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Inserito il 6-5-2004  
Contro l'antisemitismo la memoria non basta
di Marcello Pera - Presidente del Senato Italiano


Quello che segue è il testo del discorso tenuto il 3 maggio 2004 dal Presidente del Senato in occasione della sua visita a Washington

Il resoconto pubblicato nell'aprile 2004 dalla Anti Defamation League mostra che l'antisemitismo in Europa è ancora maledettamente diffuso. Benché vi siano segnali incoraggianti come la recente «Dichiarazione di Berlino» dell’Osce, il dato complessivo è ugualmente allarmante. Solleverò qui due domande: perché l'antisemitismo è ancora tanto diffuso in Europa? Che cosa dobbiamo fare?

Cominciando con la prima domanda, è importante fare una distinzione preliminare: esiste un antisemitismo antico e un antisemitismo moderno. Essi hanno gli stessi effetti e lo stesso scopo, ma non le stesse cause.

L'antisemitismo antico dipende da un pregiudizio, che ha radici soprattutto religiose, in particolare cristiane. Si basa sull'idea che proprio gli ebrei - il popolo di Dio - non abbiano riconosciuto il figlio di Dio. Questa idea - che è stata condannata formalmente dalla Chiesa cattolica al Concilio Vaticano II nel 1965 - ha attraversato la storia dell'Occidente e, assieme ad altre, ha provocato intolleranza e persecuzioni.

Consciamente o inconsciamente, questo pregiudizio si insinua nei luoghi comuni, negli scherzi, nelle battute, nel linguaggio quotidiano. Faccio un esempio. Se si dice «un ebreo italiano», s'intende prima un ebreo e in secondo luogo un italiano, cioè un cittadino dimezzato. Se invece si dice «un italiano di religione ebraica», s'intende correttamente un italiano di una certa religione, la quale è irrilevante alla sua cittadinanza, e dunque un cittadino pieno.

Una volta entrato nel linguaggio, il pregiudizio antisemita si spande nella stampa, nei media, nei libri, nelle scuole e poi tracima nella società. A quel punto comincia a produrre i suoi effetti perversi: discriminazione, tensioni, conflitti, fino alla violenza contro le sinagoghe e alla profanazione dei cimiteri.

Come si cura questo fenomeno? La prima risposta è: con la coltivazione della memoria. Lo facciamo. Insegniamo ai ragazzi nelle scuole. Teniamo corsi nelle università. Produciamo trasmissioni televisive. Proiettiamo documentari e film nei cinema. Promuoviamo manifestazioni e partecipiamo a cortei. In Italia, con una legge approvata dal Parlamento, è stata dichiarata «giornata della Shoah» la data del 27 gennaio, il giorno in cui si aprirono i cancelli di Auschwitz nel 1945. Quest'anno il Senato l'ha organizzata a Roma assieme alla Shoah Visual History Foundation, davanti a molti giovani assieme al presidente della Repubblica e a membri del governo.

Coltivare la memoria è importante; tuttavia, non basta. Perché la memoria si perde.

Si perde per stupore: chi non sa che l'Olocausto è stata una tragedia accaduta proprio quando l'Europa era al meglio della sua civiltà, spesso stenta a crederci.
Si perde per senso di colpa: chi prova rimorso preferisce non ricordare.
Si perde per la sofferenza: chi ha patito le pene dell'inferno talvolta non sopporta di rivedersele davanti agli occhi o alla mente.
Si perde per convenienza: chi ha altri interessi o scopi preferisce manipolare il passato.
Ecco perché la memoria non basta; non solo perché è labile, ma perché la memoria di un evento dipende da quale senso vogliamo dare a quell'evento. La memoria non è passiva, è selettiva.

Dobbiamo allora fare un passo avanti. L'educazione è certamente più efficace della memoria, perché mentre la memoria guarda al passato, l'educazione si rivolge al futuro, mentre la memoria è personale, l'educazione agisce sulla coscienza sociale, introduce abiti mentali virtuosi, i quali, a loro volta, generano altri abiti virtuosi.

E però dobbiamo evitare un paradosso. Per curare i mali prodotti dall'Olocausto, per evitare gli errori tragici commessi dal comunismo sovietico, il nazismo tedesco, il fascismo italiano, il collaborazionismo francese, l'Europa si è data costituzioni democratiche. Esse contengono grandi princìpi e grandi valori, primo fra tutti la tolleranza. Ma la tolleranza può generare il rischio - qui sta il paradosso - di tollerare anche quegli intolleranti ai quali noi, in nome della tolleranza, diamo ospitalità.

