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Inserito il 1-2-2004  
1892: Governatore, sei colpevole quindi ti nomino senatore a vita
di Gianfranco Morra


La bufera che si è addensata sulla Banca d'Italia e sul suo Governatore, che taluni accusano di non avere esercitato la dovuta sorveglianza sugli istituti di credito implicati nell'affare Parmalat, riconduce la me­moria ad un altro affaire ac­caduto sul finire dell'Otto­cento in quell'istituto di emissione dalle cui ceneri nascerà appunto la Banca d'Italia. Uno scandalo sul quale nuova luce ci è giunta dalla recentissima mono­grafìa di Aldo Mola su "Giolitti. Lo statista della nuova Italia" (II Mulino).

Quanto accadde alla Banca Romana nel 1892-93 fu cosa assai grave e nei suoi malaffari fu implicata la classe politica della sinistra, i cui due leader, Crispi (allora premier) e Giolitti (prima ministro del Tesoro e poi premier), en­trambi a conoscenza dei fatti, li nascosero e riuscirono in un primo tempo a farla fran ca. Solo la denuncia di Napoleone Colaianni resuscitò lo scandalo in Parlamento e Giolitti fu costretto alle di­missioni.

La Banca Romana era stata costituita nel 1834, per ope­ra di un gruppo di finanzieri francesi, col consenso del Pa­pa. Quando gli italiani entrarono in Roma divenne il principale istituto di emis­sione della moneta, diritto che anche i Banchi di Napoli e di Sicilia conservarono sino al 1926, quando Mussolini lo attribuì alla sola Banca d'Ita­lia, che era nata nel 1893, proprio per voltare pagina rispetto alla Banca Romana, che venne sciolta. Cosa era successo?

L'opinione pub­blica sapeva che alla Banca Romana si facevano abusi e si parlava di 60.000 lire "pre­state" a Giolitti per le spese della campagna elettorale. Nel 18 8 9 il secondo governo Crispi, di cui Giolitti era mi­nistro del Tesoro, incaricò il senatore Giacomo Alvisi e un funzionario del Tesoro, Gu­stavo Biagini, di fare luce sui fatti. Cioè sui misfatti: la Banca Romana aveva messo in circolo 2 5 milioni di lire in eccesso, di cui 9 stampati clandestinamente. Crispi e Giolitti, compagni di me­renda ma fra loro nemicissi­mi, come potevano esserlo un siciliano e un piemontese, nascosero i risultati dell'in­chiesta.

Già allora i governi dura­vano poco e Crispi si era do­vuto dimettere. Il suo posto era stato preso prima dal Di Rudinì, poi da Giolitti. Tutti proponevano un riordino bancario, ma mentre alcuni preferivano lasciare l'emis­sione a molte banche, altri, fra i quali Giolitti, ne proponevano una soltanto. Ma an­che Giolitti nel 1892 cambiò idea: erano vicine le elezioni e aveva bisogno dei soldi della Banca Romana e dell'appog­gio del giornale "Popolo romano", finanziato dalla stes­sa banca.

L'opposizione di estrema sinistra e quella di estrema destra capirono che "gatta ci covava". Anche per­ché Giolitti, per sdebitarsi della "tangente", aveva fatto nominare senatore Bernardo Tanlongo. Dunque il go­vernatore della Banca Ro­mana, la persona che l'in­chiesta aveva indicato come il principale colpevole, veni va premiato per i suoi "mi­sfatti".

La requisitoria in parlamento di Colajanni, soste­nuta dagli oltranzisti Gio­vanni Bovio e Felice Caval­lotti, fu forte e convincente. Ormai non si poteva più nascondere lo scandalo, anche perché la relazione occultata era stata trovata e resa nota dal grande economista libe­rista Maffeo Pantaleoni. Questa volta si ebbe una ispe zione amministrativa non addomesticata, che rivelò una circolazione abusiva di 69 milioni e un ammanco di cassa di 20. Nel gennaio 1893 il governatore Tanlongo e il cassiere Cesare Lazzaroni vennero arrestati. Giolitti ebbe tutti contro, compreso Crispi, che esibì dei docu­menti che provavano gli stretti legami fra lui e Ta­nlongo. Eppure anche Crispi nello scandalo c'era dentro: alcune cambiali, mai onora­te, di soldi prestati dalla Ban­ca Romana a "donna Lina", sua seconda moglie.

Non ba­stava: ci voleva anche una in­chiesta politica, affidata a una commissione di sette parlamentari che non potè nascondere le responsabilità di Giolitti, che aveva occulta to prove a suo carico. Giolitti si difese nell'unico modo possibile: l'ho fatto per salva­re il "segreto di Stato". Era una giustificazione infonda­ta e il 23 novembre 1893 fu costretto alle dimissioni. E fu il suo allontanamento dalle cariche di governo per dieci anni, sino al 1903, l'anno del "rieccolo".

Ma i magistrati non lascia­rono con ciò cadere l'osso. La Giustizia andò avanti e Giollitti cominciò a temere un arresto. Per evitarlo vestì i panni del "perseguitato po­litico" ed espatriò a Berlino. Conosceva bene il proverbio piemontese: «ni per tort, ni per rason, lasste nen buté en perzon». Ci restò dal dicem­bre 1894 al febbraio 1895. Tornò per la campagna elet­torale, che lo vide rieletto deputato. E alla Camera ebbe la più grande soddisfazione della sua vita: assistere alla caduta di Crispi dopo i fatti di Adua. Da accorto politico, Giolitti aveva atteso sul fiume che passasse il cadavere del nemico.

Naturalmente gli scandali, in Italia, durano poco. Ecco perché il successore di Gio­litti come premier fu Crispi, che non era meno responsa­bile di lui nello scandalo del­la Banca Romana. Il princi­pale colpevole, Tanlongo, fu assolto. La cosa fu presto di­menticata e tutti, prima o poi, tornarono al loro posto. Solo gli storici sottolinee­ranno che nello scandalo della Banca Romana è facile leggere gli archetipi del malcostume italiano: l'abitudine nazionale e insuperabile alla "tangente", l'abuso della amministrazione per fini politici, la comoda trasfor­mazione di deputati e gover­nativi accusati di reati comuni in imputati politici, il fra­casso giornalistico e lo scuo­timento della opinione pubblica, la rapida caduta di tutto in una dimenticanza cinica e complice.

Lo scandalo della Banca Romana costrinse i politici ad effettuare finalmente la riforma bancaria. Caduto Crispi, tutti i governi succes­sivi, soprattutto quello di Sonnino e, più tardi, quelli del "resuscitato" Giolitti, seppero fare una politica economica positiva. Fu so­prattutto Giorgio Sidney Sonnino, prima a capo di un superministero assai simile a quello attuale di Tremonti, poi presiedendo due gover­ni, che ottenne risultati lu­singhieri: la riduzione del deficit, l'incremento dell'in­dustrializzazione, la valorizzazione della rnoneta italiana (le banconote di carta giun­sero a fare aggio sull'oro). Alla fine del secolo il bilancio dello Stato era in pari.


Da Libero del 31 gennaio 2004