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Inserito il 22-4-2004  
Chi sono oggi i riformisti e i conservatori?
di Gabriele Cazzulini


In dieci anni di vita di Forza Italia, le vecchie etichette della politica si sono scollate dalla nuova realtà, spostando l'asse del confronto politico su un nuovo terreno, su cui si sta giocando il futuro dell'Italia.

Metamorfosi della politica

Questa è l'epoca in cui il cambiamento prevale sull'immobilismo, in cui si spostano i confini tra politica e società, in cui le bandiere, i fronti e gli schieramenti della politica vengono sostituiti, trasferiti e disciolti. Il capitalismo non è più una macchina infernale che svuota gli uomini della loro vita, la democrazia liberale non è più il braccio politico del capitalismo, i partiti non sono più mere costole organizzative di apparati statali paralleli o deviati, ma neppure il crocevia di grandi traffici di sostanze pubbliche.

Ma anche lo stato sociale non è più lo stato del benessere, perché è lo Stato a non essere più al di sopra di tutti, a non essere più né un bonario padre che provvede con misericordia al mero sostentamento della sua prole, né un tiranno che spoglia la società delle sue ricchezze per rimpinguare se stesso e la propria corte. Lo Stato onnipotente che regola a proprio piacimento il battito vitale della società si è estinto o, meglio, da organismo ipertrofico quale era si è fortemente atrofizzato, contraendo i suoi gangli che soffocavano gli individui nella tenaglia della burocrazia, della partitocrazia, dell'assistenzialismo.

Allo stesso modo, si è estinto lo Stato-nazione come unico padrone della sovranità, di cui si è frantumato il monopolio statale. Un tempo simbolo e idolo dello Stato-nazione, la sovranità si è ora ridotta ad una vestigia del passato, perché fatta a pezzi dai processi di integrazione sopranazionale e internazionale, così come dai processi di devoluzione infrastatale animati dal principio di sussidiarietà.

Lo Stato non è più il centro esclusivo della politica e delle istituzioni, ma uno dei centri che sono inseriti in molteplici e complessi circuiti istituzionali, che spesso oltrepassano le forme tipiche della politica per coinvolgere una pluralità di soggetti, dagli enti non governativi alle imprese, dal volontariato alle associazioni professionali, partendo dagli enti locali e salendo fino alle istituzioni sopranazionali.

Libertà e riforme per la nuova Repubblica

Una delle chiavi per decifrare questi mutamenti, così convulsi e simultanei, è probabilmente lo scollarsi delle abituali etichette politiche, delle più o meno tacite convenzioni, delle regole (scritte e non) che davano un ordine alla politica perché fornivano un codice di comportamento, un'etica, ai loro protagonisti. Ma nell'ultimo quindicennio, il filo che reggeva la storia (non solo d'Italia) si è spezzato e l'ordine sostenuto dalla sua trama è venuto meno. Cambiando l'ordine, però, cambiano anche le sue regole. E' necessario cioè trovare un altro filo con cui intessere una nuova, forte trama.

Se gli schieramenti del passato si sono sfaldati, se sono scomparsi importanti attori della politica, non per questo la politica stessa si è estinta, ma si è riformata. Si stanno ricostituendo nuovi fronti, sono nati nuovi soggetti, si stanno affermando lentamente nuove regole. Oltre a quelle prettamente formali, relative al sistema elettorale nazionale quasi-maggioritario introdotto nel 1993 e a quelli locali, ai vari tentativi di riscrivere la Costituzione, alla riorganizzazione delle autonomie locali, le nuove regole riguardano anche e soprattutto gli orientamenti di fondo verso la politica. E' in questo scenario di destrutturazione che iniziano ad intravedersi i primi coaguli su cui si stanno concentrando nuovi fronti e lungo cui passeranno le nuove grandi fratture politiche.

Un dubbio potrebbe, però, condurre a rilevare una contraddizione apparente: se è tramontata l'età d'oro delle contrapposizioni ideologiche, degli aspri scontri tra le forze politiche, se la politica stessa non vale più una vita, perché non offre più la visione e la speranza di una società perfetta, allora perché si formano nuove divisioni? Se la politica non è più giocata su un unico campo, ma è dispersa in tante arene tra molteplici giocatori, allora qualunque classificazione del tipo amico-nemico o destra-sinistra risulta inutile. Eppure è proprio questa natura della politica, così polimorfa, complessa, sempre più tecnica, condivisa tra molteplici piani istituzionali da apparire quasi lacerata, a richiedere un'inquadratura generale, cioè quell'ordine minimo che possa dare un senso alla politica stessa.

