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Inserito il 29-1-2004  
Il liberalismo "pop" di Martino
di Sergio Ricossa


Semplicemente liberale è il titolo del nuovo libro di Antonio Martino, tra poco in libreria (ed. Liberilibri). Sono pagine in parte inedite, in parte raccolte in giro dove era scomodo trovarle, e rivedute per la comodità e la gioia del lettore. Il quale lettore passerà di sorpresa in sorpresa a scoprire chi sia un «semplicemente liberale», dopo l'indigestione quotidiana di liberali socialisti, liberali . comunisti, liberali cattolici, liberali repubblicani, liberali monarchici, liberali azionisti, liberali radicali, liberali statalisti, liberali assistenzialisti, e via di seguito contaminando.

Martino è un uomo tollerante, ma non può ammettere che il liberismo serva a contrabbandare l'intervento pubblico nemmeno quando esso è per un sedicente «bene comune». Bene comune? Non lo conosciamo. Se esistesse davvero un bene comune tutti saremmo d'accordo per volerlo e non occorrerebbe alcuna coercizione, alcuna lotta politica. Invece, per fare «il nostro bene» ci tolgono una a una le nostre libertà.

Chi? Ma i politici, è ovvio. Martino li conosce bene perché ora ne fa parte. Ma è lo stesso Martino che perciò lancia la proposta... Lasciamo a lui la parola: «Una misura che eliminerebbe il potere dei partiti, il costo delle campagne elettorali, l'utilizzo della spesa pubblica e della fiscalità come strumenti di acquisizione del consenso, e che ridurrebbe drasticamente la corruzione, è costituita dall'abolizione delle elezioni, affidando la scelta dei rappresentanti politici al sorteggio, come accade per le giurie popolari. Dato l'enorme sviluppo dell'informati­ca, è perfettamente possibile sorteggiare i parlamentari dalle liste degli elettori in modo perfettamente immune da qualsiasi manipolazione». Non è la sola proposta «pop» del nostro «semplicemente liberale».

Eccone un'altra a poche pagine di distanza. «Se vogliamo ridurre la produzione legislativa, limitandola ai soli provvedimenti davvero importanti (...) dobbiamo scoraggiare il "votificio". Basterebbe che, invece di punire chi non vota riducendogli la diaria, si stabilisse che per ogni voto il parlamentare debba versare alle casse della Camera, di tasca propria, diciamo centomila lire. Le conseguenze dì questa apparentemente paradossale disposizione sarebbero straordinaria­mente benefiche: i deputati si asterrebbero dal votare su provvedimenti insignificanti o di dubbia utilità».

Il paradosso non è nel riformismo ideale di Martino, è nella realtà attuale. È qui che per esempio «lo Stato assistenziale inevitabilmente "spiazza" lo Stato liberale. La situazione è ormai paradossale: se conduco una vita dissipata, comprometto la solvibilità finanziaria della sanità pubblica. Tuttavia, se invece vivo rispettando tutti i canoni del salutismo più bigotto, salvaguardo il sistema sanitario nazionale (...): ma dal momento che la mia vita si allunga, metto a repentaglio il sistema pensionistico pubblico. Cosa dovrebbe fare allora un vero patriota? Semplice: vivere una vita igienicamente ineccepibile in modo da arrivare in buona salute all'età del pensionamento, e poi tirare le cuoia, possibilmente senza lasciare eredi».

Lo stile sbarazzino non deve far dimenticare che Martino è un economista di valore con tanto di cattedra universitaria. Ma si direbbe proprio che certe verità del «semplicemente liberale» le possa sostenere con la leggerezza della ragione anziché con il pesante cumulo di mattoni del sofisma. Il libro è agile ed elegante (duecento paginette in tutto). Mostra però, come afferma propriamente la quarta di copertina, e non si potrebbe meglio dire, che l'autore scrive con «la lucidità dell'economista e con la finesse del filosofo morale».


Da Il Giornale del 29 Gennaio 2004