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Inserito il 24-9-2004  
Povero Uranio !
di Andrea Boicelli


Si è parlato troppo e male, ultimamente, del “povero Uranio”. Troppo perché in realtà non c’era nulla da dire, male perché essendo inesistente il problema coloro che pontificavano in merito hanno dovuto inventarsi qualcosa pur di farsi dar retta. Insomma più che una campagna di stampa è stato il Festival delle “Oche del Campidoglio” senza Campidoglio e senza Roma da salvare: troppo rumore per nulla.

Quasi tutte le testate giornalistiche hanno abboccato, l’opinione pubblica si è lasciata influenzare, il terrorismo verdaiolo ha raggiunto il suo scopo e chi cercava di portare un po’ di ragionevolezza è stato volutamente ignorato. Il comportamento dei giornali, anche i più seri, poi è stato deontologicamente riprovevole: hanno ammannito aneddoti e notiziole senza riscontro, interventi di yes-men ed interviste arrangiate ad arte ricorrendo ai più biechi trucchi del mestiere.

Ad esempio il 4 Gennaio 2001 un noto quotidiani milanese ha riportato l’intervista ad un patologo in cui si confondevano le emissioni a (nuclei di elio) con le radiazioni ionizzanti g (fotoni), ha messo nello stesso calderone effetti tossici da assunzione di metalli pesanti, sequele di vaccinazioni assurde inoculate senza lasciare il tempo necessario al riequilibrio del sistema immunitario e fantomatiche radiazioni di tutti i tipi. Il tutto ben guardandosi dallo spiegare cosa è cosa, che cosa fa che cosa, senza alcun riscontro documentario od epidemiologico e spacciando il tutto per Scienza.

Questa è vera disinformazione, meglio "disinformatjia" di stile sovietico, un insieme di ignoranza e malafede. Ora l’attenzione per il “povero Uranio” sta scemando e lascia spazio alla “mucca pazza”, non finirà però in soffitta. Al momento giusto verrà avviata un’altra assurda campagna di stampa, quella sull’ “elettrosmog”, ed il “povero Uranio” e le sue emissioni torneranno in auge come argomento di rincalzo. Da questi reiterati attacchi isterici al buon senso ci si può difendere solo con un’informazione non manipolata e completa. I fatti mezzo detti e non provati preoccupano le persone che non hanno familiarità con gli argomenti di cui di si parla, generano un immotivato stato d’ansia nell’opinione pubblica ed inducono reazioni sproporzionate alla realtà.

Il primo luogo comune da sfatare è l’opinione che la radioattività sia sempre e comunque un rischio per la salute: certo sono estremamente pericolose le radiazioni g quando sono molto intense e quando l’esposizione è prolungata. Le emissioni a o b (elettroni) sono facilmente schermabili - basta un foglio di carta velina - e la loro pericolosità è bassa, al limite, trascurabile. Molti, poi, non si rendono conto che tutti noi viviamo immersi nelle radiazioni, che la radioattività è una presenza costante sulla terra, che è una delle realtà della natura, non una perversione dell’umanità. Milioni di persone vivono in zone dove sono esposti e senza danni ad una radioattività naturale di 10 mSv/anno ed oltre, vi sono lavoratori nell’industria nucleare esposti per più di 50 mSv/anno ed il 5% delle 116.000 persone evacuate dalla zona di Tchernobyl è stato vittima di un’esposizione accidentale di oltre 100 mSv.

Tuttavia non sono state riscontrate evidenze di tumori correlabili a questi livelli di radioattività, né sono state evidenziate patologie di origine genetica. Si può serenamente concordare che “la percezione del rischio da radioattività non è correlabile al rischio in sè ma all’importanza che i media attribuiscono alla situazione” [Masse R: CR Acad Sci; 2000: 323: 633-40].

Ancora: nel 1979 vi fu l’ incidente alla centrale nucleare di Three Miles Island e la popolazione della zona si trovò esposta alla radioattività. Per gli anni a seguire ben 32135 persone vennero controllate per valutare gli effetti della fuga radioattiva dalla centrale. A tutt’oggi, non é stato osservato un aumento della mortalità in generale e tanto meno per cancro [Talbott EO et al.: Environ Health Perspect; 2000: 108: 545-52].

Il “povero Uranio” poi é stato fatto oggetto di contumelie e calunnie in un crescendo rossiniano. Il poverino è fra gli elementi più diffusi della crosta terrestre, è presente in natura con tre isotopi: il 234 (0.006% emettitore a, tempo di mezza vita 250000 anni,), il 235 (0.720% emettitore a, tempo di emivita 710 milioni di anni) ed il 238 (99.274% emettitore a, tempo di dimezzamento 4.5 miliardi di anni). L’isotopo 235 è pregiato, è l’unico fissile, viene impiegato nelle centrali nucleari e negli ordigni a fissione; per questi scopi, però, occorre che sia presente in una concentrazione critica, molto maggiore di quella naturale. L’ uranio viene sottoposto ad un processo di arricchimento che separa un materiale che può contenere fino al 90% della specie chimica fissile.