Per evitare questo rischio, dobbiamo restare fermi ai nostri grandi princìpi. Se si comincia a metterli in discussione, a pensare che i costi per difenderli siano troppo elevati, a cedere al ricatto o alla paura, allora non si hanno più strumenti né contro il razzismo antiebraico né contro il fondamentalismo e il terrorismo antioccidentali.

L'Europa di oggi, temo, corre questo rischio. Essa è affetta da relativismo, nichilismo, pacifismo, multiculturalismo, antiglobalismo e forse anche da stanchezza morale. Non c'è allora da meravigliarsi che non abbia preso posizione contro i commenti antisemiti dell'ex primo ministro della Malesia. O che alla conferenza di Durban abbia consentito che si condannasse Israele. O che in un questionario sull'antisemitismo abbia introdotto, fra i Paesi che minacciano la pace, Israele e gli Usa assieme a Iraq e Corea del Nord. O che non sia stata capace di richiamare nella bozza di Costituzione dell'Unione Europea le sue radici giudaico-cristiane.

La mia opinione è che il problema principale dell'Europa sia culturale prima che politico. Credo che l'Europa dovrebbe praticare il rispetto più che la tolleranza, a cominciare dal rispetto dei suoi princìpi e valori. Se l'Europa ha chiara la sua missione, allora alza la bandiera, se dubita del suo ruolo, allora alza le mani.

Il vecchio antisemitismo si alimentava di un pregiudizio. Quello moderno ha radici diverse. Si chiama Israele.

Al suo meglio, si nutre di distinzioni sofisticate come quelle fra Israele e lo Stato ebraico, fra Israele e il primo ministro Sharon, fra antisionismo e antisemitismo, fra ciò che si deve agli individui e ciò che non si deve alle nazioni, fra lotta di resistenza e terrorismo.

Sembra buona dottrina, ma è cattiva coscienza. Si tratta, sempre e comunque, di una forma di antisemitismo, anche se più nascosto e più insidioso. Su questo punto desidero essere esplicito.

Israele è uno Stato democratico che cambia i suoi governanti con libere elezioni. È l'unica democrazia occidentale - di fatto, è una parte di Europa - dentro il mondo arabo.
Lo Stato di Israele ha diritto all'esistenza e alla sicurezza.
L'esistenza e la sicurezza di Israele sono messe in discussione da molti Paesi arabi o islamici e sono oggi minacciate dal terrorismo.
L'antisemitismo è l'alimento principale del terrorismo.

La mia conclusione è semplice: se vogliamo combattere il terrorismo, dobbiamo combattere l'antisemitismo. E qui il mio discorso torna all'Europa.

Posta di fronte a una nuova minaccia, dopo quella del comunismo, l'Europa è tornata a dividersi. L'Europa non ha ancora compreso quale guerra è stata dichiarata all'Occidente l'11 settembre. Non tutta l'Europa è concorde nel ritenere che essa stessa è un obiettivo di questa guerra. Una parte dell'Europa inclina verso posizioni di appeasement con quelli che la minacciano o di neutralismo, e pensa che gli Usa sbaglino e che forse sarebbe meglio lasciarli soli. Neanche il massacro di Madrid dell'11 marzo è riuscito a svegliare decisamente la sua coscienza.

Tutto questo induce l'Europa a rinviare a domani le proprie decisioni.
Ma domani è oggi, in questo istante. Non vale niente condannare l'antisemitismo, coltivare la memoria, predicare la tolleranza, praticare il rispetto, se oggi noi - noi europei, americani, occidentali, ebrei, cristiani, musulmani, uomini di buon volere di ogni credo - non ci assumiamo le nostre responsabilità.

Cerchiamo di esser chiari. Noi siamo impegnati per la pace, la convivenza, il confronto, il dialogo. Sono cose che si possono e si devono fare, ma non si possono fare con gli occhi chiusi. Se invece pretendiamo di non vedere, non comprendiamo chiaramente ciò che vediamo, non agiamo di conseguenza, allora potremmo commettere il terribile errore di rivivere le nostre passate atrocità. Noi non lo permetteremo.