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Inserito il 6-5-2004  
Tedeschi dell'Est: un olocausto da dimenticare
di Gaspare di Sclafani


Genocidio fantasma: la tragica e inutile "Fuga" di 15 milioni di cittadini del Reich di fronte ai Russi è documentata per la prima volta dal libro dello storico Guido Knopp che racconta le atrocità , finora censurate, compiute dai sovietici sul nemico vinto nei Laender della Prussia e della Slesia.

Quando si parla degli orrori dell'ultima guerra mondiale, viene spontaneo il riferimento all'Olocausto, ai lager di Auschwitz, di Dakau o di Treblinka, alle atrocità di cui si resero responsabili i nazisti. I tedeschi, però, non furono solo oppressori, furono anche oppressi.

Non ci riferiamo ai capi del partito nazista, alle SS, ai "fedeli esecutori" di Hitler. Parliamo di vecchi, donne, bambini: milioni di innocenti che, durante l'ultima fase del conflitto, di fronte alla rapida e brutale avanzata delle truppe sovietiche e ai bombardamenti anglo-americani, furono costretti a lasciare le loro case in cerca di salvezza.

L'esodo in massa, anche a causa dell'imprevidenza e del cinismo dei dirigenti nazisti che fino all'ultimo rifiutarono di ordinare l'evacuazione, si trasformò in una tragedia di dimensioni apocalittiche. Questa sanguinosa pagina volutamente dimenticata , anzi censurata, è ora rievocata dallo storico e giornalista tedesco Guido Knopp, già autore di opere come "Complici ed esecutori di Hitler" "Figli di Hitler" e "Olocausto", in un nuovo libro, "Tedeschi in fuga" (Corbaccio), scritto nella convinzione che «bisogna sempre avere il coraggio di ricordare».

Lo spaventoso esodo delle popolazioni tedesche ebbe per teatro le regioni orientali della Germania e iniziò il 20 agosto del 1944, quando le prime pattuglie dell'Armata Rossa superarono, a est di Schillfelde, il fiume Scheschuppe che segnava il confine con la Polonia, portando la guerra nella Prussia Orientale.

Complessivamente, le persone costrette a lasciare le loro case e ogni loro avere furono tredici milioni; due milioni le vittime, uccise dal gelo, dalle sofferenze, dalle privazioni, dalla ferocia dei sovietici, intenzionati a vendicare le morti e le distruzioni seminate in casa loro dai soldati della Wehrmacht e delle SS.

Le truppe dell'Armata rossa, scrive Knopp, «avevano seguito a ritroso, da Stalingrado fino al confine tedesco, le crudeli tracce lasciate dalla campagna di annientamento attuata da Hitler. E adesso attraversarono, rubando e uccidendo, le città e i villaggi tedeschi. Le immagini di quei giorni sono difficili da descrivere. Convogli di profughi travolti e schiacciati dai carri armati lungo le strade, uomini assassinati, donne violentate, bambini uccisi, neonati morti congelati: coloro che videro e sopravvissero non dimenticheranno mai quei momenti».

È importante sottolineare che «non furono i responsabili dei crimini del nazionalsocialismo coloro sui quali si sfogò l'ira dei vincitori: erano solo persone indifese».

L'Armata Rossa iniziò la sua offensiva d'estate, il 22 giugno 1944, avventandosi sulle linee tedesche del fronte orientale. L'esito era scontato, data la sproporzione delle forze in campo: 38 divisioni della Wehrmacht, 500 mila uomini, contro 160 divisioni dell'Armata Rossa, forti di due milioni e 200 mila soldati appoggiati da oltre 6 mila aerei. In sole sei settimane, annientate 25 divisioni avversarie, le truppe sovietiche raggiunsero i confini della Prussia orientale.

A questo punto, sarebbe stato logico fare evacuare gli abitanti delle regione. Ma il gauleiter Rich Koch non ne volle sapere. Minacciò, anzi, gravi rappresaglie contro chiunque avesse tentato di fuggire. Così, quando il 16 ottobre 1944 i russi superarono il confine, nei primi villaggi sorpresero molti abitanti ancora nelle loro case, assassinandoli brutalmente.

Racconta una sopravvissuta del villaggio di Nemmerdorf, Gerda Meczulat, che allora aveva sette anni e si era nascosta con i genitori e altri abitanti in una galleria. «Nel tardo pomeriggio, quando la Luftwaffe tedesca attaccò a sua volta il villaggio per scacciare i nemici, anche i soldati dell'Armata Rossa dovettero cercare un riparo, e alcuni penetrarono nei bunker antiaerei. Lì per lì i sovietici non ci torsero un capello. Alcuni si misero addirittura a giocare coi bambini». A sera, la svolta fatale.

Si presentò nel rifugio un ufficiale che ebbe coi soldati un vivace scambio di battute. Infine ordinò ai civili di uscire dal riparo. «L'ufficiale», racconta ancora Gerda «si fermò fuori dall'ingresso e poi non sentii altro che le sue continue intimazioni: "Pasciol! Pasciol!" Quando uscimmo, i pendii che affiancavano l'accesso alla galleria erano pieni di russi armati di mitra. Sentii le raffiche e poi soltanto i rantoli degli uccisi» Gerda, che a causa di una paralisi infantile zoppicava, uscì per ultima, incespicò e cadde a terra. L'ufficiale russo le si avvicinò, le poggiò la canna della pistola sulla testa e sparò. La pallottola le fracassò la mascella, e fuoriuscì all'altezza di uno zigomo. Miracolosamente lei sopravvisse: e fu l'unica.