A questo punto l’uranio viene scartato perché è così povero che più povero non si può, è l’ isotopo 238 praticamente puro, è l’ “uranio impoverito” di cui si parla: un sottoprodotto di lavorazione la cui radioattività residuale é molto minore della già trascurabile radioattività originale. Il vero rischio per la salute associabile all’uranio è la tossicità caratteristica di tutti i metalli pesanti. Può la tossicità dell’ uranio e dei suoi sali costituire un pericolo per la salute e per l’ambiente? Certo, ma non è detto che possa effettivamente esserlo.

Un po’ di realismo critico, però, non guasta mai. Vi sono persone che consumano i loro pasti su piatti di ceramica impreziositi da fregi colorati con pigmenti che contengono uranio naturale, non quello impoverito, e lo ingeriscono con il cibo e senza danni [Sheets RW, Thompson CC: Sci Total Environ; 1995: 175: 81-4]. In Norvegia, il 18% delle acque minerali contiene uranio ben oltre il limite di 20 mg/L [Frengstadt B et al.: Sci Total Environ; 2000: 246: 21-40]. In Brasile alcune acque minerali contengono uranio in quantità elevata e la loro radioattività va da 2 a 143 mBq/L, si calcola che ad essa siano imputabili 0.3 casi di cancro per milione di persone e si estrapola che il rischio cancro possa aumentare al massimo dello 0.1% [Camargo IM, Mazzilli B: Rev Saude Publica; 1998: 32: 317-20]. Potenzialmente più a rischio sono i lavoratori che sono a contatto con le polveri del minerale, notoriamente nefrotossico: ebbene non sono stati osservati danni renali permanenti [Russel JJ: Health Phys; 1996, 70, 466-72].

In ogni caso il rischio di cancro o di altre patologie indotte dalla radioattività o dalla tossicità dell’uranio assorbito dall’organismo è minore dello 0.005%, mentre il rischio di danni alla salute per inalazione di radon, gas inerte presente nei materiali per l’edilizia, varia dallo 0.2 al 3% [Taylor DM, Taylor SK: Rev Environ Health; 1997: 12: 147-57]. Queste sono situazioni tutto sommato normali, ma quando si ha un accumulo importante di uranio in un’area ben definita, cosa succede?

Un caso del genere é accaduto in Olanda nel 1992: un cargo Boeing 747-258F precipitò sul quartiere di Bijlmermeer di Amsterdam. Nell’ incidente andarono perduti circa 150 Kg dell’uranio dei contrappesi di bilanciamento. Col passare degli anni la popolazione accusò malesseri vari che vennero attribuiti al materiale disperso. Un’ accurata analisi epidemiologica dimostrò però che la popolazione era stata esposta ad una radiazione inferiore ad 1 mSv od, al massimo, ad un 1 mSv, dosaggi troppo bassi per giustificare i problemi di salute denunciati [Uijt de Haag PA et al.: Hazard Mater; 2000: 76: 39-58].

Quello che però ha colpito maggiormente l’opinione pubblica italiana è stata la morbilità dei militari italiani dopo il servizio in Bosnia ed in Kosovo e le morti per leucemia. In questo caso si è parlato di una “sindrome dei Balcani” analoga alla “sindrome del Golfo” che ha colpito i veterani americani. E la colpa fu data all’impiego di munizioni all’uranio impoverito. Alcuni veterani della guerra del Golfo, però, dopo dieci anni hanno ancora in corpo frammenti di quei proiettili, ma non hanno subito danni renali nonostante vi sia ancora presenza di uranio nelle urine. [McDiarmid MA et al.: Environ Res; 2000: 82: 168-80].

Per ora la così detta “sindrome del Golfo” non ha trovato una spiegazione soddisfacente, anzi uno studio della Mayo Clinic afferma che fattori psicologici e culturali hanno senza dubbio contribuito allo sviluppo delle malattie lamentate [Sartin JS: Mayo Clin Proc; 2000. 75: 811-9]. Sulla base dell’esperienza USA sembra piuttosto improbabile che i decessi e le malattie lamentati fra i militari italiani siano imputabili all’uranio impoverito. Infine, il rapporto di causa ed effetto fra esposizione all’uranio impoverito e casi di leucemia è semplicemente insostenibile: statisticamente l’incidenza della leucemia nella fascia di età fra i 20 ed i 30 anni é di 1.8 - 2.0 casi per 10.000 persone, circa doppia rispetto all’incidenza riscontrata fra i veterani dei Balcani. Altro non si può dire. Come già detto, troppo rumore per nulla.

La vicenda però ci impartisce questa importante lezione [Tubiana M: CR Acad Sci; 2000: 323: 651-64]: “Spesso reazioni emotive pervadono le istanze ambientaliste, che vengono poi strumentalizzate per scopi politici o commerciali; non desta perciò sorpresa che qualunque affermazione, qualunque iniziativa possa scatenare dispute violente. Non è però saggio sottovalutare i rischi perché si finisce per non prendere le misure appropriate. E non è neppure saggio sopravalutarli perché così si provocano paure ingiustificate, uno stato ansioso diffuso ed il rigetto delle tecnologie al punto da screditare la scienza. Si mette in discussione il progresso stesso insinuando timore per le innovazioni, si agevola la manipolazione dell’opinione pubblica per finalità finanziarie o ideologiche fino ad arrivare alla distrazione di finanziamenti ed ad illogici provvedimenti sanitari”. 


Dal sito www.analisidifesa.com - nr.11.1 - febbraio 2001