Ma sta proprio qui la differenza fondamentale: per operare in questo tipo di politica non occorrono più vaste e sublimi ideologie, ma nemmeno è sufficiente la buona volontà di conseguire una serie di piccoli obiettivi, in modo disarticolato da un progetto comune a più soggetti e realizzabile in più sedi istituzionali.

Ancora una volta il linguaggio anticipa il pensiero: è l'orientamento attivo, costruttivo, positivo la novità più rilevante che si sia sviluppata nel sistema politico italiano negli ultimi quindici anni. Tale atteggiamento ispirato al pragmatismo e alla concretezza è diretta conseguenza delle drammatiche vicende politiche del biennio 1992-1994, in cui il simultaneo acuirsi di gravissime crisi (istituzionale, produttiva, valutaria, partitica, occupazionale) ha fatto deflagrare una cultura politica affetta da immobilismo e frazionamento.

Gli elettori, i cittadini, le famiglie italiane hanno dimostrato in grande maggioranza di aver assunto la responsabilità di sottoscrivere il nuovo corso della politica in Italia, scegliendo quel movimento politico, Forza Italia, e la sua coalizione sulla base di un inequivocabile impegno verso determinati interventi assolutamente necessari per il Paese.

Responsabilità verso gli elettori, atteggiamento costruttivo e innovatore, un progetto di governo omogeneo e attuabile, sostenuto dagli elettori e da più forze politiche riunite in una duratura coalizione, non solo elettorale. Questi sono i lineamenti tipici della nuova politica, il cui significato più profondo risiede nella volontà di trasferire, pacificamente e per gradi, questa stessa mentalità nello Stato fino a consolidarla come una certezza e non semplicemente come un'opzione o un'alternativa.

Ecco allora che la linfa di cui si nutre è un altrettanto rinnovato riformismo, che però ha poco da spartire con i suoi predecessori. Non è più pensato in vista di una utopica società perfetta, ma per rendere questa società la più vivibile tra quelle realmente possibili. Questo nuovo riformismo non è un fine in sé, ma nemmeno una tattica per conservare il potere. E' al contrario il modo per agire in questo mondo, senza rifiutare ogni responsabilità e ficcare la testa nella metafisica, ma assumendo invece un'etica politica resa vibrante dall'incrociarsi di problemi, rimedi e nuovi problemi, di tentativi, ostacoli ed imprevisti, di conquiste ed errori.

Nonostante l'aridità in cui era appassita sia ancora minacciosa, oggi più che mai è intensa la domanda di un'etica della politica, che fino a un decennio prima era vituperata e deprecata pubblicamente. C'è una robusta tensione morale alla radice del riformismo e dell'impegno costante che viene profuso nella gestione della cosa pubblica, perché la società ha più che mai bisogno di una politica che indichi regole certe e utili, fornendo sostegno alle libertà e non più limitazioni. Il nuovo riformismo non è più tormentato dall'ossessione di una razionalità olimpica, affannata a prevedere tutto e tutti, che sradica ogni questione dal suo contesto particolare e, invece di affrontarla e risolverla in base alla situazione presente e reale, fa appello a sommi principi astratti, tanto altisonanti quanto inutili per risolvere i problemi concreti.

Se tutto questo manca all'attuale riformismo, esso possiede però una qualità innata che manca a tutti i suoi predecessori: il fondamento nelle libertà, che fa del riformismo di oggi la politica delle libertà, la messa in pratica del liberalismo.

Non a caso è occorsa l'irruzione di Forza Italia, un soggetto totalmente estraneo alla decadente politica italiana, per cogliere la nuova mentalità, che già aleggiava nelle coscienze di molti, ma che rimaneva sospesa, fino a che non fosse comparsa quella forza sociale capace di fondare la sua radicale novità proprio su una nuova concezione della politica, e non solo degli uomini, delle strutture, dei programmi.

