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Inserito il 22-4-2004  
Riscatto di umanità
di Alberto Pasolini Zanelli


Per molti può essere soltanto un'immagine, e invece è il se­gno visivo di qualcosa di impor­tante e profondo. Un convoglio umanitario italiano entra a Falluja, capitale da sempre della guer­riglia sunnita, da tre settimane or­mai assediata dagli americani. C'è una tregua, ma una tregua da pri­ma linea.

Gli abitanti di Falluja so­no in più di un senso ostaggi: degli estremisti, che si sono insediati nel­la città e si fanno scudo dei loro corpi; e dei reparti Usa che, pieni di buone intenzioni verso gli abitanti, hanno invece intenzioni durissime verso la città. È un assedio antico, classico.

Ma è complicato dal fatto che fuori dalle mura di Falluja, spar­si chissà dove in tutto l'Irak, ci sono gli altri ostaggi, stranieri, america­ni, europei, asiatici, arabi, soldati, civili e vie di mezzo come le «guar­die di sicurezza» al servizio delle im­prese private. Alcuni sono in mano degli sciiti, altri dei sunniti, le «frontiere» sono sempre più difficili da decifrare.

La tregua a Falluja è fragile, interrotta da brevi combattimenti; non ci sono tregue nella tensione per le vittime dei rapimenti. L'Italia vi è, come sappiamo, coinvolta, con il sangue versato da uno e con l'angoscia per gli altri. Le trattative vanno un passo avanti e uno indietro, si spera piuttosto secondo la formula classica di tre passi avanti e due indietro. Ma hanno in genere il difetto, probabilmente inevitabile, di essere frammentarie: ogni caso per sé, interlocutori mutevoli, assenza di una struttura gerarchica della guerriglia.

Da tempo si è avvertita la mancanza di un collegamento fra i vari drammi, di un filo conduttore che consenta di comporli in un qualche quadro, questo sì trattabile. L'ingresso a Falluja del convoglio italiano rappresenta il momento finora più eloquente di questa visione che le nostre autorità, a vario livello, sono riuscite per prime a concepire e mettere sul terreno: la possibilità di una trattativa in qualche modo «globale», non con i terroristi e non solo attraverso il governo militare americano, ma fra l'Occidente in quanto tale e il popolo iracheno attraverso i canali che sono oggi possibili ed evidentemente fragili.

Supponiamo che tutto vada al meglio, che ad esempio i nostri ostaggi vengano liberati in qualche località del Nord o del Sud, dagli sciiti o dai sunniti in concomitan­za (che poi vorrebbe forse dire in conseguenza) del sollievo che l'iniziativa italiana sta tentando di portare alla popolazione di una città irachena. In questo caso, oltre al do ut des che è inevitabile, ci sarebbe anche il germoglio di un dialogo che non sia quello istitu­zionale e di «sicurezza». Iniziativa italiana, ma se funzionerà, bene­fica per tutti e per tutti di grande interesse.

Trattative, certo. Negoziati. Parole che nell'eccitazione generale di questa grande guerra sono scadute di tono e di prestigio, fino a diventare, nella comprensibile e anche sacrosanta indignazione di molti contro i metodi del terrorismo, sinonimi di cedimento, man­canza di principi, addirittura slealtà. È una accusa che viene rivolta spesso agli europei e a noi, confessiamolo, tuttora più spesso che ad altri: quella di essere disposti talvolta a sacrificare i principi e l'intransigenza nella «retribuzione» a considerazioni umanitarie.

Il mondo inaugurato l'I! settembre 2001 alle Torri Gemelle di Manhattan, che qualcuno teme destinato a identificarsi con il XXI secolo, porta il germe di un ripudio indiscriminato di questa forma di diplomazia. Anche se si tratta del Medio Oriente, dove la cattura di ostaggi, le trattative sugli ostaggi e, nella grande maggioranza dei casi, il rilascio degli ostaggi in cambio di concessioni di varia natu­ra sono di casa dalla notte dei tempi e sono considerati un metodo quasi normale per condurre conflitti di «bassa intensità».

In questa tradizione a catturare gli ostaggi non sono solo i terroristi, ma tutti coloro che conducono operazioni semilegali o che le combattono; senza dimenticare che in passato lo facevano ufficialmente i gover­nanti, i re, gli imperatori. Per motivi diversi, naturalmente, dai criminali comuni, che lo fanno esclusivamente a scopo di lucro. Per gli antichi governanti la pratica poteva e doveva essere scambie­vole, prendendo due regni rivali un reciproco pegno.

Il terrorista viola anche il «galateo» di questa pratica e suscita inevitabilmente una reazione di intransigenza che, almeno a parole, mette al bando ogni forma di trattativa, anche umanitaria. Mentre invece è impor­tante distinguere e riconoscere con chi si ha a che fare e quali sono le sue intenzioni per reagire nel modo più appro­priato.

Ci sono evidentemente casi, ultimamente purtroppo molti, in cui i gesti umanitari cadono su orecchie sorde, che considerano gli ostaggi carne da macello e cui non si può rispondere che con la mano militare più dura a disposizione. E ci sono i casi di frontiera in cui va tentato un po' tutto. In Irak ce ne sono numerosi e quello di Falluja è solamente il più noto. Lo ha riconosciuto l'intransigen­te America di Bush, che ha messo in piedi un cessate il fuoco durato ormai settimane rinunciando per ora a una conquista arma­ta che sarebbe facile ma comporterebbe centinaia e centinaia di vittime.

Aspettare è già un gesto di realismo e buona volontà. Che può servire di base a un'iniziativa più ambiziosa e più profonda: incrinare un assedio con una presenza umanitaria mirata ad agevo­lare un riscatto dell'umanità altrove. Una operazione difficile. Ma di un genere in cui gli italiani sanno eccellere.


Da Il Giornale del 21 aprile 2004