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Inserito il 21-6-2004  
Consiglio a Maroni: sulle pensioni il modello è il Cile
di Renato Farina


Uno come José Piñera bisognerebbe comprarlo, infilarlo - con tutto il rispetto per l'eccellente Maroni - nel governo: è un grande, è una di quelle persone che travolgono senza strafare, in cui la meraviglia delle idee si specchia nel carattere, nel sorriso.

Diventato ministro giovanissimo, appena finito il dottorato a Harvard, negli anni bui del Cile di Pinochet ha costruito quelle riforme che poi hanno garantito al Paese vent'anni di inarrestabile crescita economica. La sinistra, oggi al potere, non si sogna neanche di correggerle: le guarda con ammirazione. Oggi, passa la vita ad "esportare la rivoluzione". Che, nel suo mondo, significa salvare dalla bancarotta dello Stato sociale le nostre pensioni.

Ieri, Piñera era in Italia, per la precisione a Milano, per un convegno organizzato dall'Istituto Bruno Leoni - il piccolo e attivissimo think tank che diffonde il verbo liberista nel nostro Paese. L'Ibl sta pubblicando un suo libro: pagine e pagine scritte da tecnico, eppoi un'appendice da scrittore, in cui ricorda con passione un incontro fortuito col poeta Neruda.

Perché Piñera non è di quelli che mangiano pane e grafici: ti parla con la sicurezza dell'uomo d'azione, e poi t'avvolge in un groviglio di citazioni corsare. Hayek, ma anche Walt Whitman. E Jefferson, e la rivoluzione americana, il sogno della libertà che in fondo è un po' poesia...

Il suo nome non è sconosciuto ai nostri politici: è amico di vecchia data di Antonio Martino, il leghista Giancarlo Pagliarini è il suo fan numero uno, e di una riforma "alla Cile" si vocifera da anni. Perché non fare un passo avanti, allora? Lo chiediamo a Berlusconi. Ci permettiamo di chiederlo perché la questione va oltre l'economia.

Il "modello Piñera" rimette al centro le persone e le famiglie nella gestione dei loro risparmi. E' una rivoluzione personalista. L'idea piace a Putin, l'amico russo del Cavaliere, che ad aprile ha avuto un lungo colloquio con il guru cileno al Cremlino. Lo lasciamo da solo, a battere questa strada?

Professor Piñera, il futuro delle pensioni in Europa è così grigio come dicono?
«Mettiamola così. È un fatto che la popolazione in Europa sta invecchiando e diminuendo. Si tratta di una tendenza le cui conseguenze sarebbero state tranquillamente gestibili con oculatezza e preveggenza - ma che può diventare una catastrofe date le passività scoperte generate dai programmi pensionistici pubblici a ripartizione: oggi più del 200% del Pil in Francia ed Italia, e più del 150% del Pil in Germania».

Ma i nostri governi sembrano al lavoro per impedire il naufragio del sistema...
«Le riforme parametriche, quelle in cui non si esce dal sistema tradizionale e si tenta di puntellarlo, non bastano. Penso a quella di Raffarin, in Francia. Ad esempio. In Germania, il Cancelliere Schroeder ha lanciato il programma "Agenda 2010", che però si limita a corrompere il sistema pay as you go senza riformarlo. Voi italiani, che siete il Paese nel mondo col più basso tasso di fertilità, avete una spesa pensionistica annuale di circa il 14,5% del Pil. Lavoratori e imprenditori italiani già oggi si confrontano con un'imposta sul monte salari del 33% per le pensioni, e alcuni studi segnalano che si dovrebbero aumentare tali imposte al 48% per poter corrispondere i benefici promessi ai più anziani».

Da noi, Berlusconi ha fatto sua la proposta di alzare l'età pensionabile, come primo passo verso una vera riforma. Non basta?
«Potrebbe essere un provvedimento giusto laddove, per alcuni settori, l'età pensionabile è arbitrariamente più bassa, ma, nel lungo periodo, una misura di questo tipo non farebbe che posticipare la morte naturale del sistema. Inoltre, il problema di questa proposta è che potrebbe indurre dei mutamenti nel comportamento di quei lavoratori cui viene chiesto di estendere la durata delle loro vite lavorative. In Paesi con grandi programmi di welfare, questo significherebbe soltanto spostare la fonte della spesa pubblica a un altro programma o ministero».

Insomma, non ci resta che fare come ha fatto lei, in Cile. Passare a un sistema a capitalizzazione. Ma come funzionerebbe, un modello del genere ?
«Ventincinque anni fa il mio Paese dovette affrontare una crisi analoga. Il Cile aveva creato un sistema pensionistico a ripartizione nel 1925, che negli anni Settanta era sull'orlo della bancarotta, con un'infinità di privilegi particolari e soffocato da elevatissime imposte sui salari. Quando venni nominato ministro del lavoro e della previdenza sociale, insieme ai miei collaboratori trovai un modo semplice ma radicale per conservare l'idea di un sistema pensionistico nazionale, cambiando il modo in cui era strutturato.

