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Inserito il 6-6-2004  
Storia di Arturo Fanconi, l'eroe italiano che morì nello sbarco
di Stefano Valentino


Se cercate negli archivi ufficiali dei combat­tenti italiani sepolti in Normandia non lo tro­verete. L'unico eroe tricolore del '44 che an­cora giace nella terra dello sbarco ha un no­me che non conosce gloria nella sua antica patria: Arturo Fanconi. Per scoprire la storia del medico militare premiato post-mortem da sua Maestà Regina d'Inghilterra con la «Albert Cross» (oggi «George Cross»), una delle più prestigiose medaglie al valore, biso­gna avere fortuna. Come quella che abbia­mo noi seguendo per caso una scolaresca inglese durante una visita guida­ta al più grande cimitero del Commonwealth della seconda Guerra mondiale, alle porte del­la cittadina normanna di Bayeux.

A un tratto il custode che guida il gruppo si ferma e i bambini si assiepano intorno a una tomba persa nel labirinto delle 4.648 lapidi sotto le quali riposa un intero esercito plane­tario: ai 3.935 soldati inglesi se ne affiancano 466 tedeschi, 181 canadesi, 25 polacchi, 17 austra­liani, 8 neo-zelandesi, 7 russi, 3 francesi, 2 cechi e 1 sud-africa­no, nonché gli unici 2 italiani iscritti come tali nel registro del cimitero, entrambi però morti nel '45, quasi un anno dopo la vittoria alleata in Normandia.

Ci inginocchiamo davanti alla misteriosa tomba e leggiamo l'iscrizione sul marmo bianco: «A. Fanconi... a loving son and brother, died saving his camerades. He leaves a beautiful memory (Un amorevole fi­glio e fratello, morto per salvare i suoi com­pagni. Lascia dietro di sé un magnifico ricor­do)». Le parole sono quelle scelte dai genitori, Giulio ed Anna Fanconi, emigrati in In­ghilterra prima dello scoppio della guerra. La loro memoria è scomparsa insieme a quella del loro eroico figlio.

Della loro dram­matica vicenda non resta più nulla, se non una commovente lettera del 27 maggio '47 che chiedeva alle autorità ingle­si di rivelare loro il luogo di se­poltura di Arturo, dopo tre lun­ghi anni di attesa senza notizie. Ci rimettiamo in piedi davanti alla lapide e tendiamo l'orec­chio per ascoltare: «...Per aver ri­cevuto la Albert Cross Mr. Fanconi doveva essere un uomo straordinario», sta spiegando ai giovani studenti il custode, «le gesta eroiche che lo condussero alla morte e all'ottenimento del­la medaglia al valore sono rac­contate nell'estratto di un artico­lo d'epoca della London Gazette. Il 28 giugno 1944 a Fanconi fu ordinato di assistere i soldati feriti dalle mine a Quineville...».

Basta questo semplice inizio e qualche da­to storico per riuscire ad immaginare la sto­ria mai raccontata del soldato Fanconi, ar­ruolato nella Royal Navy britannica e sbarca­to intorno al 6 giugno '44 sulla costa orienta­le della Normandia a bordo della corazzata H.M.S. Odyssey. Dopo aver conquistato la Gold Beach, tra Arromanches ed Asnelles, la 50a divisione della fanteria britannica risale verso nord per ricongiungersi alla 2a e alla 4a divisione Usa sbarcate rispettivamente ad Utah ed Omaha Beach.

Arturo si ritrova così ben presto a dover schivare le micidiali raffiche dell'artiglieria nemica mentre si fa faticosamente strada coi compagni nelle pa­ludi del Cotentin, allagate dai tedeschi per ostacolare l'avanzata degli Alleati. Questi ul­timi cominciano a incamminarsi alla volta del porto strategico di Cherbourg, sulla pun­ta della penisola normanna. Ma la via si rivela più insidiosa del previsto. I campi minati colgono di sorpresa i giovani e inesperti fan­ti americani che in una sola settimana per­dono 200 uomini tra morti e feriti.

Al soldato Fanconi viene così affidata una difficile missione: raggiungere la testa di pon­te americana asserragliata a Quineville, a me­no di 80 km da Cherbourg, per curare i soldati ancora agonizzanti nel fango do­po l'esplosione delle mine.

«...Attra­versò di corsa, senza fermarsi, quasi 800 metri di campo minato per rag­giungere i feriti», continua il custo­de del cimitero, «praticò medicazioni e fasciature. Poi, con l'aiuto dei suoi assistenti, portò due pazienti in salvo fuori dalla zona dell'incidente, avanzando alla cieca su quella terra mortale. A un tratto, mentre si apprestavano a correre in aiuto di un terzo ferito, una mina esplose sotto di loro uccidendo all'istante uno dei membri della squadra di soccorso e ferendo l'altro ed Arturo. Nonostan­te l'atroce dolore, quest'ultimo si ro­tolò per terra per cercare di afferrare la valigetta medica e soccorrere il compagno sopravvissuto. Ma nel suo coraggioso tentativo, fece esplo­dere un'altra mina che gli staccò un piede. Il contraccolpo lo scaraventò in aria. Ripiombando al suolo, Arturo calpestò una terza mina, perdendo anche l'altro piede. Il caporale in servizio fece di tutto per salvarlo, ma gli strumenti per il pronto soccorso erano ormai andati persi e non ci fu nulla da fare. Tutti quelli che lo videro in azione e furono testimoni del suo coraggio, la sua rapidità e la sua destrezza nell'aiutare gli altri, esponendosi al tempo stesso al pericolo, trassero ispirazione dal suo grande esempio».

Arturo morì 60 anni fa, il 28 giugno 1944. Aveva 38 anni.


Da Il Giornale del 5 giugno 2004