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Inserito il 18-4-2004  
Gulag sovietico: la vera religione del comunismo
di Gianfranco Morra


Il sipario sull'inferno na­zista si aprì con l'arrivo delle truppe angloame­ricane da ovest e russe da est. Da allora una delle grandi stragi della storia, che indur­rà il filosofo Adorno e il can­tautore Guccini a dire che "Dio è morto", è stata analizzata, approfondita, condan­nata come meritava. Sull'al­tra strage, non minore né per qualità, né per quantità, si è preferito glissare.

Prima il silenzio, poi le ammissioni mai prive di distinzioni e di giu­stificazioni, infine il distacco da cose ormai così lontane che non meritano più inte­resse. Eppure la caduta dell'URSS e l'apertura degli ar­chivi segreti russi consente ormai una pressoché com­pleta cartografia e statistica dei campi di concentramen­to comunisti. E gli studi sto­rici su quel fenomeno si sono intensificati: ultimo, da po­chi giorni disponibile in tra­duzione italiana, quello assai ampio di Anne Appelbaum, "Gulag. Storia dei campi di concentramento sovietici", edito da Mondadori (Premio Pulitzer 2004).

Un libro molto documentato, preciso e anche moderato nei giudi­zi. Che non ha inteso offrire rivelazioni, ma un attendibile bilancio. Se ci da qualcosa di più è nella descrizione di rapporti interpersonali di forte umanità, che non mancavano anche in quell'infer­no dantesco che fu il gulag: solidarietà, amicizia, amori, nascite, letteratura, arte. Uno studio sociologico, dunque, che ci offre una vivace tipo­logia della "fauna" dei gulag: guardie e prigionieri, donne e bambini, malati e mori­bondi, russi e stranieri, ispet­tori e medici, criminali co­muni e politici.

L'ampia ricerca della Applebaum conferma e appro­fondisce le ipotesi già passate in giudicato nella storia degli stermini sovietici:

1) II "Gulag" (sigla per "Amministra­zione generale dei campi") non è una creazione di Stalin, ma della rivoluzione comu­nista di Lenin, il quale nel 1918 prescrisse campi di concentramento per gli «elementi inaffidabili», al fine di «riabilitare i nemici del popolo»; nel 1921 ce n'erano già 84 unità, ciascuna formata di molti campi.

2) A partire dal 1929, col varo del primo piano quinquennale, si pen­sò di utilizzare i gulag come campi di lavoro coatto e produttivo; era in corso l'indu­strializzazione dell'URSS e i prigionieri contribuirono potentemente a tagliare le­gnami, estrarre minerali, in­nalzare edifici, costruire strade, canali, centrali idroelettriche, dissodare paludi, produrre trattori e arma­menti.

3) Negli anni 1937-1938 si ebbe il sovraffolla­mento dei campi, in conse­guenza dei processi staliniani e del connesso terrore.

4) Al­lo scoppio della seconda guerra mondiale non pochi dei 2.350.000 prigionieri vennero portati al fronte, ma subito dopo il numero dei gulag crebbe sino alla morte di Stalin: circa 2 milioni e mezzo di internati.

5) Morto il dittatore cominciò la riduzione, anche per la constata­zione che erano poco pro­duttivi; ma il gulag scomparve del tutto solo nel 1987.

Gulag = comunismo, dun­que. Tanto è vero che tutto il comunismo era un gulag, anche se a diversi gradi, ma sempre con la minaccia per i cittadini di passare dal gulag sopportabile a quello letale: «Per chi non c'è stato, verrà il suo turno, chi c'è stato, non lo scorderà mai» (cantavano i prigionieri).

Totale dei totali: circa 18 milioni di cittadini russi ne furono ospiti. Ai quali vanno aggiunti 6 milioni che non furono internati, ma costretti ad abitare in disagiati vil­laggi siberiani in quanto privi di passaporto interno. Quanti hanno lasciato la pelle nel "tritacarne", o per uc­cisione diretta o per le conseguenze delle terribili condizioni di vita (freddo, fame, malattie) ? Difficile dirlo, an­che perché molti, che veni­vano giustiziati, erano indi­cati sul registro come morti per epidemia. Si ritiene che circa un milione siano stati i fucilati, e molto più nume­roso sia stato il numero dei morti per cause "naturali". La cifra completa, approssi­mativa per difetto, calcolata dalla Applebaum è angosciante: 2.749.163.