La nostra proposta era che le imposte sul salario di ciascun lavoratore venissero versate su un fondo pensionistico individuale e privato, che sarebbe rimasto di sua esclusiva proprietà. Il denaro presente sul conto sarebbe stato investito in fondi d'investimento gestiti da professionisti. Se una persona avesse cambiato lavoro, il suo fondo pensione lo avrebbe seguito nella nuova professione.Questi fondi avrebbero alimentato- e seguito al tempo stesso - un'economia in crescita, fruttando un reddito pensionistico decisamente superiore a quanto si sarebbe ottenuto versando allo Stato le medesime somme
».

Infatti la crescita economica cilena è stata spettacolare. Eppure, al di là delle buone ragioni dell'efficienza economica, mi chiedo cosa cambi, per quello che riguarda una persona e i suoi risparmi.
«Mi lasci spiegare come funziona il sistema dei conti previdenziali personali. Inizialmente ogni lavoratore riceve un libretto che gli permette di tener conto di quanto ha accumulato e di quanto ha fruttato il proprio fondo d'investimento. Per la gestione dei propri fondi, ciascun individuo è libero di scegliere tra un certo numero di aziende private che investono in pacchetti diversificato di azioni e obbligazioni a basso rischio.

Giacché i lavoratori possono passare liberamente da un'azienda all'altra, queste ultime sono spinte ad offrire ai propri clienti un servizio migliore e commissioni più ridotte. Molte di esse offrono terminali informatici di facile uso tramite i quali i loro clienti possono calcolare il valore della propria pensione o l'entità della somma da depositare allo scopo di andare in pensione ad un'età prefissata
».

Ecco, l'età prefissata. Quando si smette di lavorare, in Cile?
«La scioccherò: il Cile non ha più un'età pensionabile fissata per legge! Ognuno può smettere di lavorare all'età che preferisce, purché disponga nel proprio conto una somma sufficiente ad avere una "pensione ragionevole" (normalmente pari al 50% del salario medio dei dieci anni precedenti, a patto che tale valore sia superiore alla pensione minima).

Se lo desiderano, dopo che hanno iniziato a percepire una pensione, possono andare avanti a lavorare senza obbligo di continuare a versare alcuna somma nel proprio conto previdenziale. In tal modo nessuno è costretto ad abbandonare la popolazione attiva, o a lavorare nell'economia sommersa, solo perché percepisce una pensione. L'età minima (65 anni) è solo per quanti vogliano fare richiesta di un sussidio statale, perché non possono permettersi una pensione propria
».

Lei parla di "lavoratori - capitalisti", per riferirsi ai lavoratori cileni che hanno scelto di adottare il "suo" sistema pensionistico. Perché ?
«Perché questa riforma non è né di destra né di sinistra. Va tutta a vantaggio dei lavoratori e delle loro famiglie. È un sistema che permette loro di possedere un capitale finanziario mai visto in precedenza, aumentando la loro partecipazione alla vita economica.

L'ipotesi che gli europei cessino di dipendere dallo Stato per la vecchiaia e assumano invece il controllo della propria pensione può apparire rivoluzionaria. Eppure 70 milioni di lavoratori in 17 Paesi quali la Polonia, il Perù, la Colombia, la Bolivia, El Salvador, il Messico e la Svezia lo hanno già fatto, con ottimi risultati per se stessi, le loro economie e le loro società
».

Quando toccherà all'Europa? Mi risulta che lei sia stato recentemente in Russia, ad abbia avuto un lungo incontro col presidente Putin...
«Le dirò solo questo. Non essendo cittadino statunitense, non ho avuto remore nel ripetere davanti al pubblico moscovita che quello di cui la Russia aveva bisogno all'inizio del ventesimo secolo non era la rivoluzione bolscevica, ma quella americana. Il Paese aveva bisogno di un Thomas Jefferson, non di un Lenin.

Il presidente Putin si sta muovendo nella direzione giusta ed ora ha la storica opportunità di condurre quella rivoluzione della libertà che al suo Paese è mancata nel secolo scorso. Ma Putin deve costringersi a non mantenere la sua posizione per più di due mandati consecutivi, perché questo è un ottimo vaccino contro le tentazioni del potere. E deve avere fiducia nei singoli individui e nelle meraviglie che possono realizzare quando possono godere del dono della libertà
».


Da Libero del 18 giugno 2004