Il falco è il nostro simbolo in quanto sintesi del nostro sentire
Home page Chi siamo gli Amici Contattaci
 
User
Password
» Iscriviti
» Ricorda Password
 
Dossier
Ambiente e Scienza
Amici di penna
Attualità
Biblioteca
Economia e Finanza
Europa
Fuoco amico
Giustizia
Guzzanti's Corner
La Chiesa e l'Islam
La mia Africa
Le spine di Opunzia
Nel Mondo
Scuola e Università
Società e cultura
Terza Pagina
Attualità
Commenta l'articolo
Inserito il 29-3-2004  
L'elefantino furioso
di Mario Giordano


Che delusione l'elefantino. S'in­furia e barrisce di rabbia co­me nemmeno al bar sport del Processo del Lunedì. Lui, sì, pro­prio lui, che ogni giorno, da tempo immemore, ci da lezioni in punta di proboscide sulla razionalità appli­cata alla politica; lui, proprio lui, che ha fatto del ragiona­mento un elemento di forza, della lucidità d'analisi una ban­diera; che delusione, adesso, vederlo lì che si sgola come un Franco Melli di fronte a Biscardi e a un rigore negato alla Ro­ma. Mena fendenti alla cieca, offende, fa male soltanto per il gusto di far male. Per vendetta, forse. Proprio lui che accusa tutti gli altri di essere vendicati­vi. Che delusione.

È bastato che la Camera di­cesse no alla legge ad personam studiata dal parlamentare verde Boato per modificare l'istituto della grazia nel tentati­vo di facilitare l'uscita di Adriano Sofri dal carcere, per trasfor­mare il lucido analista della po­litica Giuliano Ferrara in un ele­fantino furioso. E così di colpo il voto sovrano di un ramo del Parlamento diventa il «voto ga­glioffo». La maggioranza del centrodestra finora sostenuta con consigli e suggerimenti sca­de a «cialtrona». Il premier Berlusconi, «uno che sa distrarsi come pochi altri quando non si tratti degli affari suoi». Il mini­stro della Giustizia Castelli un «burocrate con l'idiosincrasia per gli intellettuali» sostenuto da «quattro mozzorecchi forca­ioli». Gli alleati di An «un mani­polo di vecchi missini ricicla­ti». E quelli leghisti «tifoserie va­resotte», naturalmente guidate da un «capociurma».

Che delusione. Dev'essere successo qualcosa.

Il vero elefantino, quello che dava a tutti lezioni di stile e di linguaggio, di humor e di ironia, non avreb­be mai scritto parole così insul­se e volgari. Il vero elefantino, quello che voleva educare i co­gnati a stare al mondo, non si sarebbe mai ridotto a questa miseria lessicale, a questo re­pertorio di becerume, a questi insulti assortiti. No, il vero ele­fantino non si sarebbe mai ri­dotto a scrivere «missini ricicla­ti» e «capociurma delle tifoserie Varesotte», avrebbe preso per i fondelli il giornalista che fosse ca­duto così in basso. Se fos­se stato uno dei suoi, gli avrebbe chie­sto di riscrivere il pezzo.

Il vero elefanti­no non l'avrebbe fatta passare li­scia a uno co­sì povero di ri­sorse e di fantasia, da prendersela con «Er Pecora», bollandolo come «uno degli statisti della Casa delle libertà e della galera». Er Pecora? Statista? Casa della ga­lera? Nemmeno Curzio Malte­se riuscirebbe a scriverla così. E i prossimi insulti che cosa saranno: «Castelli quattr'occhi»? O «mangiapolenta»? «Sto­race ciccione»? Suvvia. Roba da asilo.

Qualcosa dev'essere successo all'elefantino, qualco­sa di grave.

È vero che i sintomi di un malessere diffuso s'intuivano da tempo, lì nella savana del liberismo irrigato dai fondi dello Stato. S'intuiva, fra la fu­ga dei cervelli e la sparizione delle firme, come uno stato di disagio, un rinchiudersi su se stessi, e quei lampi di genio edi­toriale che una volta illumina­vano il mondo arrivare a inter­mittenze sempre più lunghe. S'intuiva. Eppure non abba­stanza da poter prevedere il «voto gaglioffo» e al premier «che pensa solo agli affari suoi».

Che delusio­ne. L'elefanti­no, quello di una volta, quel­lo che voleva in­segnare al mondo come si fan­no i titoli e la politica, ci avrebbe spiega­to che un voto del Parlamen­to è un voto del Parlamento, è in quanto tale non è mai ga­glioffo. Poi ci avrebbe inse­gnato che se i parlamentari votano con libertà di coscienza la loro liber­tà di coscienza merita tanto ri­spetto come quella di Giuliano Ferrara. Poi ci avrebbe illustra­to con il consueto razionale ci­nismo che le leggi devono rac­cogliere i consensi laddove le leggi si fanno cioè in Parlamen­to, non nei corridoi dei giorna­li o nei pranzi da «Fortunato» al Pantheon. E infine ci avreb­be sfottuti, ribattendo con un sorriso che appellarsi alla paro­la tradita (quale parola? E tradita da chi?) dopo un aperto e palese dibattito alla Camera ap­pare piuttosto singolare.

Che delusione. Che delusio­ne quest'elefantino che accu­sa Berlusconi persino della col­pa di aver fatto le televisioni e di essersi occupato di Milan per tanti anni, mentre lui, l'ele­fantino, già si occupava del ca­so Sofri (come se il caso Sofri fosse stato obbligatoriamente il primo impegno e il primo pensiero di tutti gli italiani ne­gli ultimi sedici anni). Che de­lusione quel mezzo ricatto fi­nale, quell'invito a farsi caccia­re («Questo giornale dovrebbe chiudere all'istante... andia­mo avanti finché la proprietà editoriale non deciderà di cac­ciarci») ben sapendo che non accadrà.

E che delusione que­sto passare così dalla lucida analisi all'insulto, dall'amici­zia professata all'«amicizia consumata», dal sostegno seppur frondista allo scontro fron­tale, solo perché non si condi­vide un voto espresso libera­mente dalla maggioranza in Parlamento. La destra sarà cialtrona, il voto sarà gagliof­fo, quello che è successo mise­rabile, come scrive l'elefanti­no accecato dalla furia. Ma chissà perché per noi da oggi sarà un po' più difficile pren­dere lezioni di stile da maestri così. 


Da Il Giornale del 18 marzo 2004