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Inserito il 9-2-2006  
Due lupi e un agnello. Democrazia e libertà
Anna Bono


Diceva Benjamin Franklin: «La democrazia è due lupi e un agnello che votano su cosa mangiare a colazione. La libertà è un agnello ben armato che contesta il voto». Se manca la libertà è perché mancano il riconoscimento e il rispetto dell'universale dignità della persona umana e l'agnello, comunque voti, finirà mangiato a meno che non riesca a farsi lupo a sua volta.

Nessuno ormai è tanto ingenuo o inesperto da pensare che per esportare la democrazia in un paese basti riunire in un salone qualche centinaio di persone, anche se scelte dalla popolazione, e chiamarle Parlamento. Allo stesso modo, come tutti sanno, per esportare l'economia di mercato non è sufficiente costruire delle fabbriche e aprire dei centri commerciali. Lo hanno dimostrato meglio di ogni altro esempio i simulacri di democrazia e le apparenze di sviluppo che sono in Africa l'imbarazzante risultato di 50 anni di cooperazione internazionale.

L'esperienza inoltre dimostra - ma invece questo molti stentano a capirlo - che non sempre è una soluzione contrapporre ai regimi autoritari, violenti e corrotti la cosiddetta società civile, nel presupposto che essa sia depositaria dei valori traditi di libertà, parità e rispetto dell'uomo.

Non lo è se per «società civile» si intendono le organizzazioni non governative come hanno fatto le Nazioni Unite, specie sotto la direzione di Kofi Annan, che le considera «i veri guardiani della democrazia e del buon governo ovunque» e si è dedicato a farne una «superpotenza», per usare una sua espressione, affidando loro sempre maggiori risorse e potere.

Sprovviste di reali deleghe da parte di coloro che pretendono di rappresentare - che si tratti di contadini africani, di bambini di strada, di donne maltrattate - vediamo le Ong, più o meno consapevolmente, al servizio dei regimi più autoritari e irresponsabili, come fecero nel 2001 al Vertice di Durban sul razzismo, dove sostennero il tentativo dei paesi arabi, forti dell'alleanza di gran parte del terzo mondo, di ottenere dall'Occidente una dichiarazione di colpevolezza per reati di genocidio, razzismo e contro l'umanità.

Fu allora che gli Stati Uniti, prima ancora degli attentati alle Torri Gemelle verificatisi pochi giorni dopo, dissero al mondo per la prima volta di essere disposti a lottare per la libertà e la giustizia anche da soli: e, insieme a Israele, lasciarono il Vertice.

Ma la realtà più difficile da riconoscere è il fatto che i popoli, una volta dotati di strumenti di partecipazione politica, non necessariamente scelgono libertà, giustizia e pace perché non necessariamente sono questi i loro valori. I palestinesi danno il potere ad Hamas, gli iraniani si affidano a Mahmoud Ahmadinejad, gli africani riconfermano gli stessi leader per decenni benché sia provato che se muoiono di fame è colpa loro. Il malinteso tragico, frutto di due secoli di romantica esaltazione del «buon selvaggio» e di decenni di terzomondismo, si sintetizza in una delle frasi più popolari e usate della storia: «nel rispetto delle loro culture e delle loro tradizioni».

L'idea imperante è cioè che si debbano fornire le istituzioni democratiche, così come le innovazioni tecnologiche, ai popoli che ne sono sprovvisti, senza però alterare le loro istituzioni tradizionali, che vanno anzi rispettate e tutelate - benché si tratti di omicidi d'onore, lavoro infantile, schiavitù, prezzo della sposa, mutilazioni genitali femminili, matrimonio combinato, imposto, infantile, ripudio, segregazione delle donne, discriminazioni su base sessuale e generazionale - come se non fossero questi comportamenti istituzionalizzati e i valori che esprimono la causa della mancanza di libertà, equità e benessere a cui si vuole porre rimedio.


Dal sito www.ragionpolitica.it