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Inserito il 21-6-2004  
Riscopriamo perché questo nostro Paese non è bipolarista.
di Gianfranco Morra


Al di là delle interessate valutazioni dei partiti, le elezioni di domenica hanno confermato un carattere degli italiani: il loro particolarismo, che li rende poco sensibili al sistema bipolare dell'alternanza e li conduce ad accentuare sempre più la frammentazione politica. Un particolarismo che ha radici antiche nella storia del nostro Paese, nel quale l'unità nazionale ha tardato troppo ed è giunta mentre un po' dovunque lo stato nazionale entrava in crisi.

Una crisi che da noi è ancora più forte che nelle altre nazioni europee, come hanno scritto alcuni dei nostri più grandi commentatori della politica e del costume, da Guicciardini a De Sanctis, dal profetico acutissimo Leopardi ad Antonio Gramsci. Tutti hanno vinto. I risultati delle elezioni di domenica consentono a ciascun partito di cantare vittoria: basta confrontare i risultati ottenuti con quelli meno lusinghieri di una delle precedenti elezioni; o fare la somma dei voti delle coalizioni; o consolarsi con il calo degli altri. È giusto che sia così: ogni partito deve difendere la propria parrocchia. Soprattutto dopo elezioni in cui nessun polo ha messo ko l'altro e i regolamenti di conti sono avvenuti all'interno di ciascuno di essi.

Ma è possibile anche un giudizio diverso, che sarà soggettivo come tutti i giudizi, ma non perciò falso per interessi di bottega. Un giudizio non politico, ma culturale, nel senso vasto di questo termine. Che è la risposta a questa domanda: gli esiti delle elezioni confermano o smentiscono il carattere nazionale degli italiani? La categoria che più definisce gli esiti di domenica è "frammentazione".

Nel 1994 si era aperto un processo, con la formazione di due poli alternativi, che avrebbe dovuto condurre l'Italia ad adottare il sistema politico delle democrazie europee: il bipolarismo dell'alternanza. Dieci anni dopo possiamo dire che questo sogno è crollato. I partiti sono aumentati di numero. Il bipolarismo si è allontanato, forse è caduto per sempre. I principali partiti dei due poli hanno entrambi perso voti, i partiti medi e minori ne hanno invece guadagnato parecchi. È probabile che il carattere degli italiani non consenta quel bipolarismo che produce stabilità politica. Un carattere largamente privo di identità civile.

Lo aveva capito Giacomo Leopardi, in un saggio del 1824 dedicato ai costumi degli italiani, nel quale lamentava la mancanza nel nostro Paese di un "tuono sociale", ossia di una coscienza nazionale: «Altre nazioni, come la Francia, l'Inghilterra e la Germania, hanno una "società stretta", ossia un forte spirito nazionale. L'Italia non è una nazione, una patria». In altre parole, anche quando non fanno niente di male, sono individualisti, guardano in primo luogo a ciò che Francesco Guicciardini chiamava "il particulare". Tradotto in termini attuali, significa che la difesa del proprio partitino conta più della governabilità e della nazione.

Il critico Francesco De Sanctis, nella sua "Storia della letteratura italiana", aveva definito con precisione, anche se con una certa enfasi moralistica, questo "uomo del particolare" descritto da Guicciardini: «Tutti gli ideali scompariscono. Ogni vincolo religioso, morale, politico, che tiene insieme un popolo, è spezzato. Ciascun per sé, verso e contro tutti. È l'arte della vita».

Le elezioni di domenica gli hanno dato ragione: si temevano delle reazioni al disagio provocato dalla guerra in Iraq, ma non ci sono state. Più ha contato la difficile situazione economica, che non è di grave crisi, ma rode tuttavia parte non piccola del bilancio familiare. Ma, si dirà, Leopardi viveva in una Italia divisa in sette parti. Per fortuna c'è stato il Risorgimento, con il quale è nata la nazione.

Certo, ma di che nazione si tratta? È stato Gramsci a dircelo, negli anni in cui il fascismo cercava appunto di far nascere uno spirito nazionale, purtroppo senza riuscirvi. Nei suoi "Quaderni del carcere" egli sottolineava che l'Italia, proprio per la mancata formazione di uno stato nazionale, mancava di una "religione civile" e che dallo stesso risorgimento erano state del tutto assenti le masse popolari.

Ora tutti sanno che la più potente forza di unificazione dei popoli europei furono gli stati nazionali, nati al declino del medioevo. Come pure che l'individualismo e la frammentazione non sono solo in Italia, ma un po' in tutti i paesi europei, dato che dovunque oggi è in crisi quella che Max Weber considerava la più grande costruzione della modernità: lo stato nazionale.

Che in Italia, anche per la presenza dello Stato Pontificio, non fu possibile. Dopo il periodo aureo delle signorie e dei principati, "Stati come opere d'arte" anch'essi espressione di individualismo, l'Italia ebbe tre secoli e mezzo di dominazioni straniere. È logico che da noi la crisi della coscienza nazionale sia ancora più forte che altrove . Quando poi l'Italia (non gli italiani) fu fatta, la politica fu sempre caratterizzata da frammentarismo individualistico.

La sinistra da De Pretis a Giolitti inventò la forma di governo della frammentazione: il trasformismo, cercare i voti di volta in volta dove capita, con la concessione di favori e benefici a destra e a manca. Una frammentazione che non consentì mai di avere governi di lunga durata e che si accentuò nel primo dopoguerra. Quando non si trovò altro modo per uscire dalla ingovernabilità che quello di eliminare i partiti e la libertà politica.

Caduto il fascismo, la frammentazione rinacque più vispa di prima, anche grazie ad una Costituzione eccessivamente parlamentare e quindi partitocratica. Una frammentazione che non era solo tra i partiti, ma anche dentro i partiti, soprattutto nel più grande di tutti, la Dc, con la sua abilità soprannaturale di "mediare" i contrasti delle correnti mediante la "lottizzazione" (Manuale Cencelli).

Per motivi di geopolitica, essa governò ininterrottamente per quasi mezzo secolo, ma senza riuscire a produrre la stabilità dei governi, ciascuno dei quali durava in media meno di un anno. L'esempio forse massimo di questa instabilità è il mancato decollo in Italia del Partito Socialista. Che in Europa fu ed è ancora uno dei due poli dell'alternanza, mentre in Italia restò sempre una congregazione rissante e sterile, emarginata dal potere. Prima i conflitti tra massimalisti e riformisti, poi negli anni Venti la scissione in tre partiti (Psi, Psu, Pci), dopo il fascismo ancora scissioni, riunificazioni e nuove scissioni. Sino alla meteora di Craxi, il primo socialista divenuto premier, ma per poco, in quanto i "cugini" comunisti non glielo consentirono.

Non c'è da stare allegri. Prima, nel 1989, la caduta del Muro di Berlino, poi, nel 1992, tangentopoli, hanno ridisegnato la mappa dei partiti. Il distacco dalle ideologie è stato massiccio e i partiti hanno assunto denominazioni vegetali o naturalistiche o sportive. Più tardi ne sono nati altri, intitolati ai nomi dei leaders, evidentemente più importanti del partito e delle sue idee: liste Dini, Di Pietro, Occhetto, Sgarbi, Mussolini, Bonino. Una riforma elettorale fatta apposta per ridurre i partiti, li ha invece proliferati. Una ulteriore prova della fantasia e dell'individualismo del carattere italiano.


Da Libero del 15 giugno 2004