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Inserito il 8-2-2006  
All'opposto dell'economia sociale di mercato
Anna Bono


«Un paese è veramente civile se non lascia una parte importante della sua popolazione emarginata nella povertà, nella malattia e nella vecchiaia» spiegava durante un programma televisivo il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi sostenendo le ragioni di un'economia sociale di mercato.

Ciò che sta succedendo in questi giorni in Africa orientale è quanto di più lontano possibile da questa prospettiva, come ci illustrano due ordini di notizie che continuano ad arrivare con frequenza quotidiana dal Kenya.

Il primo riguarda l'andamento della grave carestia che ha colpito tutta la regione. In Kenya, se prive di soccorso, rischierebbero la vita quasi quattro milioni di persone sparse in 37 dei 74 distretti in cui il Paese è suddiviso. Le vittime accertate sono ormai centinaia: uccise dalla denutrizione, ma non solo.

Si moltiplicano infatti ovunque gli atti di violenza, specie nel nord est, dove gruppi di pastori nomadi sconfinano in territori controllati da altri clan ed etnie, in cerca di acqua e pascoli, oppure si danno al saccheggio e al furto di bestiame.

Per affrontare l'emergenza, Nairobi chiede al resto del mondo la cancellazione del suo debito estero, per un totale di 4,6 miliardi di euro, e aiuti finanziari per un ammontare che dai 220 milioni di euro iniziali ora è salito a 400 milioni.

Il secondo ordine di notizie è relativo alle indagini sul cosiddetto scandalo «Angloleasing», un colossale caso di corruzione che coinvolge i vertici del governo del presidente Mwai Kibaki: protagonisti della vicenda risultano, tra gli altri, il vicepresidente Arthur Moody Awori, gli ex ministri della Giustizia e degli Interni e gli attuali ministri dell'energia e delle finanze che la Commissione Nazionale Anti-corruzione sta interrogando per accertarne le responsabilità.

In seguito allo scandalo, il 31 gennaio il Ministro delle Finanze si è dimesso, mentre il vicepresidente Awori ha dichiarato di non pensarci nemmeno, ma il caso è di proporzioni tali da far vacillare il governo già indebolito da divisioni interne allo schieramento di maggioranza, che nel 2005 si sono tradotte nella bocciatura della riforma costituzionale proposta.

Carestia e corruzione - praticamente endemiche in Africa - sono le due facce della stessa medaglia: non è un caso che in questi giorni richiamino contemporaneamente l'attenzione degli osservatori internazionali.

Le provincie kenyane colpite da carestia sono le vaste regioni aride e semi aride del nord abitate da poverissime popolazioni, per lo più dedite alla pastorizia transumante e quasi del tutto abbandonate a sé stesse: del governo postcoloniale conoscono soltanto il potere repressivo e l'avidità dei funzionari e devono a organismi privati e pubblici stranieri quel poco di istruzione e di servizi sanitari di cui dispongono.

Nella stessa situazione in Africa si trovano vastissime estensioni di territorio. Il fatto determinante - ed ecco il nesso con la corruzione - è che i governi africani non hanno bisogno del consenso della maggioranza dei loro cittadini né del loro denaro, sotto forma di imposte: due fattori che altrove inducono lo stato a curarsi del benessere e della prosperità dei governati.

Chi detiene il potere politico può infatti impadronirsi direttamente, senza bisogno di ricorrere alle tasse e neanche a stipendi astronomici, delle ricchezze ricavate dallo sfruttamento delle risorse naturali del proprio paese; e poi può disporne come di un patrimonio personale che usa in parte per conservare il potere, dotandosi di ben armate milizie, e in parte per vivere sontuosamente, accumulando quel che avanza in banche straniere.

Allo stesso modo si appropria dell'infinito afflusso di denaro fornito dalla cooperazione internazionale allo sviluppo.

Per questo i leader africani in generale si preoccupano così poco di assistere le popolazioni marginali, che rappresentano molto più della metà degli abitanti di ogni stato, e di attuare economie di mercato in sostituzione delle precarie economie di sussistenza. Si moltiplicano così i cittadini che nulla danno e nulla ricevono dallo stato e, in fin dei conti, è come se non esistessero: non compaiono neanche nei registri anagrafici e nelle rilevazioni demografiche.


Dal sito www.ragionpolitica.it