La reazione sospinge nuovi conservatori

Sono trascorsi dieci anni da quando Forza Italia è nata, e con lei è nata la prima espressione compiuta di questa innovativa concezione della politica, sia a livello sociale che a livello politico, ma non tutte le forze politiche, vecchie e nuove, hanno dimostrato un'altrettanto pronta e volenterosa adesione a questa innovativa mentalità, decisamente salutare per una gestione sana dello Stato, per adottare provvedimenti efficaci in tempi certi, per rispondere con efficacia alle richieste della società, per salvaguardarne le ricchezze senza appropriarsene e senza interferire con il libero corso della società. Ma è stato molto più impegnativo propagare questo atteggiamento, questo vento del cambiamento, all'interno delle istituzioni, dei loro apparati, piuttosto che tra l'opinione pubblica, che già da lungo tempo aveva accolto e messo in pratica questa rivoluzione culturale. Restava da aspettare solo più l'abbattersi del diluvio su quella inefficace e vessatoria politica.

Ma questa resistenza delle istituzioni ad attenuare la propria rigidità in favore di una maggiore flessibilità non è banalmente riducibile alla proverbiale inerzia della burocrazia. Assumere seriamente e responsabilmente una concezione della politica fondata sulle libertà, sul consenso degli elettori e non dei partiti, sui risultati prodotti e non sulla fedeltà alle idee, sulla trasparenza, sul primato del diritto rispetto alla forza, della libertà di iniziativa economica sull'assistenzialismo, dell'effettivo federalismo sull'inutile autonomia, di uno Stato minimo ed efficiente su uno Stato esoso e iniquo, sostenere tutto questo significa entrare in rotta di collisione con i "poteri forti".

Non c'è bisogno di sfogliare le nutrite antologie dedicate ai complotti di apparati devianti dello Stato, di schegge impazzite, di servizi e contro-servizi di spionaggio, di logge massoniche occulte che tramano nell'ombra: solo dietrologie immaginarie, piacevoli per la fantasia, ma pur sempre immaginarie.

Eppure ancora oggi ne circolano le versioni ammodernate: parlano di alleanze tra criminalità organizzata e un certo partito politico, tra alcuni esponenti criminali e alcuni dirigenti nazionali di questo partito, di non meglio precisati traffici tra le società di un certo gruppo finanziario e alcuni apparati statali corrotti. Cambiano i personaggi, ma non l'intento diffamatorio, persecutorio e teso a delegittimare gli avversari.

L'imperativo che spinge tanti a cibarsi di calunnie come pane quotidiano è facilmente intuibile: difendere le posizioni acquisite, i privilegi, il dominio. Si può ingenuamente obiettare che chiunque in politica difende il proprio posto. Ma il ragionamento punta altrove. Non è in discussione la natura politica della strategia utilizzata, ma il suo scopo e i mezzi usati per ottenerlo. E' ben diverso il ricorso alla democrazia e al dialogo, al confronto, alla legittima difesa rispetto alle tattiche oblique, al fumo diffamatorio per inquinare l'onore del nemico, ai ricatti della pubblica gogna.

Ma, d'altra parte, i nostalgici del consociativismo e la Vandea dello Stato sacro ed inviolabile sono costretti a questi comportamenti clandestini, di logoramento, a complottare trame e sodalizi come fossero novelli carbonari che però sventolano la bandiera dell'uguaglianza e dei diritti, mentre congiurano contro le libertà di tutti. Questo ricorso sistematico all'azione in copertura, velata, è anche il risultato della distribuzione delle loro forze, il cui perno opera in maniera concentrica, ma allo stesso tempo dispersa.

I poteri forti, quelli veri e non quelli sognati, sono le burocrazie centrali dello Stato, i grandi latifondi di potere statale nelle mani di piccoli gattopardi, che ostacolano l'attuazione dei provvedimenti del governo e del parlamento "affinché tutto rimanga così com'è". Sono le euro-crazie, cioè tutta la miriade di corpuscoli burocratici dell'Unione Europea che, al contrario, emanano raffiche di direttive in settori vitali senza alcuna discussione e approvazione democratica, imponendo vincoli-capestro e minacciando sanzioni ad ogni millimetrica e insindacabile violazione.

