento a non toccare certi argomenti per autotutela perso­nale». Perché? Perché «ho misurato sulla mia pelle la violenza delle reazioni e lo stato di isolamento e di emarginazione che indu­cono me e alcuni colleghi a tacere per ragio­ni di realismo».

Roberto Scarpinato, che i cronisti di Paler­mo definivano «il teorico» o «l'intellettuale», è stato il Pm del processo a Giulio Andreotti, ha raccolto per anni negli scantinati della procura misteriosi dossier intitolali ancor. più misteriosamente «sistemi criminali», e recentemente ha capeggiato la rivolta con­tro Piero Grasso, il procuratore succeduto a Giancarlo Caselli.

Dieci anni fa, aveva guidato l'assalto al procuratore Giammanco ed era riuscito a cacciarlo, permettendo così l'insediamento di Caselli. Questa volta ha perso la partita, è stato estromesso dalla dirczione distrettuale antimafia ed è stato destinato a più modesti incarichi. Ma ha fatto in tempo a lasciare ai suoi successori un «programma per la lotta ; alla mafia», scritto a quattro mani con il col­lega Antonio Ingroia, il Pm del processo a. Marcelle DeU'Utri, e pubblicato dalla rivista Micromega.

Questo programma si basa su di una premessa: «La dimensione politica della mafia non è un dato eventuale ed aggiuntivo del fenomeno, ma genetico e strut­turale... ma se il fenomeno mafioso è espressione sistematica della polis, come può la polis estirpare tale fenomeno senza contrad­dire se stessa? In altri termini, se è la politica il nerbo della potenza mafiosa, come può la stessa politica abbattere la potenza mafio­sa?».

E allora che si fa? Non bisogna più presta­re fede alla tesi secondo cui «la democrazia, consiste nella dittatura della maggioranza aritmetica» (...) Fu proprio questo il meccanismo che portò democraticamente al pote­re il fascismo e il nazismo i quali, una volta insediatisi, distrussero la democrazia (...) Per salvare la democrazia da se stessa la mo­derna ingegneria istituzionale colloca in al­cuni nodi strategici delle clausole salvavita, tali cioè da impedire il suicidio della demo­crazia, che sospendono o relativizzano il dogma del consenso (...) e permettano di sospendere autoritativamente la democra­zia aritmetica al fine di salvare la democrazia sostanziale, cioè il bene co­mune della generalità dei citta­dini contro la stessa volontà del­la maggioranza».

L'attualità del messaggio è evidente: gli elettori hanno dato la maggioranza aritmetica a Sil­vio Berlusconi? Con lui al gover­no è assurdo sperare di poter combattere e vincere la mafia, «sarebbe tempo di affrontare in sede euro­pea il problema del commissariamento dei governi degli Stati membri, i cui vertici do­vessero risultare in collegamento diretto o indiretto con la criminalità organizzata». Si commissaria Berlusconi e si sospendono le elezioni il tempo necessario a combattere e a estirpare la mafia.

Ieri, al simposio di Palermo, Scarpinato ha avuto modo di approfon­dire e aggiornare l'argomento: «Se fino agli anni '70 la struttura maflosa ha con la classe dirigente un rapporto di dipendenza nel sen­so che serve a stabilizzare il potere, verso la fine degli anni 70 si assiste a un imborghesi­mento della classe maliosa (...) e con la nasci­ta del capitalismo commerciale della mafia Cosa nostra assume un autono­mo potere di contrattazione e si assiste a un nuovo assetto dei rapporti di forza per cui certa classe dirigente diventa dipen­dente dal potere criminale...».

Secondo Scarpinato, Salvo Li­ma, il proconsole siciliano di Andreotti, è già «il simbolo di una borghesia mafiosa che viene fagocitata dalla stessa creatura che aveva con­tribuito a fare crescere». Figuriamoci che co­sa è avvenuto con i Dell'Utri e i Berlusconi. Non se ne può nemmeno più parlare: c'è «il rigetto trasversale e generalizzato da parte del sistema, una sorta di esorcismo cultura­le di negazionismo e riduzionismo».

Dove la parola chiave è quel «trasversale»: non è solo Berlusconi e il centrodestra, c'è dentro anche la sinistra, per ignavia o per viltà. Persino Luciano Violante, magari, messo sotto accusa dopo l'esito del processo ad Andreotti. Persino il procuratore Grasso, che ha «isolato» e ha «emarginato» Scarpinato e «alcuni suoi colleghi». Che perciò sono costretti a «tacere per ragioni di realismo» e devono stare «attenti a non toccare certi argomenti per autotutela personale». Se parlassero, se dicessero tutto, potrebbero fare la fine di Falcone e di Borsellino. Per mano della mafia certamente, ma su mandato della «élite della classe dirigente», che ha ormai «un siste­ma più ampio di interscambio con le strutture criminali».

Proprio così: è l'elite della classe dirigente, e di destra e di sinistra, che minaccia Scarpinato e i suoi colleghi. Altro che Bernardo Provenzano, l'eterno latitante presunto capo di Cosa nostra: i Provenzano e i Messina Denaro sono solo le «solite icone medianiche», che trionfano per ingannare i gonzi, «una sorta di eutanasia culturale».

In occasione del processo ad Andreotti, Scarpinato e i suoi amici avevano scritto per Caselli «la vera storia d'Italia». Poi, assieme a Ingroia, per combattere Berlusconi, aveva chiamato in aiuto l'Europa. Ieri, al simposio di Palermo, ha declamato la vera storia del mondo. E, per prudenza, non ha ancora detto tutto.


Da Il Giornale del 18 Gennaio 2004