A Nemmerdorf i sovietici fecero terra bruciata: la propaganda nazista parlò poi anche di «donne inchiodate nude sulle porte dei fienili». Il 20 novembre dello stesso anno, Hitler lasciò la sua «tana del lupo», il quartiere generale che si era fatto costruire nella foresta di Rasten burg, proprio nella Prussia orientale. Alla popolazione non fu però consentito di muoversi.

Così, quando il 12 gennaio dell'anno successivo le truppe sovietiche ripresero l'avanzata chiudendo la regione in una morsa, due milioni e mezzo di persone si trovarono in trappola. Avevano una sola possibilità per tentare di salvarsi: raggiungere il mar Baltico e cercare di salire su una qualsiasi imbarcazione. Ma, a separarli dal mare c'era una grande laguna ghiacciata. A piedi, su slitte o carri trainati da cavalli, i profughi si allinearono in file sterminate, mentre la colonnina di mercurio era a 25 sottozero.

«Il freddo terribile», scrive Knopp «provocò subito le prime vittime. Bastarono poche ore dopo la partenza perché la gente si ritrovasse intirizzita e disperata. Il freddo gelido costituiva un pericolo micidiale soprattutto per i vecchi e per i bambini. Non sufficientemente coperti, indeboliti dalle fatiche dell'esodo e dalla mancanza di cibo, i più piccoli furono i primi a morire: lattanti congelati fra le braccia delle madri che li tenevano disperatamente premuti contro i loro corpi nel tentativo di ceder loro un poco di calore. Una volta bagnati i pannolini, ed esaurita la disponibilità di altri asciutti, i più piccoli non avevano più quasi speranza di sopravvivere. Una traccia di orrore si impresse lungo tutte le strade della Prussia orientale: carrozzine e culle con corpicini senza vita, congelati; piccoli bambini morti, avvolti in stracci, che sembravano essere stati piantati nei cumuli di neve dai quali emergevano. Non c'era tempo per seppellirli. Sarebbe stato del resto impossibile scavare buche nel terreno gelato».

«Le tracce dell'orrore», aggiunge Knopp «si impressero su tutto l'oriente tedesco. A più riprese i convogli furono attaccati da aerei in picchiata o schiacciati dai carri armati sovietici». Sulla laguna talvolta il ghiaccio, anche a causa delle bombe, non era sufficientemente spesso per sostenere il peso di quel fiume di persone, carri e animali. Molti i profughi che all'improvviso scomparivano nel nulla. I pochi che raggiunsero i porti di Swinemünde, Danzica o Pillau e riuscirono a salire su una delle navi sovraffollate che quotidianamente salpavano alla volta dell'occidente, si credettero in salvo. In molti casi, invece, l'odissea di quella povera gente non era finita.

***************


Affondata la nave dei bambini
Colata a picco benché trasportasse migliaia di piccoli profughi

Fra le più tristi storie di quei drammatici giorni non si può infatti dimenticare l'affodamento nel Baltico della nave Wilhelm Gustloff che, nata per trasportare duemila persone, era salpata dal porto di Gotenhafen il 30 gennaio 1945 con a bordo diecimila profughi.

Presa di mira da un sottomarino sovietico, la Gustloff fu colpita da tre siluri durante la notte e colò a picco dopo un'ora di agonia, trascinandosi nell'abisso la stragrande maggioranza dei passeggeri. Molti di quanti riuscirono a gettarsi in acqua non ebbero sorte migliore, dato che la temperatura era di 18 gradi sotto zero.

«Quelli che uscirono vivi dal disastro», scrive Knopp «ricordano soprattutto gli innumerevoli bambini sballottati dalla onde, piangenti oppure muti di terrore, se non già morti».

Una superstite, Ursula Resas, racconta: «Non potrò mai dimenticare quelle terribili scene. Tanti di quei poveri bambini erano così piccoli che avevano ancora la testa più pesante delle gambe e dei piedini. Quelli con il giubotto di salvataggio avevano perciò, per lo più, la testa sottacqua e i piedi che ne spuntavano fuori».

Dei diecimila profughi se ne salvarono solo un migliaio. «Novemila persone ci rimisero la vita», scrive Knopp «oltre la metà dei quali erano bambini. Fu, per il numero delle vittime, la maggiore catastrofe della storia della navigazione».

In Pomerania, nella Slesia, in Cecoslovacchia: come abbiamo già accennato, le vittime dello spaventoso esodo furono complessivamente almeno due milioni, senza contare quelle che si sarebbero poi avute fra gli oltre 530 mila tedeschi rastrellati dall'Armata Rossa nelle ultime settimane di guerra e deportati in Unione Sovietica per essere destinati ai lavori forzati.

Ma la tragedia non può essere imputata solo ai sovietici. La colpa fu anche dei capi nazisti che fino all'ultimo impedirono l'evacuazione delle popolazioni, e poi furono i primi a tagliare la corda di nascosto. Come Rich Koch nella Prussia orientale. O come il suo degno camerata Karl Hanke, gauleiter della Slesia, che, obbedendo a un ordine di Hitler, trasformò Breslavia, il capoluogo della regione, in una "fortezza" da difendere a tutti i costi. Provocò così la distruzione della città e la morte di decine di migliaia di persone, compresi quasi tutti i ragazzi della Hitler-jungend - la gioventù hitleriana - che fino all'ultimo opposero al nemico un'accanita resistenza.


Da Libero del 5 maggio 2004