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Inserito il 19-2-2004  
Il crac politico che paghiamo noi
di Mattias Mainiero


Migliaia di mi­liardi finiti chissà dove. Spariti, volatilizzati. O forse solo nascosti tra le pieghe di un ren­diconto da brivido. Altri miliardi conta­bilizzati in modo sba­gliato, prestiti non contabilizzati affatto, misteri. In poche pa­role: un bilancio inat­tendibile, nella mi­gliore delle ipotesi spaventosamente di­sordinato. Un disa­stro.

E non è la Parmalat di patron Tanzi & soci in malaffare. Signori, ecco a voi la storia di un buco che è una voragine e che non fa gridare allo scandalo. Normale. Questo è il Paese in cui cinque o dieci milioni di lire investiti in bond e liquefatti nel mare delle private in­solvenze fanno giusta­mente notizia, e cin­que o dieci milioni fi­niti in tasse per finanziare pubblici disastri restano nor­male routine. Questa è l'Italia anno 2000-2001, ultimo dell'era ulivista.

Vi ricordate? Fu Giulio Tremonti il primo a scendere in campo. I conti non tornano, spiegò. Al­l’appello mancavano svariate migliaia di miliardi. Quanti mi­liardi di lire? Con pre­cisione non si seppe mai. La Ragioneria ge­nerale dello Stato dis­se che il fabbisogno (anno 2000) era pari a quasi 55 mila miliardi. Bankitalia parlò di 81 mila e rotti miliar­di.

Grazie all'eredità lasciataci dal governo Amato - spiegò il mi­nistro Tremonti anco­ra fresco di poltrona - per l'anno 2001 il deficit può arrivare a 90mila miliardi, il doppio di quello pre­visto dal centrosini­stra. Una girandola di numeri. E di reazioni. Insorsero tutti, Ama­to, Letta, D'Alema, Rutelli. Persino Fassi­no gonfiò il petto, che non è una notizia sconvolgente, se non fosse per il petto.

Par­larono di bugie, di una scusa del centrodestra per non rispettare le promesse date. Il go­verno Berlusconi fu purtroppo costretto a rivedere i propri pia­ni. Come si fa a varare la Finanziaria pro­messa quando i dati sui quali la Finanziaria stessa è stata studiata non sono quelli reali? Come si fa ad abbas­sare la pressione fi­scale quando all'ap­pello mancano tren­tamila miliardi di lire (è questa la cifra di cui parliamo)? Non si fa. Impossibile. E allora si rinvia, si tenta prima di tappare le falle. Si fa quel che si può. Po­lemiche e accuse. Chi aveva ragione?

Oggi lo sappiamo: sbagliava il centrosi­nistra. E non lo di­ciamo noi. Lo hanno scritto, nero su bian­co, i tecnici della Ban­ca d'Italia, dell'Istat e del ministero dell'E­conomia che hanno consegnato al gover­no il loro rapporto. Attenzione: parliamo di tecnici, di esperti. Niente a che fare con i politici e le loro variabili dipendenti dall'e­lettorato. Numeri nudi e crudi, cifre, percentuali, rimborsi, pa­gamenti, pii, rapporti, poste. Inutile addentrarsi nel dedalo: rischieremmo solo di confon­derci. Due perle colte al volo.

Nell'anno 2000 - è la commissione che parla e il Corriere della Sera che riferisce - nel bi­lancio pubblico risul­tano alcuni versamenti fatti dal Tesoro. Piccola particolarità: i versamenti furo­no fatti due volte, ma risultano registrati una sola volta. Presi dai loro mille problemi quotidiani, i nostri Superagionieri statali hanno dimenticato in un cassetto un po' di fatture. Una cosuccia: 700 miliardi di lire. Nello stesso anno sono stati individuati rim­borsi per 2.100 miliardi di lire.

Altra cosuccia: i rimborsi sono relativi a titoli dei quali non è stata trovata traccia. Che fine hanno fatto? Semplice, dato per sconta­to che i titoli esistono e che que­sta non è la contabilità Parmalat, i titoli devono essere stati dimen­ticati da qualche parte, non sap­piamo se in un cassetto o su uno scaffale. E c'è, purtroppo, di peg­gio.

Tra i conti fatti da Bankitalia e quelli stilati dall'Istat c'era una differenza di circa trentamila miliardi di lire. Esaminate le carte e riscon­trati un po' di errori, dimenticanze, super­ficialità e castronerie varie, pare che sette­mila miliardi siano tornati a casa. Se n'era­no andati a fare un giretto da qualche parte. Degli altri continua a non esserci traccia. In i libera uscita, senza permesso.

Fatte naturalmente le dovute differenze e prese tutte le distanze del caso, sembra quasi la storia della Parmalat e di don Calisto: '' miliardi che vanno e vengono, obbligazioni, prestiti, segnala­zioni errate delle banche, Superagionieri che si confondono e controllori che chissà cosa controllavano, la Banca d'Italia che smentisce l'Istat, l'Istat che smentisce la Ragioneria, ancora l'Istituto di statistica che sulla base dei primi dati a disposizione parla di un rapporto deficit/pil all' 1,5 per cento, poi è costretto a ricredersi portandolo all' 1,7, poi è costretto a ricredersi di nuovo facendolo salire all'1,8.

Stessa storia l'anno dopo: 1,4 che diventa 1,6 che si trasforma in 2,2 che a sua volta si tramuta in 2,6. Un tour­billon con al centro un immenso buco nero. E non stiamo parlando del Burundi. Questa è l'Italia, grande potenza industriale, Paese in cui la voragine Parmalat è giustamente sulla bocca di tutti, e l'analoga voragine Ulivo rimane roba per pochi intimi, cultori della materia, esperti di numeri e di economia.

Fino a quando una commissione finisce il suo lavoro e scrive: il buco era proprio un buco di 30.600 miliardi di lire. Era grande, era immenso e ha inghiottito tante cose, anche una parte della credibilità di questo Paese che deve rispettare precisi parametri europei e che non sa neppure bene quali numeri mettere in colonna, se il 2 o 3 di Giuliano Amato o il 4 dell'Istat o magari il 2 virgola qual­cosa, di un altro istituto. Numeri al Lotto. E un'amarissima con­clusione.

I bilanci sono bilanci, dare e avere, tot se ne va per gli stipendi, tot per gli interessi sui titoli di Stato, un'entrata qui, un'altra entrata lì. Tutto deve filare. E se all'appello manca qualcosa, per far quadrare i conti e non chiudere per bancarotta, bisogna scovare l'equivalente in gi­ro. Il che significa che quel buco, signori miei, l'abbiamo o lo stiamo ripianando tutti noi, un poco alla volta, stringendo la cinghia, con le tasse che non sono calate come previsto e sperato, con qualche prelievo e qualche condono, e pure con l'euro che si è messo di mezzo.

Ma non ditelo in giro, non spargete la voce. D'Alema, Rutelli e Amato sono pronti a smentire. Direbbero di no, che è solo un'invenzione del creativo Tremonti. E poi c'è Prodi con il suo nuovo Ulivo, la sua campagna elettorale. E c'è pure Fassino. Attenzione, lui gonfia il petto.


Da Libero del 17 Febbraio 2004