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Inserito il 19-4-2004  
Neanche il re aveva un potere assoluto
di Paolo Armaroli


Sul Giornale di venerdì scorso Car­lo Taormina definisce illegittima la prassi che non concede al presi­dente della Repubblica un potere in definitiva assoluto in materia di grazia. Ma l'autorevole penalista, deputato di Forza Italia, non addu­ce prove a sostegno del suo assun­to. Mentre prove in senso contrario se ne contano a bizzeffe. Per comin­ciare, diamo uno sguardo ai lavori dell'Assemblea costituente.

L'articolo 87, comma 11, della Costituzione stabilisce che il presidente della Repubbli­ca «Può concedere grazia e commutare le pene». Tale disposizio­ne fu presa di peso dall'artìcolo 8 dello Statuto albertino. Non ci fu discussione né in commissione né in assemblea. E il silenzio ac­credita la tesi che i padri costituenti non avessero nulla in contra­rio nei confronti di una prassi statutaria secondo la quale il re non aveva un potere assoluto. Come testimoniano i codici di procedu­ra penale succedutisi nel tempo, che rimettevano in sostanza le chiavi della grazia nelle mani del Guardasigilli, al quale erano indirizzate le relative domande.

Nella seduta pomeridiana del 28 ottobre 1947 dell'Assemblea costituente l'onorevole Benvenuti illustrò un emendamento del seguente tenore: «Gli atti del Presidente della Repubblica, esclusi quelli in via prerogativa, non sono validi se non controfirmati». Orbene, questo emendamento non ebbe fortuna. Tosato, a nome della commissione, ritenne che nessun atto presidenziale possa essere valido se non è controfirmato dal ministro competente, che ne assume la responsabilità politica. E il giorno precedente Orlando considerò retrograda la pretesa di concedere al presiden­te della Repubblica un potere assoluto che neppure il re deteneva.

Certo, la prassi la si può sempre cambiare. Ma occorre che tutti i soggetti interessati siano consenzienti. Non la si può muta­re con un atto d'imperio. Valga per tutti l'esempio di Pertini, che voleva nominare senatori in soprannumero rispetto alla prassi precedente Bo e Bobbio. L'operazione andò felicemente in por­to grazie all'accorta regia del segretario generale del Quirinale Maccanico. Fu investito il presidente del Senato Cossiga, che demandò la questione alla giunta delle elezioni. E questa, con un anomalo parere preventivo, prò bono pacis dette disco verde quasi all'unanimità.

Solo chi non conosce l'attuale presidente della Corte costitu­zionale può poi sostenere che difenda con ferocia le sue tesi, che non sono mai estemporanee. Zagrebelsky, sia nella voce Grazia sia nell'altra Indulto dell'Enciclopedia del diritto, sottoscrive l'opinione di Esposito. Il potere di grazia è «la risultante di una collaborazione personale, prevista e imposta dal diritto, tra il Capo dello Stato e i ministri in carica». Ma c'è di più.

Come ricorda Mario Pisani nel suo bel Dossier sul potere di grazia, appena edito dalla Cedam, la Corte costituzionale ha conferma­to questo orientamento nella sentenza n. 134 del 1976 e soprat­tutto nell'ordinanza n. 388 del 1987. La Consulta ha affermato che «II potere di grazia è l'effetto della collaborazione fra il pote­re del Capo dello Stato e quello del competente Ministro della Giustizia che controfirma l'atto e ne assume la responsabilità». Dati questi precedenti, la Corte costituzionale darebbe senz'altro ragione al ministro Castelli nell'ipotesi di un conflitto di attribuzione che sarebbe bene evitare.


Da Il Giornale del 19 Aprile 2004