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Inserito il 30-1-2004  
Un'indagine malata
di Giancarlo Lehner


I delitti e gli errori giudiziali perfetti non esistono. Il tempo s'incarica sempre di scoprirne le sma­gliature. Così è e sarà per Cesare Previti. Avendo sempre gridato, carte alla mano, la sua non colpe­volezza, qualcuno m'ha tolto il saluto, altri m'han­no investito di minacce, male parole e pressanti esortazioni a farla finita col tubo del gas.

L'altroieri, nello studio del professor Mario Are, locali contigui - guarda le coincidenze - alla sede della rivista da me diretta, Il Giusto Processo, è piombata la dottoressa Boccassini. La leggenda condominiale racconta che ci fosse anche Colombo.

La Pm doveva rifarsi dello smacco subito dai tre del collegio giudicante del caso Imi-Sir (Carfì, Consolandi, Balzaretti), appurando (perquisendo e sequestrando) se la grafia del professor Are, già difensore di Nino Rovelli, è davvero la stessa di chi vergò le note a margine, entrate - tale la presunzione - pari pari nella sentenza favorevole alla Sir, stilata dal giudice Vittorio Metta.

Lo scandalo del­la verità su Previti scaturisce, perciò, da un corto circuito tra la lesa vanità della Pm e il pregresso narcisismo dei giudicanti, i quali vollero apparire troppo acribici, troppo bravi, rimarcando come loro assoluta scoperta la «senten­za copiata di sana pianta», mentre i Pm, dormienti e mal­destri, non avrebbero visto e compreso niente.

E il coro mediatico, facendo sanguinare il cuore dei Pm, rilanciava ancora ieri il mito Carfì-Consolandi-Balzarotti, esaltando la «pazienza certosina» dei tre nel navigare «fra gli sterminati atti», scovando e valorizzando quel che era sfuggito ai distratti Boccassini e Colombo. Insomma, gra­zie a siffatto infelice e contrastato matrimonio tra donna Vanità e Narciso uno e trino, è saltato fuori che Cesare Previti è stato condannato ad 11 anni, peggio di un omici­da, non solo ingiustamente (quella della bozza preparata per il giudice Metta fu la prova schiacciante contro Previti, presunto autore di quegli appunti), ma, forse, anche proditoriamente, poiché qualcuno sapeva, ma ha fatto, per ragioni tutte da spiegare, lo gnorri.

Che Previti non c'entrasse nulla era, infatti, già noto ai Pm milanesi, davanti ai quali, il 28 ottobre 1996, il professor Are riconobbe come propri quei materiali cartacei ve­nati di glosse e di chiose. Lo stesso Are, d'altro canto, lo ribadì coram populo nell'udienza del 23 febbraio 2001, davanti ai giudici Carfì, Consolandi, Balzarotti. Tutti, pub­blici ministeri e giudici, dunque, sapevano, e da anni, che Previti era non colpevole rispetto ad un passaggio proba­torio ritenuto colonna portante dell'accusa e, quindi, del­la condanna.

Ecco un altro sintomo virale di un'indagine malata, sca­turita da una falsa contessa e da una falsa intercettazione, con cd spezzati tra le ginocchia e nastri manipolati con i pollici.

Eppure, il tiro rimase concentrato sull'imputato politi­camente utile, né (ferma restando la presunzione di non colpevolezza anche per il professor Are) furono richieste rogatorie internazionali per veriflcare altri conti esteri e altre parcelle pagate da Rovelli, quanto, perché ed a chi.

Qualcuno, prima o poi, dovrà chiedere scusa e rendere giustizia a Cesare Previti.


Da Il Giornale del 29 gennaio 2004