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Inserito il 17-5-2004  
Patriottismo e mal d'animo
di Sandra Giovanna Giacomazzi


E' difficile spiegare agli italiani il sentimento del patriottismo degli americani. Quest'ultima settimana ho vissuto in uno stato di negazione e di indignazione. Il mio amor di patria soffriva di mal d'animo.

Non ho voluto vedere le foto delle torture, non ho potuto leggere gli elenchi delle sevizie compiute sui prigionieri. Non volevo credere che tutto ciò che si stava svelando fosse successo sul serio. Naturalmente, però, non ho potuto evitare di vedere, di sentire, di leggere. Ma anche dopo aver visto e sentito e letto, non potevo, non volevo, lo stesso, credere. Saranno fotomontaggi, speravo, nel mio stato di rifiuto.

Solo altre due volte ho provato queste due emozioni, negazione e indignazione, in relazione alla mia Patria. La prima, la negazione, dopo l'11 settembre, per un certo periodo credo che sono rimasta sotto choc. Ero perfettamente funzionale, come un robot, ma non riuscivo ad accettare la realtà.

La seconda, l'indignazione, dopo il fiasco delle elezioni in Florida del 2000. Per la prima volta in più di vent'anni non votai per "absentee ballot", ma di persona, perché rimasi per più di un anno negli Stati Uniti. Io ero in Florida prima delle elezioni, votai io in Florida con quelle schede un po' sballate, e vissi in prima persona tutti i pasticci voluti ed accidentali di quelle elezioni. Non è un bel capitolo della storia degli Stati Uniti. Non sapevo allora, come non so adesso, da quale pulpito avrei più potuto predicare la quintessenza della democrazia pur imperfetta del mio Paese.

In questi giorni non mi confortavano le persone che mi dicevano che da quando il mondo è mondo sono esistite le torture, che solo noi americani siamo capaci a farci beccare con le foto, che non erano vere torture quelle ma atti di nonnismo.

Non mi consolava l'editoriale di Renzo Foa che ci ha raccontato come François Mitterand fu capace di ben peggio, che non si trattava poi di ragazzi soldati fuori controllo, ma torture programmate, istituzionalizzate. Non mi rincuorava la rubrica di Filippo Facci in cui ci informava dell'esistenza di un museo a Milano dove si può inorridire oltre l'immaginabile vedendo quanta fantasia e talento artigianale furono usati per infliggere torture durante l'inquisizione italiana.

Non soffrivo né per le vittime, né tanto per la pur forte consapevolezza di tutte le conseguenze che seguiranno, soprattutto i passi indietro del piano di democratizzazione dell'area e il pane per i denti velenosissimi degli antiamericani di casa nostra. Non era tutto ciò la fonte del mio disagio. Era il mio patriottismo che soffriva di mal d'animo.

Lo avrà provato il mio amico Paolo Guzzanti per empatia verso la sua deliziosa moglie americana. L'ho ha capito Alberto Pasolini Zanelli quando ha scritto, "La grande forza degli Stati Uniti è la possibilità di preservare quella inimitabile anima."

Poi ho sentito l'interrogatorio di Rumsfeld davanti alla commissione del Senato. Una cerimonia durissima celebrata con dolore. Tranne qualche eccezione di quesito sopra le righe, provocatorio, irrispettoso, la maggior parte delle domande sono state rivolte all'indagato Rumsfeld in modo civile e rispettoso, senza per questo schivare le questioni dure da affrontare, le spiegazioni spietate da pretendere.

Le domande erano dirette e subito al dunque, senza tanti giri di parole. Anzi, chi faceva girotondi di parole con le loro premesse erano proprio quelli con intenzioni faziose. Altrettanto brutalmente dirette erano le risposte.

Né i riassunti dei giornali italiani, né le traduzioni delle trascrizioni, né le traduzioni simultanee possono comunicare la riverenza di quella cerimonia. Erano la civiltà con la quale si sono comportati e con la quale hanno condotto l'interrogatorio, la responsabilità che Rumsfeld si è addossata su di sé, il senso di dovere che gli impone di non dimettersi, i toni delle voci degli inquirenti e il tono della voce dell'indagato, la lettura dei loro occhi che esprimevano il mio stesso disagio, il mio stesso mal d'animo, tutto questo è ciò che mi ha fatto rincuorare.

Mi sono chiesto in questi giorni come mai nessuno dei miei studenti mi ha fatto una domanda su quest'argomento. Si vede che col tempo hanno capito chi sono, intuiranno la mia sofferenza, e scelgono di non mettere il dito nella piaga del mio animo patriottico.


Dal sito www.ragionpolitica.it