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Inserito il 25-6-2004  
L'olocausto ucraino truccato da carestia
di Gloria Piccioni


L' uscita di Raccolto di dolore (Liberal edizioni) anche in Italia ha 'riempito un vuoto, dopo molti anni di indifferenza, quando non di rimozione, di fronte a una del­le tragedie più importanti del No­vecento europeo. Dal 1986, data di uscita del libro che ha sollevato il problema stori­co e politico della carestia in Ucraina e della collettivizzazione forzata, la ricerca è comunque andata avanti, anche grazie al­l'apertura degli archivi sovietici. Si è anche discusso molto sul carattere deliberato del­la scelta compiuta da Stalin.

Da qui la domanda al professor Robert Conquest autore di molti importanti ricer­che che hanno impresso una svolta nella valutazione storica del comunismo.

Quale è la sua opinione sulla discussione sulla carestia in Ucraina che si è svolta dopo l'uscita del suo libro?
«Si è sostenuto che lo Holomodor (termine ucraino per definire lo sterminio dei conta­dini per fame del 1932-33, ndr) fosse solo un aspetto del disastro demografico inflitto ai popoli dell'allora Unione Sovietica, e questa come proposizione generale è ab­bastanza veritiera. Ma la concentrazione sul popolo ucraino - incluso il Kuban, a maggioranza ucraina - ne ha fatto incom­parabilmente quello più colpito. Aggiungo che alcuni scrittori occidentali ancora so­stengono che le riserve di grano di Mosca fossero troppo esigue per prevenire la care­stia del 1933. Ciò dipende da una manipo­lazione delle cifre.

Ma in ogni caso, è chia­ro che un governo decente che avesse il monopolio sul grano avrebbe giudicato la massiccia carestia come l'occasione per in­viare tutte le riserve disponibili nelle zone interessate. Ma i sovietici non lo fecero: continuarono a esportare grano nel corso del periodo peggiore e soprattutto rifiuta­rono le offerte di aiuto straniero. Sulla que­stione se la carestia sia stata concentrata - per decisione statale - in Ucraina e nel Ku­ban, esistono prove inconfutabili. Non si trattò di una comune carestia. Il cibo c'era ma fu sottratto ai contadini. E l'aiuto stra­niero fu rifiutato. È chiaro che si trattò di terrore di Stato, e che fu diretto in primo luogo contro l'Ucraina
».

Fu più una guerra interna del comuni­smo contro i contadini o un attacco della Russia all'Ucraina?
«La russificazione fu utilizzata come mez­zo di dominazione. Nel Kuban, le scuole che insegnavano l'ucraino furono abolite. Nella stessa Ucraina l'utilizzo di parti del­l'alfabeto tradizionale ucraino veniva de­nunciato come contro-rivoluzionario. Quanto alla storia ucraina, essa fu riscritta. E per ordine di Stalin l'intera cultura fu purgata, e celebri scrittori, accademici e altri ucraini furono uccisi o imprigionati in enorme numero. Si può senz'altro dire che negli anni Trenta Mosca abbia schiacciato l'Ucraina nello stesso stile usato dai nazi­sti nel loro "genocidio". E il Museo dell'Olocausto a Washington riconosce uffi­cialmente il caso ucraino sotto questa cate­goria».

Perché si è tanto faticato e si fatica ancora a fare fino in fondo i conti con lo stalini­smo? Perché, anche nella cultura delle de­mocrazie occidentali, è mancato il corag­gio di equipararlo al nazismo?
«Entrambi furono abominevoli. Nonostan­te essi siano sovente messi a confronto, esi­stono importanti differenze. Il totalitari­smo della Germania nazista differisce dalla Russia comunista. Certo, avendo avuto una durata di soli dodici anni, non ha potu­to penetrare e distorcere la società allo stes­so livello, né consolidare pienamente un apparato ideologizzato. Nella Germania propriamente detta vi furono elementi nella società - come nel caso dei massacri dei nazisti all'Est - che seppure terrorizzati conservarono parte della loro identità: famiglie, campagne, negozi e così via. In effetti, la furia stalinista contro l'Ucraina fu in buona misura una conseguenza della resistenza alla collettivizzazione. Il regime so­vietico ruppe tutte queste barriere, come dimostrato chiaramente, ad esempio, dalla collettivizzazione. Certo, i due sistemi avevano molto in comune, e vedere questi fondamentali negativi è mol­to più importante che, diciamo, discutere se gassare i bambini fosse peggio che farli morire di fame. Persino oggi è sicuramente vero che esistono occidentali che compren­dono la natura del nazismo, ma hanno an­cora la mente annebbiata riguardo allo sta­linismo o al marxismo».

