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Inserito il 30-1-2004  
Il salotto dei poteri
di Carlo Pelanda


Ricapitoliamo. Nelle ultime setti­mane sono venuti alla luce tanti aspetti del disordine finanziario italiano da poter chiarire le li­nee guida delle soluzioni di rior­dinamento.

Il caso Cirio e quello Parmalat han­no mostrato che ad alcune banche italiane è stato permesso per silenzio-assenso di trasferire il rischio di insol­venza di un'impresa e delle sue emis­sioni obbligazionarie ai risparmiato­ri. Per esempio, io banca X so di avere in mano titoli ormai carta straccia e li piazzo ai risparmiatori più ingenui. L'autorità di controllo sulle banche fa finta di niente perché in tal modo si salva quell'istituto specifico dal pericolo di gravi perdite. Se il rischio si realizza, poi, il danno alla stabilità complessiva è minimo perché, ap­punto, distribuito tra tanti soggetti. Se qualcuno di questi è stato così sprovveduto da scommettere su titoli a rischio tutto o gran parte del suo capitale e starnazza, allora lo si risarci­rà un po' per tenerlo buono. In ogni caso il costo del risarcimento parzia­le, per la banca, sarà inferiore a quel­lo della perdita che sarebbe avvenuta tenendosi in casa l'insolvenza.

Tale modo di agire risente di una dottrina che mette in conflitto la stabilità del sistema bancario con la tutela del ri­sparmiatore privilegiando la prima a scapito della seconda. Ed è quella re­citata, in sostanza, da Fazio in Parla­mento. Tremendamente sbagliata perché non include i nuovi requisiti della fiducia.

Per capirci: Fazio am­mette la possibilità di minimizzare il disordine via trasferimento dello stes­so dove fa meno danno (alla platea dei risparmiatori) mentre la teoria ba­se della nuova «società della finanza, o capitalismo, di massa» vieta qualsiasi distorsione perché le analisi ne mo­strano l'effetto destabilizzante. Con questo non si vuoi dire che Fazio sia «cattivo». Semplicemente rappresen­ta una teoria gestionale vigente nei sistemi di «finanza oligarchica» del passato. Infatti è probabile che Fazio neanche si sia accorto della distorsio­ne destabilizzante che la sua dottrina comporta, anche perché il sistema italiano si trova a metà del guado tra modernità e passato e non produce ancora una pressione culturale suffi­ciente per adeguare le istituzioni alla prima.

Ciò chiarisce la dottrina da adottare per la riforma di riparazione: evitare il conflitto di interesse tra tutela dei risparmiatori e della stabilità del sistema ban­cario.

Un' altra lezione viene dalle operazioni este­re di Parmalat. Si ipotizza che queste siano state simili a quelle fatte dalla Enron: storno dei soldi dall'azienda, li metto in un cesto or­ganizzato come società in un Paese senza con­trolli bancari e di bilancio e li impiego per operazioni finanziarie ad alto rischio e quindi ad alta remunerazione. Con questi superguadagni copro le perdite dell'attività dell'azien­da madre che va male. Ma ad un certo punto una scommessa fallisce e perdo tutto il capita­le «deviato e derivato». Non è escluso che Par­malat abbia perso dai tre ai cinque miliardi di euro in questo modo portandola all'insolven­za.

Come evitare nel futuro queste cose? Biso­gnerà aggiungere alle funzioni di controllo «formali» un'agenzia governativa che possa usare servizi segreti e di polizia specializzati per indagini all'estero. E che possa collaborare con analoghi servizi di altri Paesi. Non c'è altro modo per tutelare l'ordine finanziario dai rischi eccessivi creati grazie ai paradisi fi­scali.

Il caso Parmalat, poi, mostra l'anomalia dì un'azienda che non è mai stata veramente remunerativa. E ciò ha costretto l'imprenditore a far crescere il fatturato per sostenere un monte maggiore di indebitamento poi impie­gato per fare guadagni attraverso finanza de­rivata a rischio enorme. È evidente che le so­cietà di certificazione, gli analisti delle ban­che e del mercato non sono riusciti a cogliere questa anomalia, per anni se non decenni.

Perché? Si sono basati solo sui documenti uf­ficiali, per esempio bilanci falsi. Poiché non possiamo chiedere al mercato di essere an­che poliziotto, evidentemente bisognerà con­centrare l'azione riformatrice sul problema di come minimizzare la probabilità che un bilancio d'azienda sia troppo lontano dalla verità: più dissuasione legale (carcere certo e lungo), raffinamento delle regole di bilancio a favore della trasparenza, una Consob rinfor­zata, come per altro già messo in bozza dal governo.

Infine abbiamo avuto una prova in più dell'esistenza di una grave anomalia del siste­ma italiano che sta alla base delle distorsioni dette: un capitalismo senza capitale che ha bisogno di una relazione speciale, spesso opa­ca, con una banca e con il sistema politico per reperirlo. Il modo politico e non «di mercato» per trovare il capitale ha creato un intreccio tra politica, finanza e mercato che ha configu­rato in modo oligarchico il nostro sistema. Vuoi dire che il potere elettivo è solo uno dei poteri mentre quello principale sta nei «salot­ti dei poteri forti», gli oligarchi nostrani. Per esempio, quando Fazio ha detto che non pote­va fornire dati bancari ad un politicante di passaggio intendeva questo stato di cose.

In­fatti il governo Berlusconi è il primo, da decen­ni, ad avere il più alto numero di ministri, compreso il primo, non-cooptati nei salotti oligarchici. Quindi il conflitto è tra il vecchio consociativismo ed il nuovo modernizzante. Per questo la Casa delle libertà dovrebbe esse­re più compatta per far vincere il secondo.