Sono i sindacati che si arroccano in leggi ormai inadeguate sia alla situazione attuale che alla grave crisi del mercato del lavoro, per difendere diritti che prima erano di molti, ora solo di pochi, mentre i più restano senza lavoro. Sono i partiti di sinistra, la punta visibile di questo iceberg delle forze reazionarie, che mentre stringono accordi con le vere élites plutocratiche - discendenti dirette delle colossali partecipazioni statali - sfilano in prevaricante atteggiamento contro i pochi capitalisti che creano davvero ricchezza per tutti. Se una volta i partiti di sinistra si fregiavano del titolo di avanguardia del proletariato, oggi quegli stessi partiti sono rimorchi al traino di ben più potenti concentrazioni di potere reale. Sono gli stessi partiti di sinistra a soffrire la competizione dei sindacati, il cui collateralismo quasi s'inverte soggiogando ampie frazioni dei partiti.

E' un grave problema per la democrazia la scarsa capacità e, peggio ancora, volontà di competere ad armi pari. D'altra parte questo rifiuto del cambiamento, questo rifugiarsi nel tempo che fu e che non sarà mai più, impedisce una paritaria competizione, un dialogo tra soggetti che condividono la stessa lingua e la stessa appartenenza ai valori delle libertà, della tolleranza, del diritto.

Ma il paradosso più stridente e più fastidioso è che i nuovi conservatori sono gli stessi che, soltanto quindici anni fa, erano i più strenui alfieri del cambiamento a tutti i costi, anche a costo della vita (degli altri, s'intende), mentre adesso la vita la consumano alle migliaia di sbandati, di senzatetto, di disoccupati, di pensionati, di lavoratori che, come carne da cannone, vengono sbattuti nelle piazze e bardati (persino i bambini!) con manifesti e striscioni, come fossero niente altro che un'asticciola a cui appendere una bandierina, o un pezzo di muro su cui incollare un manifesto. Senza contare poi l'intransigenza, l'astio popolare sobillato e gettato contro gli avversari con un'acredine figlia di quella con cui, in un tempo non lontano, si marchiavano i "diversi".

Queste sono le attuali schiere dei nuovi conservatori, che non sanno di esserlo, ma agiscono come tali, proprio come il sonnambulo cammina dormendo. I reazionari di oggi non operano più all'ombra della Croce, ma si annidano e proliferano in tanti luoghi: nei tribunali, nei partiti, nelle associazioni di categoria, nella scuola, nei mezzi di comunicazione, nella cultura. Ambiti diversi, ma uniti dallo stesso motivo: bloccare il rinnovamento della politica in Italia, frenare la ristrutturazione liberale dello Stato ricostruendo invece lo Stato padrone delle libertà, ostruire la dialettica tra politica e società, ripristinando il primato dello Stato sulla politica, e della politica sulla società.

I feticci dei conservatori

La linea di confine tra conservatori e riformisti separa i riformisti da chi rimane ancora attaccato alle vecchie etichette, o sperando di rimanere attaccato a certezze, o per calcolo politico volto ad asserragliarsi nei bastioni della prima repubblica, i cui cannoni invece non sono più mortali e i cui colpi sono in verità leggeri come coriandoli di carnevale il martedì grasso.

Il vecchio è ormai antiquato e la politica rinnova se stessa. Si è ormai polverizzata la tradizionale divisione tra destra e sinistra e le sue ceneri si sono sparse, dando forma a nuove demarcazioni, più sfuggenti, ma non per questo meno incisive delle precedenti.

Il vero nervo che fa muovere la politica è la scelta tra conservazione-restaurazione oppure trasformazione mediante riforme. I conservatori sono attaccati, aggrappati con i denti ad un passato condannato dalla storia e dalla giustizia umana, un antico regime ormai putrefatto dalle risorse spese, marcito nell'inazione, nell'immobilismo, ma che nondimeno tentano di restaurare con lo stesso ardore con cui il fedele invoca la grazia divina come ultima salvezza.