Quanto continua a pesare il passato del comunismo su quella parte dell'Europa centro-orientale che ne è uscita nel 1989, e quanto sulla Russia?
«Gli effetti del comunismo in Europa orien­tale devono ancora essere constatati. La re­gressione economica è ovvia. Anche se no­tiamo il consolidamento negli anni di abitu­dini sociali difficili da sradicare, gli europei dell'Est stanno riuscendo con maggior successo a recuperare un equili­brio. In Russia, un periodo mol­to più lungo di distorsioni fisi­che e mentali ha avuto, natural­mente, effetti molto più ampi, agendo tra l'altro su un back­ground più primitivo.

Quando i bolscevichi presero il potere es­si vennero visti in genere in Oc­cidente come una setta peculia­re, allevata in una cultura biz­zarra e politicamente primiti­va. Solo pochi in Occidente co­noscevano Lenin, e comunque soltanto come un dottrinario estremo ai margini della socialdemocrazia, come un sobillato­re e (con un biasimo formale da parte della Seconda Interna­zionale) come un dirottatore senza scrupoli dei fondi di altri gruppi. Quando egli realizzò la sua rivoluzione, la più forte vo­ce del radicalismo socialista tra­dizionale, Rosa Luxemburg, ammonì che il suo programma - soprattutto la soppressione del pensiero indipendente -avrebbe prodotto intontimento e brutalità
».

Cosa resta del comunismo, del suo impianto e delle sue visioni nella nuova sinistra che si è formata sulle ceneri della vecchia?
«Oggi sembra non ci sia più di­sputa sull'impatto del Terrore, o dei Terrori. Né v'è molto da discutere sulla bizzarra falsifica­zione praticata dal regime so­vietico. Se la comprensione oc­cidentale è ancora carente in qualcosa, è riguardo al degrado interno che il regime ha inflitto ai suoi sudditi. Vi furono assassinii, deportazioni, suicidi in­dotti che furono parte di ciò che Pasternak chiama "l'inuma­no regno della menzogna". Gli accusati erano tutti torturati al­lo scopo di estorcere loro false confessioni. Le menti degli uo­mini, così come i loro corpi, ve­nivano schiacciate.

L'intera popolazione fu costretta ad accet­tare innanzitutto un dogma onnisciente, e poi una supposta utopia sociale e politica, l'opposto di ciò che essa speri­mentava nella realtà. Gettiamo uno sguardo complessivo sul fenomeno comunista nella sua interezza, non solo nel Paese d'origine ma in tutte le altre sue manifestazioni, sul panorama di rovine che esso ha lasciato e che continua a produrre in zone come la Corea del Nord e Cuba. Cosa ne faranno gli storici futuri? Sarà considerato, immaginiamo, innanzitutto come un'enorme aberrazione mentale, una fantasia ar­caica sulla creazione attraverso il terrore di una società unanime e astratta. L'eredità del comunismo è stata soprattutto l'an­nientamento della mente umana, il tentati­vo di distruggere la realtà e rimpiazzarla con fantasie avvelenate
».

Quale parallelo si può fare fra il totalitarismo espresso dal fondamentalismo isla­mista e i totalitarismi del secolo scorso?
«Il terrorismo fondamentalista musulma­no è così diverso che è difficile operare un confronto. Ma l'attuale ondata di antiamericanismo - presente anche nella stessa America - assomiglia di certo all'appeasement degli anni Trenta e al pro-stalinismo tra gli anni Quaranta e Ottanta. Come in precedenza, è radicato più in profondità in una parte delle «classi colte». La mia im­pressione è che esso non sia radicato pro­fondamente nel sentimento popolare, e nel lungo periodo può scomparire».


Da Il Giornale del 21 giugno 2004