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Inserito il 13-4-2004  
Bush e l'Iraq senza iracheni
di Ernesto Galli Della Loggia


Quel che sta accadendo in Iraq dimostra sì l’errore commesso dagli americani (e da molti altri, a cominciare da chi scrive) nell’aver creduto che la guerra a Saddam potesse servire come un segnale politico forte contro il terrorismo islamista; ma mostra qualcosa di ancor più grave.

E cioè che in Iraq esistono gli sciiti, esistono i sunniti, i curdi, ma non esistono gli iracheni: non esiste, in altre parole, un’opinione pubblica (se l’espressione sembra troppo occidentale, diciamo pure un gruppo sociale appena appena consistente) di tipo nazionale, che dunque sappia e voglia farsi carico del problema generale del Paese, che sia capace di elaborare per esso una qualche prospettiva politica, ma a prescindere dalla propria specifica filiazione religiosa. Ovvero un tale gruppo esiste anche, magari, ma esso è così debole e intimidito che è come se non ci fosse.

È questo il vero scoglio contro cui sta naufragando la strategia americana. Eliminato Saddam, il gioco si è ristretto alle sole componenti religiose del Paese, oggi unite (non alleate!) dalla comune volontà di cacciare gli Usa, ma domani - chi può dubitarne? - pronte a regolare a mano armata i conti tra di loro al fine di imporre ognuna il proprio predominio sulle altre.

Gli americani si ritrovano così senza interlocutori che non siano i gran sacerdoti delle varie confessioni musulmane, la loro presenza militare non riesce ad avere alcuna proiezione politica che non passi attraverso le moschee. Bisogna ammettere che per una democrazia devota ai principi della separazione tra la Chiesa e lo Stato il compito non potrebbe essere più arduo oltre che paradossale.

Ma tutto ciò la dice lunga sul fallimento clamoroso dei processi di modernizzazione e di laicizzazione accreditati da molti in Occidente a merito (almeno quello!) dei vari movimenti di socialismo arabo o nazional-panarabisti fioriti in Medio Oriente dalla fine degli anni Cinquanta. E’ in nome per l’appunto del maggiore di essi - il partito del Baath - che Saddam ha governato l’Iraq per circa un venticinquennio.

I risultati della sua presunta opera di laicizzazione e modernizzazione del Paese si vedono oggi: nonostante le cospicue entrate della rendita petrolifera, neppure la parvenza di una struttura industriale, nulla che assomigli a una classe media, nessuna vera lotta culturale contro l’estremismo islamista. Tutta la modernità e tutta la laicità - in Iraq come in tanti altri Paesi del Medio Oriente - si sono ridotte a null’altro che a efficienti apparati di polizia e di terrore, a spese militari immense, a spietate persecuzioni contro i dissidenti, religiosi e non.

È anche questo storico fallimento dell’Islam cosiddetto laico-socialista nei confronti della modernità che ha fatto nascere e fa oggi prosperare il fondamentalismo e la sua propaggine terroristica. Ed è sempre esso che fa sì che oggi - non già solo gli Stati Uniti in Iraq, ma l’Occidente in tutto il mondo islamico - si trovino davanti a una sorta di vuoto sociale dove sembrano stagliarsi solo il Potere e la Religione, dove solo un potere perlopiù brutale e una religione perlopiù esposta al vento del fanatismo appaiono in grado di assumere un ruolo attivo consistente.

È questa la vera e massima asimmetria tra «noi e loro», non quella di carattere puramente militare tra esercito convenzionale e kamikaze. È l'asimmetria che rende problematico ed evanescente ogni dialogo, ed alla quale anche i buoni uffici dell’Onu sembra difficile che possano porre qualche rimedio nell’immediato futuro.


Da il Corriere.it del 13 aprile 2004