Il falco è il nostro simbolo in quanto sintesi del nostro sentire
Home page Chi siamo gli Amici Contattaci
 
User
Password
» Iscriviti
» Ricorda Password
 
Dossier
Ambiente e Scienza
Amici di penna
Attualità
Biblioteca
Economia e Finanza
Europa
Fuoco amico
Giustizia
Guzzanti's Corner
La Chiesa e l'Islam
La mia Africa
Le spine di Opunzia
Nel Mondo
Scuola e Università
Società e cultura
Terza Pagina
Europa
Commenta l'articolo
Inserito il 20-6-2004  
Occhio che qui salta la proprietà privata
di Francesco Forte


La costituzione europea è un testo di 240 pagine, zeppo di retorica e di promesse. Consiste di 59 articoli base, ai quali s'aggiunge una Carta dei diritti di 54 articoli. Segue una terza parte: è composta di ben 342 articoli, riguardanti le politiche e le regole di funzionamento dell'Unione. Una quarta parte contiene protocolli aggiuntivi. Nonostante lo sterminato elenco di diritti, che questa costituzione teoricamente assegna a ciascun cittadino dell'Unione, i 10 paesi a basso reddito ex comunisti, appena entrati non sembrano gran che entusiasti.

I loro cittadini e i loro governanti sanno bene che le costituzioni prolisse (questa ha , fra testo e Appendici, circa 500 articoli) costituiscono un strumento burocratico e di contenzioso pericoloso. È difficile capire il giubilo con cui nei nostri ambienti confindustriali si esulta per questo evento.

Infatti questi 500 articoli (alcuni di parecchi commi e sotto commi ) saranno legge, per ciascuno stato membro, con la capacità di abrogare e integrare le norme nazionali eventualmente contrastanti che hanno, per loro natura, una posizione gerarchicamente inferiore. Con nuove complicazioni.

Queste norme infatti si presteranno alle disquisizioni interpretative dei giuristi, che, correttament, considereranno ogni frase come dotata potenzialmente di un valore imperativo, dato che non si tratta di "Via col vento"o di un romanzo medievale di Umberto Eco, ma di un testo legislativo.

Data questa sua natura esso sarà sottoposto, in vari stati, all'approvazione mediante un referendum. E, per quel che io so, non si sottopongono a referendum i romanzi d'appendice, ma le norme e le scelte operative .

La nuova Costituzione è, spesso, ambigua. Così l'articolo 3, comma 3 che delinea gli obbiettivi economici dell'Unione stabilisce che essa "si adopera per lo sviluppo sostenibile dell'Europa, basato su una crescita economica equilibrata, un'economia sociale di mercato fortemente competitiva, che mira alla piena occupazione e al progresso sociale, a un elevato livello di tutela e di miglioramento della qualità dell'ambiente". Come si nota, da un lato si vuole un'economia fortemente competitiva, dall'altro lato si dice che questa economia di mercato deve essere "sociale".

Una limitazione ragionevole, che farà storcere il naso ai liberisti e che Einaudi considerava invece come un riempitivo, dal punto di vista dei veri liberali. Si aggiunge, poi, che la politica economica dell'Unione deve mirare alla piena occupazione: un obbiettivo che qualifica e limita quelli "sociali", perché spesso il fardello dello stato sociale è di ostacolo al pieno impiego. Ma poi si aggiunge che questa economia sociale di mercato deve altresì mirare al progresso sociale, il che o è pleonastico trattandosi già di economia di mercato "sociale" oppure vuol essere ulteriormente limitativo.

Leggiamo, fra i diritti di libertà, quelli economici (un elenco scarno). Innanzitutto la libertà di impresa (articolo II, 16) "E' riconosciuta la libertà di impresa, conformemente al diritto dell'Unione e alle legislazioni e prassi nazionali" . A me sembra un enunciato che consente a ogni stato di attuare la libertà di impresa, entro i limiti della conformità non solo alle sue leggi, ma anche alle sue prassi, autorizzi la burocrazia a mantenere lacci e laccioli di ogni specie.

Veniamo alla norma sul diritto di proprietà (articolo II,17). Essa dopo avere affermato che "Ogni individuo ha il diritto di godere della proprietà dei beni che ha acquistato legalmente, di usarli, di disporne, di lasciarli in eredità" aggiunge tuttavia un principio assai nebuloso, conforme alle regole vigenti in Italia e in Francia, che limitano questo diritto in modo discrezionale.

Infatti "nessuno può essere privato della proprietà, se non per causa di pubblico interesse nei casi e nei modi previsti dalla legge e contro il pagamento, in tempo utile, di una giusta indennità per la perdita della stessa". La parola "giusta indennità" consente di espropriare un bene di valore artistico non a prezzo di mercato, ma a un prezzo "giusto" secondo il governo che attua l'esproprio.

Egualmente nebulosa la norma che segue per cui "L'uso dei beni può essere regolato dalla legge nei limiti imposti dall'interesse generale". La parola "regolato dalla legge" può significare che questo uso può essere ridotto, ma non sostanzialmente limitato. Ma poi la dizione "nei limiti" imposti dall'interesse generale consente di ritenere che l'uso dei ben possa essere vincolato in modo da ridursi a quasi nulla: e ciò senza bisogno di un indennizzo, a differenza che per l'esproprio del diritto di proprietà.

Dunque, in base alla Costituzione europea, si potrebbero considerare legittimi blocchi dei fitti e degli sfratti , tali per cui il proprietario che vorrebbe abitare la casetta che si è comperato, non possa avere esercitare questo suo diritto di uso, perché contrasta con l'interesse generale.

Ovviamente, se il caso riguardasse un grande proprietario, in relazione a un piano urbanistico, che limita l'uso del suo suolo, sarà sempre possibile per lui fare ricorso alla Corte competente, con avvocati costosi.

Il "Sole 24 Ore" saluta con entusiasmo questa costituzione . E, solo, lamenta che ci siano stata una "gara al ribasso", con riguardo al fatto che gli inglesi hanno ottenuto che sia mantenuta la regola dell'unanimità per le norme sulla armonizzazione fiscale negli stati membri. Tedeschi e francesi volevano abrogare l'unanimità, per impedire la concorrenza fiscale fra gli stati membri e imporre aliquote di imposte sulle imprese elevate come le loro. Ma la sola speranza che in Italia si riduca la pressione fiscale sulle imprese sta proprio nella concorrenza fiscale di stati come Irlanda, Polonia,Slovacchia.

Grazie, Blair, tu laburista, che hai capito che la concorrenza fiscale serve al pieno impiego.


Da Libero del 20 giugno 2004