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Inserito il 28-1-2004  
Fu l'Ulivo a sfasciare il Lingotto
di Mattias Mainiero


Vi ricordate la rottamazione delle auto? E Ro­mano Prodi presidente del Consiglio ? Dissero un gran bene, dell'una e dell'altro. Stiamo parlando della secon­da metà degli anni Novanta. L'Europa è alle porte, gli ita­liani stringono la cinghia per comprare il biglietto che deve portarci a Maastricht. E Prodi e i suoi hanno un'idea: rotta miamo le auto. Furono così bravi? Niente suspense, ri­spondiamo subito: furono una frana. E non è una cattiveria.

Questa è la storia di un'i­dea che doveva essere vincen­te e che si è rivelata una palla al piede per la nostra industria, un handicap. Fino a ieri, quando Giuseppe Morchio, amministratore delegato di Fiat, ha potuto annunciare che il peggio sembra ormai passato. Fiat lux: dopo la lunga crisi, si rivedono squarci di luce.

Ma quanto male hanno fatto Prodi e i suoi.

Anno 1997. Entrano in vi­gore i cosiddetti incentivi, o rottamazione che dir si voglia. Gli economisti, almeno i più ac­corti, sono espliciti: è un errore. C'è chi ricorda il precedente francese, catastro­fico: prima la rottamazione, l'aumento delle vendite, poi il crac. Persino Bernd Pischetsrieder, presidente Bmw e dun­que concorrente Fiat, scende in campo: fermatevi, chi soffrirà di più sarà pro­prio Torino.

Credo che il mio amico Paolo Cantarella (all'epoca ammini­stratore delegato Fiat) non sarà conten­to. Niente da fare: il governo marcia a passo di carica. Rottamazione doveva es­sere e rottamazione è. Cantano vittoria i concessionari, nei garage degli italiani le vecchie auto vengono sostituite da mo­delli nuovi. Ma la pacchia non può essere eterna. Elementare: esaurita la spinta degli incentivi di Stato e rinnovato il parco auto, non c'è più niente da vendere e niente da comprare. Cala il mercato del nuovo, e così quello dell'usato. Cala, co­me già avvenuto in Francia, anche il mercato dei pezzi di ricambio. Un disa­stro.

Con un'aggravante: anche grazie al­la rottamazione, spiegano gli esperti, la Fiat e le consorelle Alfa e Lancia agli oc­chi degli italiani «sono diventate sempre più le automobili che si comprano per­ché costano poco o perché c'è lo sconto giusto». Un marchio che si rovina. Il resto lo fa l'azienda: campagne pubblicita­rie un po' sballate che privilegiano gli aspetti futili piuttosto che il contenuto del prodotto, modelli non sempre all'altezza, qualche scelta sbagliata.

Riassume Giancarlo Boschetti, responsabile di Fiat Auto, durante un'audizione parlamen­tare del 2002: «La rottamazione è stata una soluzione che ha favorito soprattut­to i concorrenti, consentendo loro di impiantarsi stabilmente in Italia». Si rottamavano Fiat, si compravano Volkswagen e Bmw. E Torino finiva a rotoli.

«Nel 1998 - dice Gian Primo Quaglia­no, del Centro Studi Promotor - il mer­cato va bene. Anche il '99 è positivo gra­zie agli sforzi pubblicitari delle aziende, e così il 2000. Nel 2001 i primi segni di difficoltà che si accentuano nel 2002». Un solo dato per rendere l'idea: nei pri­mi 5 mesi del 2002 il mercato italiano scende del 12% rispetto allo stesso pe­riodo del 2001. La quota Fiat precipita del 17%, con un crollo, nel solo mese di maggio, del 22,6%. Cifre da disfatta, per recuperare le quali il gruppo torinese ha dovuto aspettare anni, rivedendo nel frattempo le proprie strategie.

Domanda: secondo voi, Prodi & Com­pagni furono governanti davvero così bravi, a tal punto bravi da poter ipotizza­re una loro rentrée governativa? Non ri­spondete. Almeno, non prima di aver ascoltato quest'ultima notizia, quest'ul­timo pezzo di storia dell'Italia ulivista.

Grazie alla maggior produzione dovuta agli incentivi governativi, il Pil italiano aumentò all'epoca dell'1,2 per cento. Esattamente quel tanto che mancava per permettere al nostro Paese di rispettare i parametri di Maastricht. La rottamazione fu il certificato, se non di morte, al­meno di coma della Fiat. E per il governo divenne uno stratagemma per appun­tarsi all'occhiello i successi europei. Pa­gò la Fiat (che per fortuna ha cambiato rotta prendendo le distanze dai miscugli aziendal-politici). Pagarono gli operai del gruppo torinese, pagò l'economia italiana. Tutti noi pagammo.

Loro fecero bella figura. E poi dicono che certi go­vernanti non sono bravi.


Da Libero del 28 Gennaio 2004