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Inserito il 18-5-2004  
A proposito di Presidential Pardons
di Sandra Giovanna Giacomazzi


Da mesi oramai si parla dell'istituzione della grazia. Fiumi di inchiostro e pagine di giornali con opinionisti, giuristi e costituzionalisti che dicono tutto e il contrario di tutto. Se sia o non sia esclusiva prerogativa del Presidente della Repubblica il dare o non dare la grazia. Se sia o non sia necessaria la richiesta dell'eventuale graziato. Se sia o non sia indispensabile la richiesta del Ministro della Giustizia o la sua firma una volta concessa la grazia.

Già solo la confusione che regna intorno alle contraddizioni fra un articolo ed un altro della Costituzione o sul prevalere della lettera della legge o della consuetudine la dice lunga sulla necessità di riforme strutturali e di una globale riscrittura della Costituzione, auspicio espresso ben dieci anni fa dal popolo italiano in un referendum.

I Radicali e Marco Pannella sono stati i capifila di questa causa, ma sono anche loro che sbandierano lo slogan a forma di striscione di un'altra campagna per "Le riforme all' americana delle istituzioni, dell'economia e della giustizia."

Allora vogliamo parlare della grazia all'americana?

Negli Stati Uniti il potere della grazia è previsto dalla Seconda Sezione del Secondo Articolo della Costituzione: Il Presidente ha il potere di concedere commutazioni e grazie per crimini contro gli Stati Uniti, tranne in casi di impeachment. Punto e basta.

Non sono scritti nella costituzione né il metodo di applicazione né altro. Non c'è un altro articolo che lo contraddice come succede nella Costituzione italiana fra l'Articolo 87, che dà il potere di concedere la grazia al Presidente, e l'articolo 89, che pretenderebbe che nessun atto del Presidente sia valido se non controfirmato dal ministro proponente.

Per dire la verità, la Costituzione Italiana come anche i codici penali e civili sono ricchi di contraddizioni che permettono agli avvocati, ai pubblici ministeri, ai giudici, ai commercialisti (per quanto riguarda le leggi fiscali) e ai cittadini di interpretare le leggi ognuno a modo suo. Ma rimaniamo in tema di grazia.

Il fatto che nella Costituzione americana non ci sia scritto niente di più, non vuole dire, però, che la procedura sia lasciata all'azzardo.

La procedura è scritta in modo molto chiaro nel Codice di Regole Federali (Title 28 del U.S. Code of Federal Regulations, Sections 1.1 1.10). Nel Ministero della Giustizia c'è un sottoministro che si occupa solo delle grazie che si chiama U.S. Pardon Attorney.

Il suo lavoro è di ricevere le richieste di grazia e "assistere" il presidente, esaminando scrupolosamente ogni petizione. Per ogni richiesta il Pardon Attorney prepara, in nome del Dipartimento della Giustizia, le sue raccomandazioni al Presidente di concedere o negare la grazia. Queste raccomandazioni sono esattamente tali, niente di più, niente di meno.

Il Presidente non è vincolato a seguirle. Il Presidente può ricevere un consiglio di concederla e assecondarla o negarla. Può ricevere il consiglio di negazione e rispettare il consiglio o decidere comunque di dare la clemenza. E' sempre il Presidente che tiene il potere ultimo della decisione come è scritto nella Costituzione. Tutto chiarissimo. Le regole e le procedure ci sono e si seguono.

Tutto ciò non vuole dire che la questione della grazia non sia stata spesso fonte di polemiche anche negli Stati Uniti. Basta pensare a quella concessa da Gerald Ford a Richard Nixon, che molto probabilmente gli costò le elezioni del 1976 e che fece vincere Jimmy Carter. O a Carter stesso che si attirò la collera di tanti veterani quando offrì l'amnistia incondizionata a circa 10.000 uomini che scapparono dagli Stati Uniti per evitare il servizio militare durante la guerra del Vietnam. O a quella di George Bush padre al Ministro della Difesa Caspar Weinberger per il suo coinvolgimento nello scandalo Iran-Contra. O a quella concessa da Bill Clinton a Marc Rich che era stato accusato di frode.

C'è, però, una piccola importantissima differenza. Negli Stati Uniti il Presidente è eletto dal popolo, il che già in sé dà più peso a questa sua prerogativa. Poi, se prende una decisione non apprezzata dal popolo, il prezzo politico sarà poi lui a pagarlo.


Dal sito www.ragionpolitica.it