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Inserito il 13-4-2004  
Petrolio islamico per il lusso di pochi
di Fausto Carioti


I Paesi arabi hanno guadagnato 25mila miliardi di euro in 15 anni. Ma un cittadino su 5 vive con 2 euro al giorno

Allah è grande e il greg­gio è il suo profeta. Il conto l'ha fatto la Arab Bank, quindi ci si può fidare: dal 1974 al 1998 il petrolio ha portato nelle casse dei Paesi arabi 25.500 miliardi di dollari. Spalmati sui 285 milioni di arabi, bambini compresi, fanno 91.000 dolla­ri a testa.

Fosse piovuta sui go­verni occidentali, questa va­langa di fantastiliardi avrebbe prodotto nell'ordine: 1) la prevedibile corsa al magna magna da parte dei politici locali (quanto e come dipende dal Paese); 2) un vistoso incre­mento della spesa pubblica, sotto forma di nuove infra­strutture, programmi di welfare, leggi e leggine più o meno clientelari; 3) il ritorno in cir­colo di parte di questi soldi, a maggior gloria della crescita dell'economia e della ricchez­za di tutti.

Però quei soldi sono finiti ai governanti dei Paesi arabi, e il risultato ora è lì da­vanti agli occhi del mondo: l'arricchimento personale c'è tutto, mentre degli investi­menti in beni materiali (ospe­dali, scuole, acquedotti) o im­materiali (ricerca e sviluppo, cultura, parità tra i sessi) o di una qualche forma di redistri­buzione, manco l'ombra.

Parte di quei soldi è servita a comprare le armi che hanno reso la regione ancora più in­stabile. I Paesi arabi sono i pri­mi acquirenti di armi del pianeta, grazie a un esborso annuo di 45 miliardi di dollari. In tutto, per le spese militari se ne va il 7,5% del loro reddito na­zionale: cinque punti sopra la media mondiale. Soldi che servono a rendere Medio Oriente e dintorni l'area più instabile del pianeta, quindi ad altissimo rischio anche per gli investimenti.

Per capire che fi­ne abbia fatto il resto dei soldi, forse più che alle statistiche vale la pena di affidarsi alle noti­zie di cronaca. Qualche spunto qua e là: un emiro del Brunei, nel ' 94, acquistò 19 Ferrari. Un suo vicino di casa, sceicco del Qatar, a Maranello ha pensato bene di farsi costruire il van che trasporta i cavalli. Un principe di Dubai ha preteso rubinetti d'oro sul suo Boeing 737 per­sonale, così come d'oro erano i rubinetti della villa del figlio di Saddam.

L'aneddotica è lunga e pro­verbiale e stride con le condi­zioni di vita dell'arabo medio. Le Nazioni unite hanno pub­blicato di recente un Rapporto sullo sviluppo umano nel mondo arabo. Conoscendo la suscettibilità dei personaggi, ne hanno affidato la prepara­zione a un team di ricercatori arabi. Il quadro che ne esce è comunque drammatico. Men­tre i cavalli degli sceicchi viag­giano in Ferrari, oggi un arabo su cinque è costretto a tirare avanti con meno di due euro al giorno.

Le royalty petrolifere non sono state investite nell'i­struzione: 10 milioni di bambini arabi non frequentano la scuola e sono attesi da un futu­ro di miseria e ignoranza, facili prede di ideologie estremistiche capaci di aizzarli contro la parte più ricca del mondo; 65 milioni di arabi (il 23 per cento del totale) sono analfabeti, e due terzi di questi sono donne. Nonostante ciò, la spesa per l'educa­zione è in calo.

Nessun investi­mento degno di questo nome in Ri­cerca e Sviluppo, cui va solo lo 0,2% del Pil, per di più quasi tutto alla voce "salari", cioè per mantenere burocrati di Stato che con la scienza non hanno nulla a che fare. In pro­porzione al reddito nazionale, il mondo arabo dedica alla ri­cerca una quota che è un setti­mo della media mondiale. Il risultato è che, in venti anni, dai Paesi arabi sono stati regi­strati appena 370 brevetti, contro i 7.652 del solo Stato di Israele.

Le infrastnitture essenziali restano un miraggio. Su 22 Paesi arabi, 15 figurano tra quelli che non possono garan­tire ai loro abitanti il minimo d'acqua necessario a una vita decente. Quanto alla spesa sa­nitaria, nel mondo arabo è fer­ma al 4% del reddito nazionale, contro una media mondiale del 5,7%. Intanto la disoccupa­zione ha superato il 15%, l'età media della popolazione con­tinua a scendere e oltre metà dei giovani arabi interpellati dai ricercatori delle Nazioni unite dice chiaro e tondo di voler emigrare nei Paesi occiden­tali.

Il petrolio continuerà a ga­rantire rendite cospicue anco­ra per qualche decennio: in molti Paesi occidentali il com­bustibile nucleare è ritenuto politicamente scorretto, men­tre l'idrogeno sta muovendo adesso i primi passi. I Paesi ara­bi hanno nel loro sottosuolo il 61% delle riserve accertate di greggio, che rappresentano una garanzia di ricchezza per il futuro prossimo. Ma anche il petrolio, presto o tardi, finirà o diventerà estraibile solo ad alti costi, se non sarà rimpiazzato prima da un'altra fonte di energia. Dopo che questo acca­drà, diffìcilmente passeranno altri treni per lo sviluppo del mondo arabo.


Da Libero del 13 aprile 2004