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Inserito il 31-1-2004  
I buchi della memoria
di Marcello Veneziani


Roma è ancora tappezzata di manifesti neri che incitano alla memoria. I casi della vita. Fino a qualche anno fa, un manifesto del genere avrebbe fatto pensare subito al Movimento Sociale Italia­no. Invece è firmato Ds. Gli scherzi della memoria. Però, come hanno ragione a invocare la memoria da questa amnesia di massa che caratterizza i nostri giorni. Quanti buchi ci sono nella memoria collettiva del nostro Pa­ese.

Vedo in Tv, purtroppo su una rete Rai, uno sceneggiato dedicato a Luisa Sanfelice e alla Repubblica Partenopea del 1799. Ma nessuno ricorda, né in quel film né altrove, che quella Repubblica, durata solo pochi mesi, co­stò all'Italia quel che non è costato il Risorgi­mento. Parlo in termini di vite umane. Nessuno ci dice in quello sceneggiato che la Napoli bor­bonica del Settecento era meno distante dall'Europa della Napoli di oggi.

Ma soprattutto chi ci racconterà la storia di decine di migliaia di meridionali trucidati allora dai francesi con il concorso dei loro compagni giacobini? Aveva­no la sola colpa di restar fedeli al loro Re, alla loro Fede, alla loro Terra. Erano rozzi, probabil­mente, mediamente più incolti degli intellettua­li che animarono il sogno della rivoluzione na­poletana. Ma furono uccisi in massa e nel Sud, cóme nel resto d'Italia, non si serba traccia né memoria di quei cospicui massacri. Ci sono co­mitati, monumenti, libri, sceneggiati, opere tea­trali che ci raccontano di quella Repubblica illu­minata e del sacrificio di alcuni ferventi rivoluzionari. Ma nessuno che ricordi le migliaia di morti in tutto il Sud.

Decine di morti ad Altamura per mano sanfedista sono periodicamente ricordati, migliaia di morti a pochi chilometri di distanza, e qualche settimana prima, a Trani, Andria, Carbonara, Mola di Bari e altrove, per mano giacobina, passano nel dimenticatoio. Ah, la memoria.

Ma poi sarà vero che a noi italiani del gennaio duemilaquattro ci piace la smemoratezza? Non sarei così sicuro se penso alle trecentomila persone, diconsi trecentomila, che hanno speso soldi per acquistare quel detestato oggetto che suscita noia e disgusto nei contemporanei, chia­mato libro e dedicato ad una memoria rimossa: mi riferisco alle Ragioni dei vinti di Pansa, che ha scritto un bel nontiscordardimé riferito ai ventimila italiani uccisi a guerra finita nel nord d'Italia, tra fascisti e no. Non ne parlava nessu­no, quel capitolo naufragava tra imbarazzi e reticenze, e invece quando qualcuno - con la patente di circolazione nel mondo dell'editoria e dei giornali regolarmente rilasciata dalle pre­fetture della sinistra - ha scritto un libro sul tema, è venuto giù quel massiccio interesse.

A confermare che la memoria rimossa a volte suscita passioni imprevedibili ci sono alcuni programmi televisivi che vanno assai bene quando si occupano di queste pagine strappate nel ricordo collettivo. Programmi dedicati a eventi, personaggi e temi cancellati o narrati solo con l'imprimatur della Vulgata Dominan­te, che puzza di regime intellettuale e che per­ciò sono scansati dalla gente. Aria fritta e falsa.

Riusciremo per esempio a vedere per la pri­ma volta in video documentari sui bombarda­menti dopo il '43 in Italia? Riusciremo a vedere qualcosa che ci racconterà dello spavento, delle rovine, dei morti procurati tra le popolazioni civili in tutta Italia, da Treviso alla Sicilia? In Puglia, ad esempio, c'è chi chiede che Trani e Barletta ricordino con strade e cerimonie, un gruppo di soldati e civili passati per le armi dai tedeschi.

C'è qualcuno che si ricorderà di quasi ventimila morti nel bombardamento di Foggia? Lo dico con la pietas nel cuore, senza alcuna passione militante, senza nemmeno un filo di livore. Lo dico anche per fatto personale. Mia madre mi raccontava che era lì, incinta di mio fratello, nella stazione di Foggia, quando comin­ciò l'uragano di bombardamenti. Riuscì a sal­varsi perché, a suo dire, un angelo misterioso, la prese per mano e la condusse in un rifugio, subito dopo dileguandosi. Capisco che sull'orlo estremo della vita, ci sovvengono immagini che magari sono frutto di metafisiche illusioni. Ma lei si salvò, mentre a pochi metri bombardava­no un ospedale dove erano ricoverati centinaia di bambini provenienti da tutta la provincia. Morti, sterminati. Massacri così non se ne sono visti neanche in Irak.

Eppure noi ricordiamo, giustamente, città martiri come Marzabotto e non abbiamo memoria di migliaia di foggiani cancellati da un bombardamento. Le nostre Hi­roshima e Nagasaki, chi se le ricorda più? Eppu­re erano nostri famigliari, conterranei, amici, gente comune. C'è qualcuno disposto a ricordare fette così larghe di memoria lacerata, ferite così malamente rimarginate, pezzi di umanità piangente trascurati da libri, documentari, par­lamenti e istituzioni ?

Passato il 27 gennaio dedicato alla Shoah e ricordato in grande stile da Tv, scuole e istituzio­ni, qualcuno si ricorderà, per esempio del 10 febbraio, dedicato da pochi volenterosi alla me­moria degli italiani che furono uccisi barbara­mente nelle foibe?

Come è detestabile questa comparazione del­la memoria, questa lottizzazione della memo­ria. Ma più detestabile è, credetemi, la memoria con i buchi o l'uso della memoria per un solo, pur tragicamente grande, evento.

Non sto qui soffiando su rancori e dolori anti­chi, sto semplicemente raccogliendomi su tutti i Trascurati del passato, sull'ordine infinito de­gli Obliati. Chiedo pietà per loro, vinti, vittorio­si o semplicemente vittime. Chiedo una memo­ria più armoniosa, in Tv, a scuola, al Quirinale, a Montecitorio. Chiedo poi di allargare la rete accogliente della memoria, non solo a tutti gli eventi dolorosi del passato, ma anche a quelli lieti e felicemente memorabili, o semplicemen­te significativi.

Memoria non deve significare solo ricordo del Male, ma ricordo anche del bene, tenerezza verso coloro che furono, dolcez­za anche struggente verso chi venne prima di noi. Amore della storia. E memoria di epoche andate, di costumi perduti, di storie minime. Solo così ha un senso compiuto e non solo fune­sto l'invocazione della Memoria.

E solo quando è così densa e viva la Memoria, non militante, non livorosa, può concedersi il lusso, come scri­ve Paul Ricoeur, di coabitare con l'Oblio. Per­ché abbiamo bisogno di ricordare ma anche di dimenticare: di queste intermittenze si nutre la condizione umana. Perché a volte abbiamo bi­sogno della memoria come il pane, ma a volte abbiamo bisogno dell'Oblio come l'acqua del Lete, che scorre e ci consente con altrettanta pietà e mano leggera, di dimenticare.

Il pane della memoria e 1 'acqua dell'Oblio.


Da Il Giornale del 31 gennaio 2004