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Inserito il 26-1-2004  
Giusto vietare la politica ai giudici
di Vincenzo Vitale


A guardare bene, il linguaggio con cui i vertici dell' As­sociazione Nazionale Magistrati hanno criticato in maniera aspra il progetto di riforma sull'ordina­mento giudiziario approvato ieri l'altro dal Senato presenta lontane - ma ugualmente inquietanti - assonanze con quello del "politburo" del Pcus fino almeno ai tempi di Breznev: si parla infetti di "comitato direttivo centrale" dell'Associazione che dovrà decidere le iniziative da assu­mere contro il progetto di legge; di "lotta" da portare avanti contro l'iniziativa e via di questo passo.

Eppure, checché se ne voglia dire, il progetto di legge approvato è a suo modo rivoluzionario. Infatti, per la prima volta, non solo viene stabilito per i magistrati il divieto di iscrizione ai partiti politici, ma anche 1'adesione a semplici movimenti o associazioni di carattere politico. E come si può non essere d'accordo con questa impostazione di fondo? Come si può non concordare con la elementare considerazione (gridata per la prima volta nientemeno che dal Quirinale per bocca della buonanima del Presidente Pertini) secondo la quale i magistrati non soltanto debbono "essere", ma debbono anche "apparire" imparziali?

Cosa può infatti pensare il poveraccio che scorge il pro­prio giudice mano nella mano con i girotondini in un pomeriggio primaverile, sapendo assai bene peraltro che l'indomani la stessa persona che gridava slogan contro il governo vestirà il nero della toga con potestà di giudicare le sue azioni e, se è il caso, di cambiargli la vita?

E cosa penserà se magari a essere giudicato deve essere, per una qualche ragione, qualcuno che si sa essere politicamente vicino alle forze di governo, di quel governo contro il quale 24 ore prima quel giudice si scagliava con veemenza? Certo, non poter più sfilare coniugando slogan antigovernativi rappre­senta una perdita di libertà per ogni magistrato; tuttavia, è il necessario prezzo che bisogna pagare allo scopo di rappresentare l'istituzione giudiziaria, per il semplice motivo che non si può nello stesso tempo sedere fra i poteri dello Stato e protestare contro il governo.

Altra novità assoluta - contro la quale si sono egualmente schierati compatti tutti i magistrati - è il rafforzamento dei poteri interni del Procuratore capo. Nell'ultimo venten­nio, infatti, si è assistito a un fenomeno assai strano ma costante: il venire meno del ruolo del Procuratore capo del tutto soppiantato dai sostituti, al punto che sembrava essere il capo a sostituire - a volte, ma soltanto a volte - un suo giovane collega e non, come invece dovrebbe essere, il contrario.

Si pensi a ciò che è accaduto in diverse Procure ita­liane negli ultimi anni. Giovani, spesso giovanissimi magistrati di prima nomina catapultati - ad appena 25 o 26 anni - in Procure affollatissime di colleghi, avvocati, processi, in totale o quasi totale libertà ed assenza di controlli da parte del Capo. Il tutto con evidentissimi danni non solo per il singolo magistrato - a volte abbandonato a se stesso - ma anche per gli utenti della giustizia che non possono che pensare per un capo - anziano ed esperto - che non c'è e per i troppi sostituti - giovani ed inesperti - che invece ci so­no.

Non rimane da dire che il concorso che la nuova legge imporrebbe ad ogni magistrato per transitare dal ruolo inquirente a quello giudicante e viceversa risponde a normali criteri di professionalità e di divisione anche dei diversi punti di vista. Quando e come si capirà in Italia che accusare non è lo stesso che giudicare ?


Da Libero del 23 Gennaio 2004