Il falco è il nostro simbolo in quanto sintesi del nostro sentire
Home page Chi siamo gli Amici Contattaci
 
User
Password
» Iscriviti
» Ricorda Password
 
Dossier
Ambiente e Scienza
Amici di penna
Attualità
Biblioteca
Economia e Finanza
Europa
Fuoco amico
Giustizia
Guzzanti's Corner
La Chiesa e l'Islam
La mia Africa
Le spine di Opunzia
Nel Mondo
Scuola e Università
Società e cultura
Terza Pagina
Economia e Finanza
Commenta l'articolo
Inserito il 29-2-2004  
Deficit comunista
di Carlo Pelanda


Tentiamo di inquadrare nel modo più oggettivo possibile la questione dell'im­poverimento dell'Italia. Questo c'è in termini di deindustrializzazione, ma è una tendenza storica causata, a partire dagli an­ni '70, dai sovietismi inseriti dal centrosini­stra nel nostro modello dal 1963 in poi. Peg­giorata drammaticamente dal 1996 al 2001.

II governo Berlusconi, dati alla mano, è riuscito a mettere un freno al declino eco­nomico del Paese e a gettare le basi per invertirlo nel prossimo futuro. Viene attaccato da sinistra per la pre­sunta pochezza dei risultati: la mini­ma crescita del Pii attorno allo 0,5% - comunque superiore a quella di Francia e Germania nel 2003 - e per un ritardo nelle promesse fatte.

Cer­cando di essere intellettualmente onesti il governo è certamente critica­bile per aver sottovalutato l'entità del disastro ricevuto in eredità da 40 an­ni di centrosinistra e 5, devastanti, di Ulivo. Ma non è assolutamente criti­cabile per il come sta gestendo le emergenze che affiorano ogni giorno dal passato.

E per capirlo bene, mi scuso della pedanteria, lasciatemi schematizzare cosa il governo si tro­va oggi a gestire:
a) le conseguenze della fase finale della crisi della gran­de industria con la complicazione della perdita di competitivita di quel­la piccola;
b) l'ulteriore indebolimen­to dell'economia italiana generato da tre bestialità, che poi vedremo, fat­te dall'Ulivo;
c) in una situazione di recessione globale iniziata nel 2001 e solo ora in fase di inversione;
d) nella trappola di un'eurozona stagnante che non tira il nostro mercato per gli stessi problemi di modello economico sbagliato;
e) complicati dal poco spazio di manovra per le politiche di bilancio permesso dal Patto di stabili­tà;
f) con l'aggravante di un euro ca­duto nella trappola di un valore di cambio troppo elevato che penalizza le esportazioni;
g) da cui la Bce fa fati­ca a farci uscire - speriamo che ci rie­sca giovedì prossimo calando i tassi - perché teme che la riduzione del co­sto del denaro, che riequilibrerebbe il cambio con il dollaro, provochi un picco di inflazione in un sistema che tende a produrne troppa per man­canza di concorrenza e per eccesso di protezionismi corporativi e auto­matismi sindacali;
h) e perché ha pa­ura che una riduzione dei tassi - che comprime i margini nominali di pro­fitto sulle operazioni creditizie - au­menti le difficoltà di un sistema ban­cario europeo inefficiente e troppo esposto con imprese fragili e già inde­bitate fino al collo.

Se volete possia­mo andare fino alla «z». Dove la «m» è il ricatto con linguaggi di guerra civi­le da parte del sindacalismo politico, la «x» è l'incognita del terrorismo che deprime la fiducia prospettica.

Ma penso che quanto detto basti. E mostri perché i pur piccoli risultati di crescita, tra cui quella dell'occupa­zione, ottenuti in queste circostanze sono stati miracolosi. Come è mira­coloso il fatto che siamo rimasti den­tro gli europarametri. In realtà ci sia­mo riusciti solo perché Tremonti ha inventato delle acrobazie di finanza pubblica senza le quali noi avremmo splafonato come Francia e Germa­nia.

Ma ciò non è criticabile, anzi, per­ché il governo ha voluto comunicare che l'Italia, avendo un debito storico che è due volte quello degli altri, ten­ta di restare virtuosa in tutti i modi. Un segno che siamo un Paese serio. Un governo dell'Ulivo avrebbe sfon­dato allegramente o alzato le tasse. Questi risultati mostrano una consi­stenza da parte del governo che non è riconosciuta da molti, ma che se valutata correttamente fa ben spera­re per il futuro.

Ottimismo sorretto da un dato che pochi citano: si è visto che l'economia italiana reagisce in modo moltiplicativo anche a stimoli minimi. Ciò vuoi dire che nonostan­te 40 anni di malgoverno economico la sua vitalità è rimasta intatta. Qui il punto: appena la si potrà liberare dai pesi questa volerà.

Ma su questa previsione pesa la non conoscenza piena dell'entità del disastro lasciato in eredità dai tre grandi errori dell'Ulivo. Della deva­stazione fatta da due, in realtà, ne sappiamo abbastanza.

La mancata ri­forma di efficienza proprio quando scoppiava la globalizzazione ed il conseguente inasprimento della con­correnza internazionale, da fucilazio­ne.
L'inserimento nell'euro senza predisporre correttivi alla rigidità del bilancio pubblico, da ergastolo.
Ma quanta distruzione ci porterà il terzo errore o, forse, truffa che solo ora sta affiorando?

L'Ulivo, dal 1996 al 2001, ha favorito l'acquisto di imprese da parte di amici senza capitale, in parti­colare le tante privatizzate. Parallela­mente, ha occupato le pseudofonda­zioni bancarie e influenzato altre banche. Così queste hanno dato in modi opachi i soldi agli amici senza denari. Risultato: le imprese sono troppo indebitate, le banche troppo esposte.

Con la recessione-stagnazio­ne le prime hanno emesso sempre più obbligazioni sostenute dalle se­conde con crescente rischio di insol­venza. Per cui le banche che hanno fatto un favore al capitalismo conso­ciativo di sinistra si sono messe a chiedere aiuti anomali alla Banca d'Italia che le regola. Questa, messa di fronte all'alternativa di tutelare il risparmio o la salvezza del sistema bancario ha scelto la seconda. Quan­to disordine del genere creato dall'Ulivo nel recente passato ancora affiorerà nel prossimo futuro? Quan­do lo capiremo potremo fare un cal­colo più preciso dell'agenda di rilan­cio economico.

Ma nel frattempo sia chiaro chi ha impoverito e truffato e chi tenta di ben governare.


Da Il Giornale del 28 febbraio 2004