Certo, fra i gulag di Stalin e il lager di Hitler c'è una differenza: nei primi si entrava per lavorare duro, ma si poteva, non troppo spesso, anche uscire "riabilitati"; nei se­condi si entrava soltanto, da­to che vennero creati quando Hitler passò dalle soluzioni parziali del problema ebrai­co (emigrazione singola, tra­sferimento di massa in qual­che paese lontano) alla deci­sione di sterminarli (assai interessante in tal senso lo stu­dio di Hans Mommsen, "La soluzione finale. Come si è giunti allo sterminio degli ebrei", da poco in libreria edito dal Mulino). Ma il cal­colo quantitativo condanna senza attenuanti il comuni­smo: solo in Ucraina una ca­restia provocata causò un numero di morti superiore a quello di tutti gli ebrei uccisi dai nazisti. Ma i morti erano solo un aspetto e, talvolta, neppure il peggiore.

Ciò che più volevano sia Hitler che Stalin era la distruzione mo­rale dei reclusi, la loro morte civile. Il regime trovava un rafforzamento nell'inven­zione di «nemici oggettivi interni» (che in massima parte non lo erano affatto), da collegare al pericolo dell'«accerchiamento capitali­stico». Ciò che meno contava era la realtà dei delitti imputati. La polizia e la magistratura non dovevano scoprire dei colpevoli, ma condannare quelle categorie di persone che il Partito e il suo Capo di volta in volta indicavano: in Germania minorati e ritar­dati, zingari, omosessuali ed ebrei; in Russia i borghesi, i compagni revisionisti, i tar­tari, i ceceni, i polacchi, i baltici, gli ebrei («immondizia, parassiti, vermi, pidocchi, sanguisughe», come li chia­mavano Lenin e Stalin).

E il gulag era il luogo per distruggere la personalità, con indicibili umiliazioni materiali e morali: «Le persone selezio­nate per il taglio degli alberi in inverno o per lavorare nelle peggiori miniere d'oro della Kolyma andavano incontro a morte certa. Veniva­no rinchiusi in celle di punizione fino a quando non mo­rivano di freddo e di fame, la­sciati senza cura in infermerie prive di riscaldamento, oppure fucilati a capriccio per tentata evasione». Più che fucilati, uccisi con il col­po alla nuca, per la necessità, sottolineata da una circolare della Gulag, di risparmiare proiettili. Uno doveva basta­re.

Ma lo scandalo più grande non fu il gulag. Furono i co­munisti occidentali, i quali tutti sapevano della loro esi­stenza, ma nessuno ne parla­va. Anzi. I coniugi Webb, so­cialisti inglesi, che visitarono l'URSS nel 1936, dissero che «il contadino russo, servo da secoli, ha acquistato la libertà politica»; più schietto Bertold Brecht, che dei condan­nati ai processi di Mosca del 1937 ebbe a dire: «Più sono innocenti, più meritano di morire». Il filosofo tedesco Heidegger, che fu rettore universitario sotto Hitler, venne considerato un perse­cutore di ebrei. Il filosofo comunisca Sartre, accusato di aver taciuto sul gulag, si giustificò: «Non appartenevo al PCUS, perché dovevo parla­re?»; e ad Albert Camus disse: «Anch'io, come te, trovo inammissibile il gulag, ma altrettanto parlarne sulla stampa». Eppure Sartre è an­cora un'icona per la cultura di sinistra. I soliti due pesi e due misure, che i nostri co­munisti italiani hanno por­tato avanti per decenni, pur avendo come guida Togliatti, che di gulag e di prigionieri di guerra se ne intendeva quan­to Stalin.

Anche la maggioranza de­gli intellettuali europei e nordamericani preferì tace­re. Altre volte esaltavano il comunismo, non costava lo­ro niente, tanto vivevano in paesi sicuri e ricchi. Giusta­mente deploravano il "pazzo sanguinario" Hitler, produ­cevano opere d'arte (pitture, sculture, poesie, romanzi, tragedie, musiche, film) sul­l'orrore del nazismo. Ma sul comunismo stendevano un velo pietoso. Lo stesso Spielberg ha filmato il lager nazista ("Schindler's list") e quello nipponico ("L'impero del sole"). Sui gulag silenzio.

I nazisti erano "malvagi per natura", i comunisti russi dei «compagni deviati che sba­gliavano». Inevitabilmente, dato che il nazismo era il "Male assoluto", quanto il comunismo era un progetto di solidarietà e di liberazione, che in Russia soffriva a causa di una tradizione liberticida e religiosa da cui si stava liberando. Per mezzo secolo si sono indignati per le terribile stragi dei nazisti, quando non c'erano più, mentre la loro coscienza morale non era scossa da stragi non meno gravi ancora in atto al di là della Cortina di ferro. Un singolare caso di strabismo.


Da Libero del 13 aprile 2004