Per quanto pretenziosa (comunque veritiera), la metafora religiosa testimonia, con intuitiva immediatezza, questo attaccamento a valori che non sono più tali. Sono soltanto feticci che i conservatori adorano dopo averli imbalsamati nel loro reliquiario, esponendoli ai fedeli ogni qual volta il popolino debba scucire i denari per sovvenzionare lo Stato e chi ci sta dentro, ogni qual volta occorra una folla oceanica che porti innanzi gli stemmi ormai logori del socialismo, del comunismo, dello statalismo, del centralismo, del parlamentarismo, del consociativismo, della partitocrazia. Questi gli idoli dei conservatori, questo il cancro della nostra epoca.

Sorvegliare con zelo maniacale il bilancio pubblico come si trattasse di un indicatore vitale, privilegiare tutto ciò che è fatto dallo Stato, sia esso un'automobile o la cultura, difendere a spada tratta una magistratura imparziale purché non colpisca dove non deve, fare l'avvocato d'ufficio del capitalismo di Stato: sono questi i valori di sinistra? O meglio: sono ancora dei valori? Al massimo valori storici, memorie tristi del nostro Paese, da ricordare per non riviverle. Eppure sono in molti i paladini che giurano su questi "valori" e si lanciano in lotte contro i loro nemici. Perché i conservatori non hanno ancora capito che non ci sono più nemici o, meglio, che i veri nemici sono altrove e non sono tra noi. Ma la miopia etica dei nuovi conservatori rasenta la cecità politica nello stringere spregiudicate alleanze con chiunque mercanteggi sostegno contro la primavera delle libertà e delle riforme, scuotendo ancora una volta la borsa coi trenta danari.

Eppure quella attuale è una fase della politica dove le fratricide contrapposizioni si sono sfaldate, dove i muri che dividevano fratelli dello stesso sangue sono stati abbattuti a colpi di libertà dove il rapporto frontale amico-nemico, bene-male si è frantumato e ha disperso la sua granitica forza in tanti settori, dove la ricerca del consenso dovrebbe essere facilitata dalla comunanza di una piattaforma di valori e principi comuni al mondo occidentale, ai regimi democratici e liberali. Ma le parole volano e solo le azioni restano. E comparando l'adesione verbale alla pratica reale dei conservatori, si resta amareggiati dall'abisso che li separa, e ancora più preoccupati per quale delle due forze, quella liberale e quella liberticida, prevarrà in essi.

Amare conclusioni e speranza di un inizio

Questa distonia tra azione e dichiarazione, così lampante nei conservatori, consegue da un'altra caratteristica dei nuovi conservatori italiani: il rifiuto stesso della realtà, l'impossibilità di riconoscere ed accettare l'irreversibile mutamento storico. Proprio coloro i quali avevano talmente incentrato la loro visione del mondo sul progresso razionale della storia verso un'unica meta (il loro trionfo), venivano abbagliati dal loro luminoso sole, cadendo vittima delle aberranti nefandezze commesse in nome della "Ragione" e finendo per idolatrare l'unicità della storia.

Ogni scarto dalla rotta prevista doveva essere un'anomalia temporanea, poiché essa implicava una libera scelta e, come tale, presupponeva un soggetto che sapesse scegliere e non solo obbedire ai libri sacri. Ma la libertà non cresce nel terreno del dogma e della ragione infallibile, della verità unica. I conservatori sono dunque i grandi architetti dei monumenti alla superbia umana, che pretende di innalzarsi per cogliere con sguardo divino la totalità del mondo e poi discendere in terra come Spirito santo fattosi ragione umana.

La società senza classi, la giustizia sociale, l'uguaglianza sostanziale prima, ora fumosi concetti di economia socialmente consapevole, commercio solidale, difesa dei diritti (questa volta del popolo proprietario e consumatore), tutto condito con ferrea adorazione dei canoni fiscali di Bruxelles. A sbandierare la purezza delle proprie ideologie si rischia solamente di fare pubblica mostra delle proprie oscenità, urlando solenni principi ad orecchie ormai disilluse perché capaci di comprendere la realtà fuori dall'illusione.

Se la religione è l'oppio dei popoli, allora l'ideologia è l'oppio di quella politica che si dimena nell'immaginario e perfetto regno delle idee per distogliere lo sguardo dalle sofferenze, dai problemi, dai lamenti, dalle incongruenze e dai sacrifici che impone l'agire in questo mondo.


Dal sito www.ragionpolitica.it